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Ciascuno di noi è un messaggio che Dio manda al mondo (P. G. Vannucci OSM)

Una passo del Vangelo per te

UN PASSO DEL VANGELO PER TE
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Della devozione di S. Teresa d'Avila a S. Giuseppe, primo tra tutti i Santi

Alla Vergine Maria, mediatrice di tutte le grazie, la Chiesa tributa il culto di iperdulia = al di sopra di tutti i Santi, e a San Giuseppe il culto di protodulia = primo tra tutti i Santi.

Dall'autobiografia di Santa Teresa d’Avila (Vita, VI, 5-8)
“Quando vidi lo stato in cui mi avevano ridotta i medici della terra e come fossi tutta contorta in così giovine età, decisi di ricorrere ai medici del cielo e domandare ad essi la salute, perché quantunque sopportassi quel male con tanta gioia, desideravo anche di guarire. Pensavo talvolta che se con la salute avessi dovuto dannarmi, sarebbe stato meglio rimanere così, ma insieme m'immaginavo con la salute di poter servire meglio il Signore. Ecco qui il nostro errore: non voler rimetterci in tutto nelle mani di Dio che sa meglio di noi quello che ci conviene.
Cominciai a far celebrare messe e a recitare orazioni approvate. Non fui mai portata a certe devozioni che praticano alcuni, specialmente donne, nelle quali entrano non so quali cerimonie che io non ho mai potuto soffrire e che a loro piacciono tanto. Poi si conobbe che non erano convenienti e che sapevano di superstizione.

Atto d'amore a Gesù di S. Teresa D'Avila

"Se ti amo, o mio Tesoro, non è per il Cielo che mi hai promesso. Se temo di offenderti, non è per l’inferno di cui sono minacciata.
Quel che mi attira a te, sei tu, tu solo: è vederti inchiodato sulla croce, col corpo straziato, in agonia di morte.
E il tuo amore si è talmente impadronito del mio cuore che anche se il Paradiso non esistesse, ti amerei lo stesso; se non esistesse l’inferno ti temerei ugualmente.
Tu nulla hai da promettermi, nulla da darmi per provocare il mio amore: quand'anche non sperassi quel che spero, ti amerei come ti amo".

(Santa Teresa d'Avila)

Santa Teresa d'Avila Dottore della Chiesa (1515 - 1582 )

La mia vita era una vita tra le più penose che si possa immaginare perché non godevo di Dio, né trovavo felicità nel mondo... Anelavo a vivere, giacché mi rendevo conto di non stare vivendo, bensì lottando contro un’ombra di morte... Oramai la mia anima si sentiva stanca e, sebbene lo volesse, le sue antiche abitudini non le permettevano assolutamente di riposare... (Autobiografia 8,2.12; 9,1).
La donna che parla così di se stessa, colta in un momento di disperante stanchezza spirituale, è Teresa d’Avila, a circa quarant'anni di età, quando non si era ancora arresa totalmente a Dio, anche se era già monaca carmelitana da vent'anni.
Di questo primo periodo monastico, ella scrive: Trascorsi quasi vent'anni in questo procelloso mare, cadendo e rialzandomi, ma rialzandomi male perché tornavo sempre a cadere (8,2): una vicenda così meschina, per cui bramerei che i miei lettori mi aborrissero, vedendo descritta un’anima tanto ostinata e misconoscente verso Colui che le ha accordato tante grazie (8,1).
Che cosa accadeva dunque dietro le mura di quel Monastero dell’Incarnazione, ad Avila, in cui Teresa de Ahumada viveva ormai da due lunghi decenni?
«Io sono la più debole e misera creatura dell’intera umanità» (7, 22) - ella confessa, - e noi abbiamo ragione a immaginate un dramma interiore di estrema gravità e violenza. Eppure si tratta di un dramma alla cui qualità noi non siamo certo abituati; noi immaginiamo facilmente tentazioni, cadute e pentimenti secondo schemi corposi e in fondo banali, ma ci è difficile immaginare l’esistenza di drammi spirituali che si sviluppano più duramente di una battaglia, ma su un terreno in cui si tratta esclusivamente dell’amore dovuto a Dio.