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Maria è pozzo d'amore ove l'anima in Cristo s'immerge

In nomine Patris, et Filii, et Spiritus Sancti. Amen.
Orate fratres Deum pro Pontificem Maximo Francisco,
pro exaltatione Sanctae Ecclesiae ac haeresum extirpatione,
pro nationum concordia,
pro principibus christianis,
pro tranquilitate populorum,
ut omnes una aeternis gaudiis tandem perfruamur.
Custodi nos Domine ut pupilam oculi sub umbra alarum tuarum protege nos.
Gloria Patri, et Filio, et Spiritui Sancto. Sicut erat in principio, et nunc, et semper, et in saecula saeculorum. Amen.

Una passo del Vangelo per te

UN PASSO DEL VANGELO PER TE

Autobiografia di S. Margherita Maria Alacoque - Parte III di III

76. Il refettorio come luogo di punizione
Si accorsero che non mangiavo e ricevetti molti rimproveri dalla superiora e dal confessore, che mi ordinarono di mangiare tutto quanto mi veniva presentato a tavola. Quest’obbedienza era al disopra della mie forze, ma Colui che, nel bisogno, mai faceva mancare il suo aiuto, mi diede anche in quell’occasione la forza di sottomettermi senza repliche e scuse. Dopo che avevo mangiato, però, dovevo vomitare quanto avevo ingerito e, protraendosi a lungo tale situazione, finii per avere sempre mal di stomaco. I dolori erano terribili, al punto che non riuscivo a trattenere quel poco che avevo ingerito. Decisero allora di modificare l’obbedienza e mi permisero di mangiare secondo le mie possibilità.
Devo confessare che, da quel momento in poi, il cibo è sempre stato per me un supplizio e andavo al refettorio come a un luogo di punizione, cui mi aveva condannata il peccato. Per quanti sforzi facessi nel prendere con indifferenza il cibo che mi veniva presentato, non riuscivo a fare a meno di scegliere quello più comune, essendo il più conforme alla mia povertà e al mio nulla, come pane e acqua, che per me bastavano. Il resto era di troppo.

77. Temono che sia posseduta dal demonio
Tornando al mio stato di sofferenza, che si protraeva, anzi aumentava sempre più, a causa di altre penose umiliazioni, in casa iniziarono a credere che fossi posseduta dal demonio.
Mi aspergevano con acqua benedetta, facendo segni di croce e altre preghiere per scacciare lo spirito maligno, ma Colui dal quale mi sentivo posseduta davvero non intendeva affatto andarsene e anzi mi stringeva più forte a sé, dicendo: «Amo l’acqua benedetta e amo così teneramente la croce, che non riesco a fare a meno di stringermi a coloro che la portano con me e per amore mio». Queste parole riaccesero in me il desiderio di soffrire così tanto, che quanto stavo soffrendo mi sembrò di colpo una goccia d’acqua, buona più per accrescere che per acquietare la mia insaziabile sete di sofferenza. Mi pare di poter dire che in quel momento non c’era alcuna parte del mio spirito né del mio corpo che non soffrisse il suo particolare dolore, mentre da nessuna parte ricevevo compassione o conforto. Il demonio mi batteva con furia e avrei avuto mille volte la peggio, se dalla mia parte non ci fosse stata una straordinaria potenza che mi sorreggeva e combatteva per me. La superiora, non sapendo cosa fare, mi ordinò di fare la santa comunione e di chiedere a Nostro Signore, per obbedienza, che mi restituisse il mio precedente stato di salute. Presentandomi, dunque, a Lui come sua vittima d’immolazione, mi disse: «Sì, figlia mia, vengo da te come sommo sacerdote per darti nuova forza, in modo che tu possa dedicarti a nuovi sacrifici». Infatti, così accadde e mi ritrovai così cambiata, che mi pareva di essere una schiava rimessa in libertà. Ma questo non durò a lungo perché ricominciarono a dirmi che l’artefice di tutto quello che mi accadeva era il demonio e che, se non mi fossi guardata dai suoi inganni, mi avrebbe condotta alla perdizione.

78. «Cos’hai da temere?»
Questo fu un terribile colpo per me, che avevo sempre dubitato e temuto d’ingannarmi e d’ingannare, seppure involontariamente, gli altri. Piangevo di continuo e non riuscivo in alcun modo a sottrarmi alla potenza di quello spirito sovrumano che agiva in me; per quanti sforzi facessi, non riuscivo ad allontanarlo o a impedire che agisse in me. Si era talmente impadronito delle mie facoltà spirituali, che mi pareva di ritrovarmi in un abisso, dove più tentavo di uscire e più mi sentivo sprofondare. Usavo a tal fine tutti i mezzi che mi venivano consigliati, ma invano. Talvolta combattevo così tanto, che ne restavo esausta, ma il mio Sovrano si divertiva di ciò e mi rassicurava talmente, che dissipava subito tutti i miei timori, dicendomi: «Cos’hai da temere fra le braccia dell’Onnipotente? Potrebbe mai lasciarti perire abbandonandoti ai tuoi nemici, dopo che sono divenuto tuo padre, tuo maestro e tua guida fin dalla tua più tenera età? Ti ho dato prove continue dell’amorosa tenerezza del mio Cuore divino, lì dove ho fissato la tua dimora attuale ed eterna. Per maggiore sicurezza, dimmi quale prova vuoi più forte del mio amore e te la fornirò. Ma perché combatti contro di me, che sono il tuo solo, vero e unico amico?». Questi rimproveri per la mia diffidenza mi causarono un così grande rimorso e imbarazzo, che mi proposi d’allora innanzi di non contribuire affatto alle prove cui avrebbero sottoposto lo spirito che mi guidava, limitandomi ad accettare umilmente e di buon cuore tutto quanto volevano che facessi.

79. Nuova espressione della sua ripugnanza a scrivere la sua vita
O mio Signore e mio Dio, Voi solo conoscete la pena che soffro facendo questo atto di obbedienza, e la violenza che devo farmi per superare la ripugnanza e l’imbarazzo che provo scrivendo questo racconto. Concedetemi la grazia di morire, piuttosto che inserire qualcosa che non provenga dalla verità del vostro Spirito e che a Voi non dia gloria e a me vergogna. E per misericordia, mio sovrano Bene, vi supplico che non sia mai visto da nessuno, a parte colui che volete che lo esamini, in modo che questo scritto non m’impedisca di rimanere sepolta in un eterno disprezzo e oblio delle creature. O mio Dio, concedete questa consolazione alla vostra schiava povera e meschina! Ed ecco che la mia richiesta ha ricevuto questa risposta: «Lascia che tutto accada secondo i miei voleri e lasciami portare a compimento i miei disegni, senza mai immischiarti, perché mi occuperò io di tutto». Proseguirò dunque per obbedienza, o mio Dio, senza altra pretesa che quella di accontentarvi con questa specie di martirio che soffro nello stendere questo scritto, di cui ogni parola mi pare un sacrificio. Possiate esserne eternamente glorificato! Ecco come mi ha espresso la sua volontà in merito a questo scritto. Poiché mi sono sempre sentita portata ad amare il mio sovrano Signore per il suo stesso amore, non volendo né desiderando altri che Lui solo, non mi sono mai attaccata ai suoi doni, per quanto grandi fossero, e li ho accettati solo perché venivano da Lui. Vi riflettevo il meno possibile, cercando di dimenticare tutto per non ricordare che Lui, al di là del quale tutto il resto non è nulla per me. E quando si è reso necessario compiere quest’obbedienza, credevo che mi fosse impossibile poter parlare di cose accadute tanto tempo fa, ma Lui mi ha dimostrato il contrario. Infatti, per facilitarmi l’impresa, mi fa riprovare in ogni punto lo stesso stato d’animo di cui parlo. Questo mi convince che Lui lo vuole.

