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Maria è pozzo d'amore ove l'anima in Cristo s'immerge

In nomine Patris, et Filii, et Spiritus Sancti. Amen.
Orate fratres Deum pro Pontificem Maximo Francisco, pro exaltatione Sanctae Ecclesiae ac haeresum extirpatione, pro nationum concordia, pro principibus christianis, pro tranquilitate populorum, ut omnes una aeternis gaudiis tandem perfruamur.
Custodi nos Domine ut pupilam oculi sub umbra alarum tuarum protege nos.
Gloria Patri, et Filio, et Spiritui Sancto. Sicut erat in principio, et nunc, et semper, et in saecula saeculorum. Amen.

Una passo del Vangelo per te

UN PASSO DEL VANGELO PER TE

23 settembre Sant'Elisabetta madre di Giovanni Battista

L'annuncio della nascita di Giovanni
Nell'ora in cui si bruciava l'incenso egli (Zaccaria) si trovava all'interno del santuario e tutta la folla dei fedeli stava fuori a pregare. In quell'istante un angelo del Signore apparve a Zaccaria al lato destro dell'altare sul quale si offriva l'incenso. Appena lo vide, Zaccaria rimase molto sconvolto. Ma l'angelo gli disse: "Non temere, Zaccaria! Dio ha ascoltato la tua preghiera. Tua moglie Elisabetta ti darà un figlio e tu lo chiamerai Giovanni. La sua nascita ti darà una grande gioia, e molti saranno contenti. Il Signore l'avrà in grande considerazione per realizzare i suoi progetti. Egli non berrà mai vino né bevande inebrianti ma Dio lo colmerà di Spirito Santo fin dalla nascita. Questo tuo figlio riporterà molti Israeliti al Signore loro Dio: forte e potente come il profeta Elia, precederà la venuta del Signore, per riconciliare i padri con i figli, per ricondurre i ribelli a pensare come i giusti. Così egli preparerà al Signore un popolo ben disposto."

Sant'Elisabetta madre di Giovanni Battista: nel Martirologio Romano, 23 settembre.
Elisabetta conosceva bene l'inverno. Il freddo che attanaglia le viscere mese dopo mese, anno dopo anno mentre aspettava il fiorire di una vita nel suo grembo che rimaneva invece vuoto, morto. La sofferenza scavava un solco nel suo cuore, dubbi e interrogativi che si ripresentavano quotidianamente, ma che non intaccavano la sua profonda fedeltà al Dio amato e venerato nell'osservanza di tutte le leggi.
Una irreprensibilità che le merita un 'nome' nelle Scritture e quando qualcuno (ancor più se si tratta di una donna) viene indicato con il suo nome, si riconosce che quella persona ha un ruolo particolare nella storia della salvezza. Elisabetta non solo è ricordata con il suo nome, ma anche con l'appellativo di "giusta davanti a Dio” (Lc 1,6) che raramente è rivolto a una donna nella Bibbia e che, nel Nuovo Testamento, appartiene solo a lei.

Nel suo popolo - il popolo scelto da Dio - la donna sterile è una donna che vive sempre nella vergogna, che veniva considerata come misteriosamente castigata da Dio, additata da tutti per questo disonore, impossibilitata a dimenticare questa sofferenza della propria vita perché detta da tutti sterile (1,36).
Elisabetta si inserisce, con questo fatto che segna la sua vita, nella lista delle Madri del popolo ebreo: Sara, Rebecca, Rachele... donne che hanno costruito la storia del loro popolo a partire dalla sofferenza di non aver subito dei figli, che non si sono stancate di pregare e di attendere, e che di questo dolore hanno fatto motivo di 'forza' e, una volta diventate madri, di lode a Dio.

Anche Elisabetta, pur nel suo dolore, rimane 'giusta' davanti a Dio, a quel Dio che sembra essere 'ingiusto' davanti a lei: la sua fede non vacilla, anno dopo anno, cercando di capire il modo di agire di Dio, anche quando si comporta in modo incomprensibile; è una fede che sa vivere anche l'oscurità come invocazione e promessa di luce, ed è proprio questo atteggiamento che non si stanca di aspettare, che le fa accogliere, oltre all'amarezza di tutti quegli anni, anche l'imprevisto di Dio che irrompe nella sua storia.
Di fronte al concepimento di quel figlio tanto atteso, Elisabetta legge il dono ormai insperato del Dio in cui ha faticosamente, ma tenacemente, creduto in tutta la sua lunga vita. Il Dio in cui crede Elisabetta non è un Dio che vuole umiliare o ferire, ma un Dio che libera gli oppressi dalla loro angoscia, che porta con ciascuno il peso dei giudizi che feriscono l'anima, un Dio che finalmente toglie la vergogna che gli uomini gettano addosso.