80. Nostro Signore le manda il reverendo padre La Colombière
In mezzo a tutte le pene e a tutti i timori che soffrivo, avevo sempre il cuore in una pace inalterabile. Mi fecero parlare con persone esperte in dottrina, le quali, invece di rassicurarmi sul mio percorso, accrebbero ancora di più le mie pene, finché Nostro Signore inviò qui padre La Colombière. Gli avevo già parlato all’inizio, quando il mio sovrano Maestro mi aveva promesso, poco dopo essermi consacrata a Lui, che mi avrebbe mandato un suo servo, al quale voleva che riferissi, secondo l’intelligenza che mi avrebbe concesso, tutti i tesori e i segreti del suo sacro Cuore che mi aveva confidato. Mi aveva detto che me l’avrebbe inviato per rafforzarmi nella sua via e per dividere con questi le grandi grazie del suo sacro Cuore, che avrebbe abbondantemente sparso durante i nostri incontri. Allorché quel sant’uomo era giunto, mentre parlava alla comunità, avevo udito interiormente queste parole: «Ecco colui che ti invio». Me n’ero resa conto subito, durante la prima confessione delle Quattro Tempora, perché, senza che ci fossimo mai visti né parlati prima, si era intrattenuto molto a lungo con me e mi aveva parlato come se avesse capito cosa mi succedeva. Ma quella volta non avevo voluto aprirgli il mio cuore e, avendo lui visto che volevo ritirarmi per paura d’infastidire la comunità, mi aveva chiesto se mi sarebbe stato gradito che venisse a trovarmi un’altra volta per potermi parlare. Il mio carattere timido, che temeva tutti questi contatti, mi aveva indotta a rispondergli che, non stando a me decidere, avrei fatto tutto quanto l’obbedienza mi avrebbe ordinato. Mi ero ritirata dopo un colloquio di circa un’ora e mezza. Di lì a poco, era ritornato e, sebbene sapessi che la volontà di Dio era che gli parlassi, non avevo smesso di provare una spaventosa ripugnanza nel parlargli ed era stata la prima cosa che gli avevo detto. Aveva risposto che era felice di avermi dato occasione di offrire un sacrificio a Dio. Allora, senza pena né sforzo, gli avevo aperto il mio cuore e gli avevo mostrato il fondo della mia anima, sia nel bene sia nel male.

81. Il reverendo padre la rassicura insegnandole a stimare i doni di Dio
Mi diede grandi consolazioni e mi assicurò che non c’era nulla da temere nel comportamento di questo spirito, tanto più che non mi allontanava dall’obbedienza. Mi disse pure che dovevo seguire i suoi moti abbandonandogli tutto il mio essere, per così sacrificarmi e immolarmi a suo piacimento. Ammirando la grande bontà del nostro Dio, che non aveva desistito dinanzi a tanta resistenza, m’insegnò a stimare i doni di Dio e a ricevere con rispetto e umiltà le frequenti comunicazioni e gli incontri con cui mi gratificava, per i quali avrei dovuto rendere continuamente grazie di fronte a una bontà così grande. Gli feci intendere che quel Sovrano della mia anima mi stava sempre così vicino, in ogni tempo e luogo, che non riuscivo a pregare oralmente, sebbene mi facessi grandi violenze, e che restavo talvolta a bocca aperta senza poter pronunciare una sola parola, soprattutto quando si diceva il rosario. Lui allora mi disse che non dovevo farlo più e che mi sarei dovuta accontentare di quel che era obbligatorio, aggiungendovi il rosario allorché mi fosse stato possibile. Avendogli raccontato qualcosa delle carezze più particolari e delle unioni d’amore che ricevevo dall’Amato dell’anima mia, e che qui non descriverò, mi disse che era un buon motivo perché mi umiliassi e perché lui ammirasse la grande misericordia di Dio nei miei confronti. Quella bontà infinita non voleva che ricevessi alcuna consolazione, senza che mi costasse molte umiliazioni, e questo colloquio me ne attirò in gran numero, ma anche il reverendo padre ebbe molto da soffrire a causa mia. Dicevano che volevo raggirarlo con le mie illusioni e ingannarlo come gli altri, ma non se ne addolorò e proseguì a prestarmi il suo soccorso per quel poco che rimase in questa città e anche in seguito. Cento volte mi sono stupita che non mi abbandonasse come gli altri, perché il modo in cui lo trattavo avrebbe respinto chiunque altro, sebbene lui non risparmiasse nulla che potesse umiliarmi e mortificarmi, cosa che mi faceva molto piacere.

82. Il puro amore unisce questi tre cuori per sempre
Una volta che venne a dire la messa nella nostra chiesa, Nostro Signore fece a lui e anche a me una grandissima grazia. Infatti, quando mi avvicinai per riceverlo nella santa comunione, mi mostrò il suo sacro Cuore come un’ardente fornace e due altri cuori che vi si univano e vi affondavano. E mi disse: «È così che il mio puro amore unisce questi tre cuori per sempre». Dopodiché mi fece capire che questa unione era tutta per la gloria del suo sacro Cuore, di cui voleva che rivelassi i tesori, in modo che il reverendo padre ne facesse conoscere e ne divulgasse il vantaggio e l’utilità. Per questo Lui voleva che noi due fossimo come fratello e sorella, dividendoci in misura eguale i beni spirituali. Quando gli mostrai la mia miseria in quel campo e la disparità che c’era tra un uomo di così grande virtù e una povera meschina peccatrice quale io ero, mi disse: «Le ricchezze infinite del mio cuore suppliranno e uguaglieranno tutto. Diglielo semplicemente e senza timore». È quanto feci al nostro primo incontro e il modo umile e riconoscente con cui il reverendo padre accolse il messaggio, insieme a molte altre cose che gli dissi da parte del mio sovrano Maestro e che lo riguardavano, mi toccò molto e mi recò più beneficio di tutte le prediche che avessi potuto ascoltare. Gli dissi pure che Nostro Signore mi concedeva le sue grazie al solo scopo di esserne glorificato in tutte le anime alle quali io le avrei distribuite, nel modo che Lui mi avrebbe fatto sapere di gradire, per parola o per iscritto. Non dovevo, quindi, preoccuparmi di quello che avrei detto o scritto, perché vi avrebbe diffuso l’unzione della sua grazia, così producendo l’effetto che pretendeva in quelli che avrebbero accolto bene il mio messaggio. Tuttavia, io soffrivo molto perché mi ripugnava scrivere e consegnare certi fogli a persone da cui mi venivano tante umiliazioni. Il reverendo padre mi ordinò che, qualunque pena e umiliazione avessi da soffrire, non dovevo mai desistere dal seguire i santi moti di quello spirito, riferendo semplicemente ciò che m’ispirava o, se avessi scritto, consegnando i fogli alla mia superiora, per farne ciò che lei avrebbe ordinato. E questo era quanto facevo.

83. Padre La Colombière le ordina di scrivere ciò che accade in lei
Il reverendo padre mi ordinò anche di scrivere ciò che accadeva in me, cosa per la quale sentivo una ripugnanza mortale. Ma, poiché scrivevo solo per obbedire, subito dopo bruciavo quanto avevo scritto, credendo di avere sufficientemente soddisfatto l’obbedienza. Ne soffrivo molto e mi fecero venire scrupoli e mi proibirono di continuare ad agire così.

84. Testamento redatto da madre Greyfìé. Nostro Signore la ricambia con una donazione che lei scrive col suo sangue e firma sul suo cuore a lettere di sangue
Una volta, il mio sovrano Sacrificatore mi chiese di fare a suo favore un testamento scritto o una donazione integrale e senza riserve, come già gli avevo fatto a voce, di tutto ciò che avrei potuto fare e soffrire e di tutte le preghiere e i beni spirituali che fossero stati fatti per me, sia durante la mia vita sia dopo la mia morte.28 Mi fece chiedere alla mia superiora se voleva intervenire in qualità di notaio per quell’atto, dicendomi che Lui l’avrebbe ben ricompensata e che, se lei avesse rifiutato, dovevo rivolgermi al suo servo, il reverendo padre La Colombière. La mia superiora accettò di farlo e io lo presentai all’unico Amore dell’anima mia, che me ne testimoniò un grande piacere e mi disse che ne avrebbe disposto secondo i suoi disegni, a favore di chi avesse scelto. Ma poiché il suo amore mi aveva spogliata di tutto e non voleva che possedessi altre ricchezze che quelle del suo sacro Cuore, me ne fece in quello stesso momento una donazione, ordinandomi di scriverla col mio sangue, sotto dettatura. Poi la firmai sul mio cuore con un temperino, incidendo il suo sacro nome di Gesù. Dopodiché mi disse che si sarebbe preso cura di ricompensare al centuplo tutto il bene che mi venisse fatto, come se fosse stato fatto a Lui, perché io non avevo più nulla da pretendere. Come ricompensa a chi aveva redatto il testamento in suo favore, voleva dare la stessa che aveva dato a santa Chiara da Montefalco, e che per questo avrebbe aggiunto alle azioni della mia superiora i meriti infiniti delle sue. Inoltre, con l’amore del suo sacro Cuore le avrebbe fatto meritare la stessa corona. Questo mi diede una grande consolazione, perché l’amavo molto dal momento che nutriva abbondantemente la mia anima col pane delizioso della mortificazione e dell’umiliazione, così gradito al mio sovrano Maestro, avrei voluto che tutti potessero procurarsene. Il mio Dio mi faceva anche questa grazia di non farmi mai mancare quel cibo e la mia vita trascorreva sempre in mezzo alle sofferenze del corpo, sia per le mie continue infermità sia per altri motivi. Il mio spirito soffriva di derelizioni e scoramenti e perché vedeva offendere Dio, il quale con la sua bontà mi sosteneva sempre, sia fra le persecuzioni, i contrasti e le umiliazioni che mi venivano dagli uomini, sia fra le tentazioni del demonio, che mi ha molto tormentata e perseguitata. Ma non sono da sottovalutare neppure le lotte con me stessa, perché sono stata il più crudele nemico da combattere e il più difficile da vincere.

85. Tutto diviene umiliazione, senza che possa cercare conforto se non in Nostro Signore
Mentre accadevano tutte queste cose, non cessavano di gravarmi d’incombenze e faccende esteriori finché riuscivo a sopportarne. Oltre alle pene che già pativo, se ne aggiungeva un’altra, perché credevo che tutte le creature avessero orrore di me e non riuscissero a sopportarmi, visto che neppure io riuscivo a sopportare me stessa. Tutto questo mi procurava una pena continua nel conversare col prossimo e non avevo altro soccorso né rimedio che l’amore per la mia abiezione, in cui sprofondavo sempre più e non senza motivo, perché tutto si trasformava in umiliazione, anche le minime azioni, e mi guardavano come una visionaria, con la testa piena d’illusioni e fantasticherie. E intanto non mi era permesso ricercare il minimo sollievo o conforto alle mie pene, perché il mio divino Maestro me lo proibiva. Infatti, voleva che soffrissi tutto in silenzio e mi aveva dato questo motto: «Voglio soffrire senza lamenti Perché il mio puro amore Mi vieta ogni timore». Voleva che mi aspettassi tutto da Lui e, se accadeva che volevo procurarmi qualche conforto, mi faceva trovare solo desolazione e ulteriori tormenti. Questa l’ho sempre considerata una delle grazie più grandi che Dio mi abbia fatto, insieme a quella di non liberarmi mai del prezioso tesoro della Croce, nonostante il cattivo uso che ne ho sempre fatto e che mi rendeva indegna di tanto bene. Per Lui mi sarei voluta sciogliere d’amore, di gratitudine e di ringraziamenti nei confronti del mio Liberatore. Era con questi sentimenti e in mezzo alle delizie della Croce che dicevo: «Cosa darò al Signore in cambio del grande bene che mi ha fatto? O mio Dio, quant’è grande la vostra bontà nei miei confronti! Volete farmi mangiare seduta alla tavola dei santi le stesse carni con cui li avete nutriti, me, che sono solo una miserabile peccatrice, indegna del delizioso cibo dei vostri cari e più fedeli amici».

86. «Senza il santo Sacramento e la Croce non potrei vivere». Una copia perfetta di Gesù crocifisso
«Inoltre Voi sapete che, senza il santo Sacramento e la Croce, non potrei vivere né sopportare il protrarsi del mio esilio in questa valle di lacrime, dove non ho mai desiderato che le mie sofferenze diminuissero». Infatti, più il mio corpo ne era sfiancato e più il mio spirito provava gioia e riusciva a unirsi al mio Gesù sofferente, non avendo desiderio più intenso che divenire un’autentica e perfetta copia e rappresentazione del mio Gesù crocifisso. Mi rallegravo quando la sua sovrana bontà impiegava una moltitudine di operai per lavorare secondo i suoi ordini al compimento di quest’opera. E quel Sovrano non si allontanava dalla sua indegna vittima, di cui conosceva bene la debolezza e l’impotenza nel fare qualcosa di buono, e talvolta mi diceva: «Ti faccio l’onore, figlia cara, di servirmi di strumenti così nobili per crocifiggerti. Il mio Padre eterno mi mise nelle mani crudeli di boia senza pietà, che mi avrebbero crocifisso, e a tal fine io mi servo per ciò che ti concerne di persone che mi sono devote e consacrate. A costoro ti ho consegnata e, affinché si salvino, voglio che tu mi offra tutto ciò che ti faranno soffrire». Io lo facevo con tutto il cuore, offrendomi sempre di portare il peso del castigo per le offese fatte a Dio a causa mia, sebbene, a dire il vero, non credessi che si poteva commettere alcuna ingiustizia facendomi soffrire, dal momento che non era possibile farmi soffrire quanto meritavo. Confesso che mi rende così felice parlare della gioia della sofferenza che scriverei volumi interi senza poter esaurire mio desiderio, e che il mio amor proprio trova grande soddisfazione in questo genere di discorsi.

87. Trascorre cinquanta giorni senza bere in onore della sete di Nostro Signore sulla croce
Una volta, il mio Sovrano mi fece capire che voleva che mi ritirassi in solitudine, non in quella del deserto come aveva fatto Lui, ma in quella del suo sacro Cuore, dove voleva onorarmi con i suoi più familiari incontri, come un amante fa con la sua amata. Lì mi avrebbe dato nuovi insegnamenti sulle sue volontà e mi avrebbe dato anche nuove forze per portarle a compimento, perché avrei dovuto combattere fino alla morte e sostenere ancora attacchi di molti e potenti nemici. Per questo mi chiedeva che, per onorare il suo digiuno nel deserto, trascorressi cinquanta giorni a pane e acqua. L’obbedienza non me lo volle permettere, per timore di farmi apparire stravagante, e Lui mi fece capire che gli sarebbe stato comunque gradito che trascorressi cinquanta giorni senza bere, in onore della sete ardente che aveva sempre sopportato per la salvezza dei peccatori e quella che il suo sacro Cuore aveva sempre patito sull’albero della Croce. Mi venne permessa questa penitenza, che mi parve più dura dell’altra, considerata la grande arsura da cui ero sempre tormentata, che mi costringeva a bere spesso grandi tazze d’acqua per dissetarmi.