Elisabetta "si tenne nascosta per cinque mesi” (1,25). Il Vangelo non ci dice nulla di quei cinque mesi, ma chiunque abbia vissuto l'attesa di un figlio li può immaginare: una gioia sconfinata mista al pudore di far vedere la propria condizione in un'età così avanzata; i dialoghi con quella vita che le cresceva dentro; l'interrogarsi sul significato di tutto quello che stava accadendo e poi la preghiera, sicuramente un continuo affidare a Dio quel nuovo segno di primavera che stava nascendo in quegli stessi solchi che la sofferenza dell'inverno aveva tracciato. Cinque mesi in cui, con Zaccaria reso muto dalla difficoltà a credere nell'impossibile, si ampliava il silenzio che poteva aiutare a custodire meglio, dentro di sé, la Parola. Sola con Dio e con il marito, Elisabetta riflette sulla grazia che è entrata nella loro vita. Quel tempo di nascondimento scelto da Elisabetta si affiancano al silenzio imposto a Zaccaria quasi a condividere la necessità di far crescere e maturare nell'ascolto quella vita nuova, così come ogni seme ha bisogno di un tempo di buio e nascondimento nei solchi della terra, per poter fiorire e portare frutto.
Questo lungo periodo di raccoglimento viene interrotto, o meglio portato a compimento, dalla visita di Maria. L'incontro che avviene tra Maria ed Elisabetta è l'unico incontro narrato nel Nuovo Testamento dove sono due donne ad essere protagoniste, in questo caso con i figli che crescevano nel loro grembo.

Maria è giovane e vergine, Elisabetta vecchia e fino a quel momento detta la sterile. È l'incontro tra l'inverno e la primavera della vita, due esistenze vissute nella fiducia che la volontà di Dio si realizza sempre. Quando Elisabetta sente il saluto di Maria il bambino nel suo ventre sussultò. Il verbo, che nel Nuovo Testamento è usato solo da Luca, indica saltare, sobbalzare, ma anche danzare, ed è bello pensare che Giovanni danza di gioia nel ventre della madre e che lei, ripiena di Spirito Santo, comprenda questo avvenimento in ordine alla salvezza.
Le parole di Elisabetta a Maria non sono, infatti, solo un saluto di risposta, ma l'interpretazione di ciò che sta avvenendo, una vera e propria proclamazione. Elisabetta, ci dice il vangelo, 'esclama a gran voce' (1,42) e questa è la modalità del profeta, che riesce a svelare quello che è ancora nascosto: parla a partire da sé, ma perché ripiena di Spirito Santo, come quando parlano i profeti.
Le prime parole di Elisabetta sono parole di benedizione nei confronti di Maria e del bimbo che porta in grembo e, subito dopo, di riconoscimento: Maria è la Madre del Signore. È la prima volta che Gesù è chiamato Signore nel vangelo di Luca; così lo chiameranno anche gli angeli quando annunceranno la sua nascita ai pastori (2,11), ma così sarà soprattutto chiamato dalla prima comunità, dopo la Pasqua di Risurrezione. Con queste parole, suggerite dallo Spirito, Elisabetta diviene la prefigurazione dei primi credenti.

Nei dialoghi, nel sostegno, nello stare insieme per tre mesi, Maria ed Elisabetta prendono coscienza della loro vocazione, dell'essere "spazio vivente” di salvezza per tutti gli uomini. Si prendono cura una dell'altra e se a quel tempo - e in ogni tempo - era normale che le donne incinte fossero aiutate da altre donne più mature ed esperte, per Elisabetta e Maria le cose sono diverse. Il rapporto che le lega va oltre l'aiuto vicendevole perché ciascuna di loro aveva bisogno di parlare con l'altra per condividere l'ordinaria 'straordinarietà' delle loro gravidanze; avevano l'urgenza - che aveva fatto muovere in fretta Maria verso la casa di Elisabetta - e la necessità di aiutarsi a leggere la presenza di Dio nelle loro storie, quella presenza così profondamente incisa nella loro carne, nei loro corpi.

Quando, finalmente, il tempo dell'attesa è compiuto, Maria ritorna alla sua casa. Il figlio sognato per lunghi anni viene da Elisabetta dato alla luce, consegnato al mondo. I vicini e i parenti volevano chiamarlo Zaccaria, il nome di suo padre, ma lei si impone: no, si chiamerà Giovanni (Lc 1,60). Il no di Elisabetta consente a Zaccaria di accogliere interamente l'annuncio dell'angelo, confermando così il nome assegnato al loro figlio da Dio ancora prima del concepimento. Scriverà sulla tavoletta "Giovanni è il suo nome” (1,63) e finalmente si scioglierà la sua lingua ritrovando la capacità di pronunciare quelle parole di benedizione (1,64) che sempre hanno fatto parte della vita di Elisabetta. Lei, che ha saputo dire bene di Dio durante tutta la sua vita, è rimasta "giusta” davanti a Lui fino alla fine.
Luca termina il primo capitolo del suo Vangelo raccontando che Giovanni "cresceva e si fortificava nello spirito” (1,80). Come sarebbe stato possibile il contrario? Giovanni aveva accanto, per aiutarlo a crescere nell'ascolto di Dio e nella fiducia della sua presenza, una madre che era stata colmata di Spirito Santo finchè lui era ancora nel suo grembo, una madre che, in tutte le stagioni della sua vita, era rimasta fedele al significato del suo stesso nome: Elisabetta, "Dio ha giurato”.

Donatella Mottin

Tratto da: orsolinescm.it

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