88. È tormentata dalla disperazione, dall’orgoglio e dalla gola
Soffrivo in quel periodo per le dure lotte contro il demonio, che mi tentava soprattutto sul fronte della disperazione, mostrandomi che una creatura cattiva come me non poteva pretendere un posto in paradiso, perché già qui in terra non ne avevo nell’amore del mio Dio, di cui sarei quindi stata privata per l’eternità. Questo mi faceva versare torrenti di lacrime. Altre volte mi tentava con la vanagloria e poi con quell’abominevole peccato della gola. Mi faceva sentire una fame spaventosa e poi mi mostrava tutto quanto è più idoneo a soddisfare il palato. E questo accadeva durante i miei esercizi, il che era per me un tormento indicibile. Questa fame mi durava finché entravo in refettorio, del quale provavo subito un tale disgusto, che dovevo farmi grande violenza per mangiare un po’. Non appena mi alzavo da tavola, la fame ricominciava più violenta di prima. La mia superiora, cui non nascondevo nulla di quanto accadeva in me, per via della grande paura che ho sempre avuto di essere ingannata, mi ordinò di andarle a chiedere da mangiare quando ero attanagliata dai morsi della fame. Lo facevo con grandi sforzi, a causa del grande imbarazzo che provavo. E la superiora, invece di mandarmi a mangiare, mi mortificava e mi umiliava molto, dicendomi che dovevo tenermi la fame per saziarla quando le altre andavano al refettorio. Poi mi ritrovavo in pace con la mia sofferenza. Una volta, non mi lasciarono terminare la penitenza della sete e, dopo che ebbi obbedito, mi consentirono di ricominciare. Trascorsi così cinquanta giorni senza bere, come facevo ogni venerdì. Ero del pari contenta sia che mi accordassero sia che mi rifiutassero ciò che chiedevo; mi bastava obbedire.

89. Particolare tentazione un giorno in cui occupa il posto del re davanti al Santo Sacramento
Il mio persecutore non cessava di tentarmi con ogni mezzo, ma non con l’impurità, perché il mio divino Maestro gliel’aveva proibito, anche se una volta mi fece soffrire pene spaventose, che ora dirò. Fu una volta in cui la mia superiora mi disse: «Va’ a occupare il posto del re davanti al Santo Sacramento». Ci andai e mi sentii così fortemente aggredita da abominevoli tentazioni d’impurità, che mi pareva di essere già all’inferno. Sopportai questa pena per molte ore e durò finché la superiora non mi liberò da quell’obbedienza, dicendomi di non occupare più il posto del re davanti al Santo Sacramento, bensì quello di una buona religiosa della Visitazione. Immediatamente le mie pene cessarono. Mi ritrovai immersa in un diluvio di consolazioni, durante il quale il mio Sovrano m’insegnò quel che voleva da me.

90. Trova ovunque te amarezze del Calvario
Voleva pure che fossi un continuo atto di sacrificio e, a tal fine, avrebbe accresciuto la mia sensibilità e le mie ripugnanze, in modo che non facessi nulla senza dolore e senza fare violenza a me stessa, per così darmi motivo di vittoria anche nelle cose minori e poco importanti. Posso assicurare che d’allora innanzi ho provato tutte queste cose.
Inoltre, Lui voleva che assaporassi dolcezze solo nelle pene del Calvario e mi avrebbe fatto trovare un martirio di sofferenza in tutto ciò che potevano procurare la gioia, il piacere e la felicità terrena degli altri. Questo me l’ha fatto provare in maniera intensa, perché tutto quanto si chiama piacere è divenuto per me un supplizio. Infatti, anche durante i piccoli svaghi che ogni tanto ci concediamo, soffrivo più che se mi fossi ritrovata negli ardori d’una febbre violentissima, ma Lui voleva che me ne concedessi come chiunque altra. Questo mi spingeva a dirgli: «Mio sovrano Bene, quanto mi costa caro questo piacere!». Il refettorio e il letto erano per me tali luoghi di pena, che solo ad avvicinarmi gemevo e versavo lacrime. Il lavoro esterno e il parlatorio mi erano insopportabili e non ricordo di esserci mai andata senza una ripugnanza che riuscivo a superare solo facendomi una grande violenza. M’inginocchiavo per chiedere a Dio la forza di vincermi. Anche lo scrivere era un martirio, non solo perché scrivevo in ginocchio, ma anche per il dolore che me ne veniva. La stima, le lodi e i plausi mi facevano soffrire più di quanto tutte le umiliazioni, il disprezzo e le abiezioni avrebbero fatto soffrire le persone più vane e ambiziose di onori. In quelle circostanze finivo per dire: «O mio Dio, scatenate tutte le furie dell’inferno contro di me, piuttosto che le lingue degli uomini, piene di vane lodi, di adulazione e di plausi. Preferisco che si riversino su di me tutte le umiliazioni, i dolori, i contrasti e le vergogne».

91. Nostro Signore vuole che accolga tutto come se provenisse da Lui e che si occupi solo di Lui
Quanto alla sofferenza, Lui me ne dava una sete insaziabile, anche se in certe occasioni me ne faceva provare di molto forti, al punto che talvolta non potevo impedirmi di darlo a vedere. Questo mi era insopportabile, perché mi sentivo poco umile e mortificata quando non riuscivo a soffrire senza che trasparisse all’esterno. Tutta la mia consolazione era nel ricorrere all’amore che avevo per la mia abiezione e che mi faceva rendere grazie al mio Sovrano, dal momento che mi faceva apparire qual ero, così annientandomi nella stima degli altri. Inoltre, voleva che accogliessi ogni cosa come se venisse da Lui, senza procurarmi nulla da sola, e che abbandonassi tutto a Lui, senza disporre di nulla. Dovevo rendergli grazie delle sofferenze come dei piaceri e, nelle occasioni più dolorose e umilianti, pensare che me lo meritavo, così come offrire il dolore che pativo per le persone che me lo infliggevano. E, ancora, dovevo parlare di Lui sempre con grande rispetto, e del prossimo con stima e pietà, ma mai di me stessa, se non brevemente e con disprezzo, tranne quando, per la sua gloria, mi avrebbe chiesto di fare altrimenti. Del pari, dovevo attribuire sempre tutto il bene e tutta la gloria alla sua sovrana Grandezza, e a me tutto il male. Non dovevo cercare alcuna consolazione al di fuori di Lui e, quando me ne avesse data, dovevo sacrificargliela rinunciandovi. Infine, dovevo non tenere a nulla, essere vuota e spogliata di tutto, non amare altri che Lui, in Lui e per amore di Lui, non contemplare che Lui in ogni cosa e gli interessi della sua gloria in un perfetto oblio di me stessa. E sebbene dovessi compiere ogni mia azione per Lui, voleva che in ognuna ci fosse direttamente qualcosa per il suo divino Cuore. Per esempio, durante la ricreazione bisognava che gli dessi la sua ricreazione, fatta di dolori, di mortificazioni e tutto quanto avrebbe procurato di non farmi mancare e che, per questo motivo, dovevo ricevere con piacere. Allo stesso modo in refettorio voleva che lo invitassi a pranzo sacrificandogli quel che più mi piaceva, e così voleva facessi per tutti gli altri miei atti. Inoltre, mi proibiva di giudicare, accusare e condannare altri che me stessa. Mi diede ancora molti precetti e, poiché la loro quantità mi stupiva, mi disse che non dovevo temere nulla, perché Lui era un buon Maestro, tanto potente da farmi mettere in pratica ciò che m’insegnava, e tanto sapiente da saper bene insegnare e guidare. Posso assicurare che, nonostante le mie ripugnanze naturali, mi faceva fare quello che voleva.

92. La grande rivelazione del culto del Sacro Cuore
Una volta, in un giorno dell’ottava, mentre ero davanti al santo Sacramento, ricevetti dal mio Dio grazie straordinarie del suo amore e mi sentii toccata dal desiderio di ricambiarlo in qualche modo e di rendergli amore per amore. Lui mi disse: «Non puoi darmi amore più grande che fare quanto già tante volte ti ho chiesto». Allora, rivelandomi il suo Cuore divino, aggiunse: «Ecco questo Cuore che ha tanto amato gli uomini, che non si è mai risparmiato, fino a spossarsi e a consumarsi al fine di testimoniar loro il suo amore. Per riconoscenza ricevo dalla maggior parte degli uomini solo ingratitudini, irriverenze e sacrilegi, insieme alla freddezza e al disprezzo che mi usano in questo sacramento d’amore. Ma ciò che mi è ancora più doloroso è che, a trattarmi così, siano cuori che mi sono consacrati. Perciò ti chiedo che il primo venerdì dopo l’ottava del santo Sacramento sia dedicato a una festa particolare per onorare il mio Cuore. In quel giorno ti comunicherai e gli tributerai un’ammenda d’onore, per riparare le indegnità che ha ricevuto durante il periodo in cui è stato esposto sugli altari. Ti prometto pure che il mio Cuore si dilaterà e spargerà in abbondanza gli influssi del suo divino amore su quelli che gli tributeranno quest’onore e faranno si che gli venga tributato».

93. Deve rivolgersi a padre La Colombière per realizzare quel progetto
Avendogli risposto che non sapevo come fare quanto da molto tempo desiderava che facessi, mi disse di rivolgermi al servo che mi aveva inviato per realizzare questo progetto. Lo feci e quegli mi ordinò di mettere per iscritto ciò che gli avevo detto a proposito del sacro Cuore di Gesù Cristo e di molte altre cose che riguardavano la gloria di Dio. E il Signore mi fece trovare molta consolazione in quel sant’uomo, sia perché m’insegnò a conformarmi ai disegni divini, sia perché mi rassicurò in merito al grande timore di essermi ingannata, che mi faceva gemere senza tregua. Quando il Signore lo portò via da questa città per impiegarlo nella conversione degli infedeli, ne accettai il dolore con totale sottomissione alla volontà di Dio, che, in quel poco tempo che era rimasto qui, me l’aveva reso così utile. E quando ci pensai, mi fece subito questo rimprovero: «Come! Non ti basto io, che sono il tuo principio e la tua fine?». Non ebbi bisogno d’altro per abbandonarmi tutta a Lui, perché ero sicura che avrebbe badato a farmi avere tutto ciò di cui avessi avuto bisogno.

94. La festa di santa Margherita
Non trovavo ancora alcun mezzo per far sbocciare la devozione al sacro Cuore, che per me era come l’aria che respiravo; ed ecco la prima occasione che la sua bontà mi forni. Santa Margherita cadeva di venerdì e io pregai le novizie, di cui mi occupavo in quel periodo, che tutti i piccoli omaggi che avevano in mente di farmi in occasione della mia festa, li facessero al sacro Cuore di Nostro Signore Gesù Cristo. Lo fecero assai volentieri, preparando un piccolo altare, sul quale posero una piccola immagine di carta disegnata a penna cui tributammo tutti gli omaggi che quel Cuore divino ci suggeri. Questo attirò su di me e anche su di loro molte reprimende, contrasti e mortificazioni e fui accusata di voler introdurre una nuova devozione.

95. La piccola festa del noviziato suscita contrasti
Tutte queste sofferenze mi erano di grande conforto e non temevo nulla, tranne che quel Cuore divino venisse disonorato. Per questo, tutto quello che in merito sentii dire era come una spada che mi trafiggeva il cuore. Infatti, mi fu impedito di mettere in mostra ogni immagine di quel sacro Cuore e tutto ciò che mi permisero fu rendergli qualche onore segreto. Non sapevo a chi rivolgermi nella mia afflizione, tranne che a Lui, il quale sorreggeva sempre il mio coraggio e mi diceva di continuo: «Non temere, regnerò malgrado i miei nemici e chiunque cercherà di opporsi». Questo mi consolava molto, perché non desideravo altro che vederlo regnare. Affidai, quindi, a Lui la cura di difendere la sua causa, mentre io avrei sofferto in silenzio.

96. Persecuzioni in occasione del rinvio della pretendente di Chamron
Si levarono contro di me tante altre persecuzioni, che mi pareva che tutto l’inferno si fosse scatenato contro di me e che tutto cospirasse per annientarmi. Tuttavia, confesso che mai ho goduto di una pace maggiore dentro me, né mai avevo provato tanta gioia, come quando minacciarono di mandarmi in prigione e di farmi comparire davanti a un principe della terra, a imitazione del mio buon Maestro, come oggetto di scherno e come una visionaria che s’intestardiva nelle sue vane illusioni. Non racconto questo per far credere che ho sofferto molto, ma piuttosto per rivelare le grandi misericordie del mio Dio nei miei confronti. Io non stimavo né amavo nulla quanto la parte della sua Croce che Lui mi dava, e che per me era un cibo così delizioso, che mai mi veniva a noia.

97; Il suo ardente desiderio per la comunione le vale un’incomparabile parola di Nostro Signore che la inebria d’amore e di riconoscenza
Se fossi stata libera di comunicarmi spesso, avrei avuto il cuore pieno di gioia. Una volta che lo desideravo ardentemente, il mio divino Maestro si presentò a me mentre ero incaricata di spazzare, e mi disse: «Figlia mia, ho udito i tuoi gemiti e i desideri del tuo cuore mi piacciono tanto, che, se non avessi istituito il mio divino sacramento d’amore, lo istituirei per amore tuo, per così avere il piacere di abitare nella tua anima e riposarmi amorosamente nel tuo cuore». Fui penetrata da un ardore tanto intenso, che sentivo la mia anima piena di trasporto, al punto da non potermi esprimere che con queste parole: «O Amore! O eccesso d’amore di un Dio verso una creatura così miserabile!». E per tutta la vita questo è stato un pungolo per spingermi alla riconoscenza nei confronti di quel puro amore.

98. Dà sollievo all’anima sofferente di un benedettino
Un’altra volta, mentre ero davanti al santo Sacramento nel giorno della sua festa, d’improvviso mi si presentò davanti una persona tutta avvolta da un fuoco, i cui ardori mi penetrarono così forte, che mi parve di bruciare insieme a questo. l’e sue condizioni pietose mi fecero capire che si trovava in purgatorio e versai molte lacrime per lei. Mi disse che era un benedettino che una volta aveva ricevuto la mia confessione e mi aveva ordinato di fare la santa comunione,in virtù della quale Dio gli aveva permesso di rivolgersi a me per trovare sollievo alle sue pene. Mi chiese di offrirgli tutto ciò che avessi potuto fare e soffrire per tre mesi e io gliel’accordai subito, dopo avere ottenuto il permesso dalla mia superiora. Lui mi disse ancora che il motivo delle sue così grandi sofferenze era aver preferito il suo interesse alla gloria di Dio, attaccandosi troppo alla propria reputazione. Il secondo motivo era la mancanza di carità nei confronti dei suoi fratelli; e il terzo l’eccessivo affetto naturale che aveva nutrito per le creature durante gli incontri spirituali, cosa che a Dio dispiaceva molto. Mi sarebbe assai difficile esprimere quanto dovetti soffrire in quei tre mesi. Lui non mi allontanava mai e dalla sua parte era come se bruciassi anch’io, con dolori così vivi da gemere e piangere quasi continuamente. La mia superiora, mossa da compassione, mi ordinava buone penitenze, soprattutto discipline, perché le pene e le sofferenze esteriori, che mi venivano permesse per carità, davano molto sollievo alle altre, che quella Santità d’Amore imprimeva in me come un piccolo assaggio di quelle che faceva patire a quelle povere anime. In capo a tre mesi, vidi il benedettino in tutt’altro modo, perché, ricolmo di gioia e di gloria, andava a godersi la felicità eterna. Ringraziandomi, mi disse che mi avrebbe protetta davanti a Dio. In quei tre mesi, mi ero ammalata, ma poiché la mia sofferenza cessò insieme alla sua, guarii presto.

99. Nostro Signore le fa patire le pene di un anima minacciata dal castigo
Il mio Sovrano mi aveva fatto sapere che, quando avesse deciso di abbandonare a se stessa qualche anima per cui voleva che soffrissi, mi avrebbe fatto provare lo stato di un’anima riprovata e la desolazione in cui si trova nel momento della morte. Non ho mai provato nulla di così terribile e non saprei come raccontarlo. Una volta, mentre lavoravo da sola, mi apparve una monaca, all’epoca ancora viva, e mi venne detto in modo intelligibile: «Ecco questa religiosa solo di nome, che sono pronto a scacciare dal mio cuore e ad abbandonare a se stessa». Al contempo fui presa da un tale terrore, che, essendomi prosternata con la faccia a terra, così rimasi a lungo, incapace di rialzarmi. Allora, promisi alla Giustizia divina che avrei sofferto tutto ciò che avesse voluto, purché non l’abbandonasse. Ed essendosi la sua giusta collera rivolta verso di me, mi parve di trovarmi in una spaventosa angoscia e nella desolazione; mi sentivo un peso enorme sulla schiena. Se alzavo gli occhi, vedevo un Dio adirato con me e armato di verghe e frusta, pronto a colpirmi; inoltre, mi pareva di vedere l’inferno aperto per inghiottirmi. Io mi sentivo dentro come in rivolta e in confusione, perché il mio nemico mi assediava da ogni lato con violente tentazioni, soprattutto di disperazione, e fuggivo ovunque il mio persecutore, senza riuscire a sottrarmi al suo sguardo. Non c’è tormento cui non mi sarei abbandonata pur di sfuggirgli. Mi vergognavo moltissimo, perché pensavo che le mie pene fossero note a tutti. Non potevo neanche pregare né esprimere le mie pene, se non con le lacrime, limitandomi a dire: «Ah! Com’è terribile cadere nelle mani di un Dio vivente». Altre volte, gettandomi di faccia a terra, dicevo: «Colpite, mio Dio, tagliate, bruciate e consumate tutto ciò che non vi piace e non risparmiate il mio corpo né la mia vita, né la mia carne, né il mio sangue, purché salviate per l’eternità quest’anima». Confesso che non avrei potuto reggere a lungo uno stato così doloroso, se la sua amorosa misericordia non mi avesse sorretta sotto i rigori della sua giustizia. Fu così che mi ammalai e faticavo a riprendermi.

100. Si offre di portare il peso della collera di Dio per le anime colpevoli
Lui mi ha spesso fatto provare queste situazioni dolorose, in mezzo alle quali, una volta che mi aveva mostrato i castighi con cui voleva punire certe anime, mi gettai ai suoi sacri piedi, dicendo: «O mio Salvatore, sfogate su di me tutta la vostra collera, cancellatemi dal libro della vita, piuttosto che perdere quelle anime che vi sono costate così care». Mi rispose: «Non ti amano e non cesseranno di affliggerti». «Non importa, mio Dio! Purché vi amino, non smetterò di pregarvi di perdonarle». «Lasciami fare; non le sopporto più». E, abbracciandolo più forte, aggiunsi: «No, mio Signore, non vi lascerò finché non le avrete perdonate». E Lui mi diceva: «Lo farò, se tu accetterai di rispondere in loro vece». «Si mio Dio, ma vi pagherò con i vostri stessi beni, che sono i tesori del vostro sacro Cuore». E di questo si accontentò.

101. Il concerto dei Serafini, i suoi «soci divini»
Una volta, mentre lavoravo con le altre alla canapa, mi ritirai in un piccolo cortile vicino al santo Sacramento, dove facendo il mio lavoro in ginocchio mi sentii subito cadere in un grande raccoglimento, sia esteriore sia interiore, e al contempo mi apparve l’amabile Cuore del mio Gesù, più risplendente del sole. Era in mezzo alle fiamme del suo puro amore, circondato da Serafini che cantavano una dolcissima melodia: «L’amore trionfa, l’amore gode, L’amore del sacro Cuore dà gioia». E quando quegli spiriti beati m’invitarono a unirmi a loro nelle lodi di quel Cuore divino, non osavo farlo. Mi rimproverarono e mi dissero che erano venuti allo scopo «di associarsi a me per rendergli perenne omaggio d’amore, adorazione e lode, e che per questo avrebbero preso il mio posto davanti al santo Sacramento. Così io avrei potuto amarlo senza interruzioni, grazie alla loro intercessione, e che pure loro avrebbero partecipato al mio amore, soffrendo nella mia persona come io avrei goduto nella loro». E intanto scrissero questa nostra associazione nel sacro Cuore a lettere d’oro e con i caratteri ineffabili dell’amore. Questo durò circa due o tre ore, ma ne ho risentito effetti per tutta la vita, sia per il soccorso che ne ho ricevuto, sia per le soavità che questo aveva prodotto e produceva in me, al punto che ne rimasi come sommersa e smarrita. Nelle mie preghiere, li chiamavo solo miei soci divini. Questa grazia mi diede un tale desiderio di purezza d’intenzioni e una tale idea di quanta ce ne vuole per conversare con Dio, che tutto il resto al confronto mi pareva impuro.

102. Ottiene con un doloroso sacrificio la grazia per la giovane monaca di Senecé
Un’altra volta, una delle nostre sorelle cadde in un sonno letargico,34 senza speranza che le si potessero impartire gli ultimi sacramenti. La comunità ne era molto addolorata, soprattutto la madre superiora, che mi ordinò di promettere a Nostro Signore tutto quanto avesse voluto pur di ottenere la grazia. Non ebbi neanche il tempo di eseguire quest’ordine, che già il Sovrano della mia anima mi promise che quella monaca non sarebbe morta senza ricevere le grazie che giustamente desideravamo ricevesse, a patto che gli promettessi tre cose che voleva assolutamente da me: la prima era che mai rifiutassi alcun incarico nella vita religiosa; la seconda, che mai rifiutassi di recarmi in parlatorio; e la terza, che mai rifiutassi di scrivere. A questa richiesta confesso che tutto il mio essere fremette per la grande ripugnanza e avversione che provavo. E risposi: «O mio Signore, Voi mi prendete per il mio lato debole, ma chiederò il permesso». La superiora me lo accordò subito, nonostante la grande pena che me ne sarebbe venuta, e mi fece fare una promessa in forma di voto, affinché non potessi più sciogliermene. Ma, ahimè, quante infedeltà ho commesso, perché non mi fu tolta la ripugnanza che provavo e che è durata tutta la mia vita, ma quella monaca ricevette i sacramenti.

103. Il santo Nome di Gesù Cristo sul suo cuore
Per mostrare fin dove si spingeva la mia infedeltà in mezzo a questi grandi favori, dirò che una volta, sentendo in me un gran desiderio di andare in ritiro e di prepararmi con qualche giorno d’anticipo, volli per la seconda volta incidere il santo nome di Gesù sul mio cuore. Ma mi si formarono delle piaghe. Lo dissi alla mia superiora alla vigilia del giorno in cui dovevo ritirarmi in solitudine, e lei mi rispose che bisognava metterci qualche medicamento, per evitare che me ne venisse qualche pericolosa infezione. Allora me ne lamentai con Nostro Signore: «O mio unico amore, sopporterete che altri vedano il male che mi sono fatta per amore vostro? Non siete così potente da guarirmi, Voi che siete il sovrano rimedio a ogni male?». Infine, toccato dalla pena che provavo all’idea di rendere nota la cosa, Lui mi promise che l’indomani sarei guarita; e così accadde. Non avendolo potuto dire alla superiora perché non ero riuscita a incontrarla, lei m’inviò un biglietto in cui mi diceva di mostrare il mio male alla monaca che lo recava, la quale vi avrebbe posto rimedio. Poiché ero guarita, credetti di essere dispensata dall’obbedire, almeno finché non l’avessi detto alla superiora. A tal fine andai a trovarla e le dissi che non avevo fatto quanto mi era stato indicato nel messaggio, dal momento che ero guarita. Mio Dio, come fui trattata severamente per quel ritardo nell’obbedire, sia dalla superiora sia dal mio sovrano Maestro! Questi mi relegò sotto i suoi sacri piedi e vi rimasi circa cinque giorni, senza fare altro che piangere sulla mia disobbedienza, chiedendogli perdono con continue penitenze. Quanto alla mia superiora, mi maltrattò senza pietà e, seguendo ciò che Nostro Signore le ispirava, mi proibì la santa comunione, che era il supplizio più duro che potessi soffrire nella vita, e avrei mille volte preferito essere condannata a morte. Inoltre, mi fece mostrare la mia ferita alla monaca, che, trovandola guarita, non fece nulla. E tutto questo mi causò una grande vergogna. Ma tutto questo era ancora nulla, perché non c era tormento che non volessi soffrire per il dolore di aver dispiaciuto al mio Sovrano. Questi, dopo avermi mostrato quanto gli era sgradita la benché minima mancanza d’obbedienza in un’anima religiosa, e dopo avermene fatto provare la pena, venne infine Lui stesso ad asciugare le mie lacrime e a ridare vita alla mia anima negli ultimi giorni del ritiro. Ma il dolore non cessò, nonostante tutte le dolcezze e le carezze che mi fece, e mi bastava pensare che gli avevo causato dispiacere per sciogliermi in lacrime. Infatti, mi fece capire talmente bene cos’è l’obbedienza in un’anima religiosa, che confesso che sino allora non l’avevo capito, ma è troppo lungo da spiegare. Mi disse che, per punire il mio errore, quel nome sacro, che avevo inciso in memoria di quanto Lui aveva sofferto assumendo il sacro nome di Gesù, non solo si sarebbe cancellato, ma la stessa sorte avrebbero subito anche i precedenti, che erano ancora ben visibili. Posso dire che il mio fu un autentico ritiro di dolore.

104. Madre Greyfìé le fa chiedere cinque mesi di salute come prova che è davvero lo Spirito di Dio a guidarla
Poiché le mie infermità erano così continue, che non mi abbandonavano mai per più di quattro giorni di seguito, una volta che ero molto malata e quasi non riuscivo a parlare, la superiora venne a trovarmi al mattino e mi consegnò un bigliettino, dicendomi di fare ciò che vi era scritto. Voleva assicurarsi che tutto quanto avveniva in me provenisse dallo Spirito di Dio. Se era così, Lui avrebbe dovuto concedermi piena salute per cinque mesi, senza che avessi bisogno di alcun sollievo durante tutto quel periodo. Se invece era lo spirito del demonio o della natura, sarei rimasta in quelle stesse condizioni. È impossibile dire quanto quel biglietto mi fece soffrire, tanto più che il suo contenuto mi era stato reso noto prima che lo leggessi. Mi fece uscire dall’infermeria con parole che Nostro Signore le ispirava affinché fossero più dolorose e mortificanti per il mio carattere. Presentai dunque quel biglietto al mio Sovrano, il quale non ne ignorava il contenuto, e Lui mi rispose: «Ti prometto, figlia mia, che, per provare che è lo spirito buono a guidarti, avrei accordato tanti anni di salute quanti sono i mesi che la tua superiora chiede e anche ogni altra assicurazione avesse voluto chiedermi». E all’elevazione del santo Sacramento, sentii in modo chiaro che tutte le mie infermità mi venivano tolte, come un vestito da cui venissi spogliata e che venisse riposto. Mi ritrovai con la stessa forza e la stessa salute di una persona molto robusta, che non è stata malata da molto tempo, e trascorsi in queste condizioni il tempo richiesto, trascorso il quale mi ritrovai come prima.

105. Madre Greyfìé la fa uscire dall’infermeria nonostante la febbre, per mandarla in ritiro. Nostro Signore la guarisce
Una volta che avevo la febbre, la superiora mi fece uscire dall’infermeria per mandarmi in ritiro, visto che era il mio turno, e mi disse: «Vai, ti lascio alle cure di Nostro Signore Gesù Cristo. Che ti diriga, ti governi e ti guarisca secondo la sua volontà». Ora, sebbene ciò mi sorprendesse un po’ dal momento che tremavo di febbre, me ne andai comunque contenta di obbedire, sia per ritrovarmi abbandonata alle cure del mio buon Maestro, sia per avere occasione di soffrire per amor suo. Infatti, mi era indifferente come mi avrebbe fatto passare il ritiro, nella sofferenza o nella gioia. «Mi va bene tutto, purché ne sia contento e io possa amarlo», dicevo. Ma non appena mi fui appartata con Lui, si presentò a me, che ero coricata per terra, tutta intirizzita per il freddo e il dolore, e mi fece alzare prodigandomi mille carezze e dicendomi: «Finalmente sei tutta per me e affidata alle mie cure. Voglio restituirti in salute a chi ti ha consegnata malata nelle mie mani». E mi restituì una salute così perfetta, che non pareva proprio che fossi stata malata. Di ciò si stupirono molto e in particolare la mia superiora, la quale sapeva ciò che era successo.

106. In ritiro assapora deliziose gioie ed esercita su se stessa i rigori più duri. Nostro Signore la ferma nei suoi eccessi di penitenza
Non ho mai fatto un ritiro così pieno di gioia e delizie, credendomi in paradiso per via dei continui favori, delle carezze e delle intimità col mio Signore Gesù Cristo, con la sua santissima Madre, col mio santo Angelo custode e col mio beato padre san Francesco di Sales. Non descriverò qui in dettaglio le grazie particolari che ricevetti, perché sarebbe troppo lungo. Dirò solo che il mio amabile Direttore, per consolarmi del dolore che mi aveva causato con la cancellazione del suo nome sacro e adorabile dal mio cuore, dopo che l’avevo inciso con tanto dolore, volle Lui stesso stamparmelo dentro e scriverlo fuori, col sigillo e il bulino infuocato del suo puro amore. Così mi diede mille volte più gioia e conforto che l’altra volta, quando mi aveva provocato dolore e afflizione. Dal momento che mi mancava solo la Croce, senza la quale non potevo vivere né assaporare alcun piacere celeste o divino, perché tutte le mie delizie consistevano nel vedermi conforme al mio Gesù sofferente, non pensai ad altro che a riversare sul mio corpo tutti i rigori permessi dalla libertà in cui mi ritrovavo. E, in effetti, me ne procurai molti, sia con penitenze sia col vitto e col dormire, essendomi preparata un letto di cocci su cui mi concavo con estremo piacere, sebbene la mia natura si ribellasse. Ma era invano, perché non le davo retta. Volevo fare una certa penitenza, di cui avevo grande voglia per via del suo rigore, e pensavo di poter così vendicare su di me le ingiurie che Nostro Signore riceve nel santissimo Sacramento, sia da me, miserabile peccatrice, sia da tutti quelli che lo disonorano. Ma il mio sovrano Maestro, quando stavo per compiere il mio progetto, mi proibì di continuare, dicendomi che voleva restituirmi in buona salute alla superiora, la quale mi aveva affidata alle sue cure. Lui avrebbe gradito il sacrificio del mio desiderio piuttosto che il suo compimento, perché, essendo spirito, voleva anche sacrifici dello spirito. Mi sottomisi contenta.

107. Le posa sulla testa una corona di spine
Una volta che mi recavo alla santa comunione, l’ostia santa mi parve risplendente come un sole, di cui non riuscivo a sostenere il bagliore. Lì in mezzo, Nostro Signore teneva una corona di spine, che mi posò sulla testa dicendomi: «Ricevi, figlia mia, questa corona in segno di quella che ti sarà presto data per renderti conforme a me». Allora non compresi quel che voleva dire, ma ben presto lo capii dagli effetti che ne seguirono: due terribili colpi che ricevetti sulla testa, di modo che da allora mi sembra di averla tutta circondata da spine di dolore acuminatissime, le cui trafitture finiranno con la mia vita. Di questo rendo grazie infinite a Dio, che dispensa favori così grandi alla sua meschina vittima. Ma, ahimè, come dico spesso, le vittime devono essere innocenti e io sono solo una criminale. Confesso che mi sento più in debito col mio Sovrano per questa preziosa corona, che se mi avesse fatto dono di tutti i diademi dei più grandi monarchi della terra. Tanto più che nessuno me la può togliere e che mi costringe spesso a vegliare pensando all’unico oggetto del mio amore, perché non posso appoggiare la testa sul capezzale, a imitazione del mio buon Maestro, che non poteva appoggiare la sua testa adorabile sul letto della Croce. Mi faceva provare gioie e consolazioni inconcepibili il fatto di vedere in me qualche rassomiglianza con Lui. Era con questo dolore che voleva domandassi a Dio suo Padre, in virtù della sua corona di spine cui aggiungevo la mia, la conversione dei peccatori e l’umiltà per quelle teste orgogliose, la cui vanagloria gli è così sgradita e ingiuriosa.

108 Porta la Croce con Nostro Signore e accetta di essere crociftssa da un’acuta malattia
Un’altra volta, in periodo di Carnevale, cioè circa cinque settimane prima del mercoledì delle ceneri, si presentò a me dopo la santa comunione in forma di un Ecce Homo, gravato della sua Croce, tutto coperto di piaghe e lividi. Il suo sangue adorabile colava da ogni parte e Lui diceva con voce dolorosamente triste: «Non ci sarà nessuno che abbia pietà di me e che voglia compatirmi e prendere parte al mio dolore nel pietoso stato in cui mi riducono i peccatori, soprattutto in questo periodo». Io mi presentai a Lui, prosternandomi ai suoi sacri piedi con lacrime e gemiti, e mi caricai sulle spalle quella pesante croce, tutta irta di chiodi. E sentendomi schiacciata da quel peso, cominciai a capire meglio la gravità e la malizia del peccato, detestandola tanto nel mio cuore, che avrei preferito mille volte precipitare nell’inferno, piuttosto che commetterne uno volontariamente. «O maledetto peccato», dicevo, «come sei detestabile, tu che ingiuri il mio sovrano Bene!». Ma il mio Signore mi mostrò che non era sufficiente portare la Croce, perché bisognava che vi fossi appesa con Lui e che gli tenessi fedele compagnia partecipando ai suoi dolori, al disprezzo, agli obbrobri e a tutte le altre indegnità che soffriva. Mi abbandonai subito a tutto quanto Lui desiderava fare in me e di me, lasciandomi appendere secondo il suo desiderio, con un tormento che mi fece presto sentire le punte acute dei chiodi di cui quella croce era cosparsa. Erano vivissimi dolori che suscitavano, invece che compassione, solo disprezzo e umiliazioni e molte altre cose penose per la natura umana. Ma, ahimè, cosa mai potrò io soffrire, che possa uguagliare la grandezza dei miei crimini? Questi mi fanno sprofondare continuamente in un abisso di vergogna, da quando il mio Dio mi ha fatto vedere l’orribile immagine di un’anima in peccato mortale e la gravità del peccato che, ferendo una bontà infinitamente amabile, gli è estremamente ingiuriosa. Questa vista mi fa soffrire più di tutte le altre pene e vorrei con tutto il cuore aver cominciato a soffrire tutte le pene che l’espiazione dei miei peccati richiede, pur di prevenirli e impedirmi di commetterli, piuttosto che essere così miserabile da averli commessi. Anche se sono sicura che il mio Dio, nella sua infinita misericordia, me li perdonerebbe senza darmi quelle pene.

109. Le sue sofferenze durante il Carnevale
Questo stato di sofferenza, di cui ho appena parlato, mi durava normalmente per tutto il periodo di Carnevale fino al mercoledì delle ceneri, e ne ero ridotta allo stremo, senza poter trovare conforto o sollievo che non aumentasse ulteriormente le mie sofferenze. Poi, d’improvviso, trovavo abbastanza forza e vigore per il digiuno quaresimale, cosa che il mio Sovrano mi ha sempre concesso la misericordia di fare, sebbene talvolta mi ritrovassi oppressa da tanti dolori, che spesso, cominciando un esercizio, mi pareva che non sarei riuscita a portarlo a termine. E invece ne cominciavo un altro con lo stesso dolore, dicendo: «O mio Dio, fatemi la grazia di riuscire ad andare sino in fondo!». Così rendevo grazie al mio Sovrano, perché scandiva i miei momenti con l’orologio delle sue sofferenze, per far rintoccare tutte le ore con la ruota dei suoi dolori.

110. Nostro Signore talvolta le dispensava gioie invece dei dolori che aveva chiesto
Quando voleva gratificarmi con una nuova Croce, Lui mi preparava con tale abbondanza e piaceri spirituali, che mi sarebbe stato impossibile sopportarli se si fossero protratti, e allora dicevo: «O mio unico Amore, vi sacrifico tutti questi piaceri! Conservateli per quelle anime sante che vi glorificheranno più di me. Io desidero Voi solo, nudo sulla Croce, lì dove voglio amare solo Voi per amor vostro.
Toglietemi dunque tutto il resto, di modo che vi ami senza mescolare altri interessi o piaceri». Talvolta, in questo periodo, si divertiva a contrariare i miei disegni, come un direttore saggio ed esperto, facendomi godere quando avrei voluto soffrire. Confesso che entrambe le cose provenivano da Lui e che tutti i beni che mi ha fatto sono frutto della sua pura misericordia. Infatti, mai una creatura gli ha opposto resistenza quanto me, per via della mia infedeltà e del grande timore che avevo di essere ingannata. E cento volte mi sono stupita che non mi abbia annientata o che non mi abbia fatta sprofondare a causa delle mie molteplici resistenze.

111. La divina Presenza era severa quando aveva fatto qualcosa di sgradito a Nostro Signore
Ma per quanto grandi siano le mie colpe, quest’unico Bene della mia anima non mi priva mai della sua divina presenza, così come mi ha promesso. Ma, quando gli arreco dispiaceri, me la rende così terribile, che non c’è tormento che mi parrebbe più dolce e cui non mi sacrificherei mille volte, piuttosto che sopportare questa divina presenza e comparire al cospetto della santità di Dio con l’anima macchiata da qualche peccato. In quei momenti, avrei preferito nascondermi e allontanarmi se avessi potuto, ma ogni mio sforzo era inutile, perché ovunque trovavo ciò che stavo rifuggendo, con tormenti così spaventosi che mi pareva di essere in purgatorio. Tutto in me soffriva, senza conforti né desiderio di trovarne, e talvolta mi ritrovavo a dire nella mia dolorosa amarezza: «Oh, che cosa terribile è cadere nelle mani del Dio vivente!». Ed ecco come purifica le mie colpe, quando non sono abbastanza pronta e fedele da punirmi da sola. Mai ricevo grazie particolari dalla sua bontà che non siano precedute da tormenti di questo genere. E dopo averle ricevute, mi sento sprofondare in un purgatorio di umiliazione e confusione, dove soffro più di quanto riesca a esprimere. Ma conservo sempre una pace inalterabile, con la sensazione che nulla può turbare il mio cuore, sebbene la parte inferiore sia spesso agitata dalle mie passioni e dal mio nemico. Questi, infatti, prodiga tutti i suoi sforzi, perché non c’è nulla in cui sia più potente e sa bene che il suo grosso guadagno lo trova in un’anima turbata e inquieta. Il demonio sa come farne il suo giocattolo e renderla incapace di ogni bene.

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