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Maria è pozzo d'amore ove l'anima in Cristo s'immerge

In nomine Patris, et Filii, et Spiritus Sancti. Amen.
Orate fratres Deum pro Pontificem Maximo Francisco,
pro exaltatione Sanctae Ecclesiae ac haeresum extirpatione,
pro nationum concordia,
pro principibus christianis,
pro tranquilitate populorum,
ut omnes una aeternis gaudiis tandem perfruamur.
Custodi nos Domine ut pupilam oculi sub umbra alarum tuarum protege nos.
Gloria Patri, et Filio, et Spiritui Sancto. Sicut erat in principio, et nunc, et semper, et in saecula saeculorum. Amen.

Una passo del Vangelo per te

UN PASSO DEL VANGELO PER TE

Vangelo di domenica 10 maggio 2015 (Giovanni 15, 9-17) con meditazione del Card. Piovanelli

VI Domenica di Pasqua - Anno B
"Io ho scelto voi e vi ho costituiti perché andiate e portiate frutto"
Dal Vangelo secondo Giovanni 15, 9-17.
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: "Come il Padre ha amato me, anche io ho amato voi. Rimanete nel mio amore. Se osserverete i miei comandamenti, rimarrete nel mio amore, come io ho osservato i comandamenti del Padre mio e rimango nel suo amore.
Vi ho detto queste cose, perché la mia gioia sia in voi e la vostra gioia sia piena.
Questo è il mio comandamento: che vi amiate gli uni gli altri come io ho amato voi.
Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la sua vita per i propri amici. Voi siete miei amici, se fate ciò che io vi comando. Non vi chiamo più servi, perché il servo non sa quello che fa il suo padrone; ma vi ho chiamato amici, perché tutto ciò che ho udito dal Padre mio l’ho fatto conoscere a voi. Non voi avete scelto me, ma io ho scelto voi e vi ho costituiti perché andiate e portiate frutto e il vostro frutto rimanga; perché tutto quello che chiederete al Padre nel mio nome, ve lo conceda. Questo vi comando: che vi amiate gli uni gli altri".
Parola del Signore.

Il Vangelo di oggi è la continuazione del Vangelo di Domenica scorsa. Gesù, dopo averci presentato l’allegoria della vite e dei tralci, spiega quello che avviene in quelli che rimangono attaccati a lui.
Ci sono, per Cristo, infatuazioni superficiali, che nascono dall’emozione e dall’entusiasmo di un momento, e c’è un attaccamento forte e duraturo, che nessuna tentazione e nessuna prova è capace d’infrangere.
Questa adesione forte e decisa è espressa da Giovanni con il verbo rimanere. (ménein, in greco), che ricorre ben sette volte nella parabola della vite ed è ripreso per tre volte all’inizio del nostro brano.
Gesù rimane nell’amore del Padre, perché è sempre unito a lui, gli è fedele e fa sempre le cose che gli sono gradite (Gv 8,29).
I discepoli possono divenire nel mondo un riflesso di questa unione solo se rimangono nel suo amore e osservano i suoi comandamenti. Osservare i suoi comandamenti: non tanto diventando schiavi della Legge, quanto mettendo in pratica la sua Parola: “Se qualcuno mi ama osserverà la mia parola e il Padre mio lo amerà e noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui” (Gv 14,23).
In queste parole e in queste immagini è facile scoprire il richiamo all’Eucaristia, il sacramento dove si celebra e si realizza questa unione intima col Signore: “Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue dimora in me e io in lui” (Gv 6,56).
Ecco la ragione per cui, prima di accostarsi alla comunione, ognuno deve “esaminare se stesso”, per verificare se davvero è deciso a rimanere nel Signore, ché altrimenti il suo gesto è una menzogna ed egli “mangia e beve la propria condanna” (1 Cor 11,28-29).
Nei  primi versetti  del brano  Gesù non presenta il suo amore come un modello da imitare, ma come una vita che continua  nei discepoli, i quali, nel battesimo, sono stati inseriti in lui divenendo sue membra. Così è lui stesso che attua in loro la propria vita. Nei discepoli è Cristo che annuncia la lieta notizia al povero, che ama, cura, consola, asciuga le lacrime della vedova e dell’orfano.
Frutto di questa unione con Cristo e con il Padre è la pienezza della gioia (Gv  15,11).
Per sette volte nel Vangelo di Giovanni ricorre il termine gioia.
Il primo a impiegarlo è il Battista (Gv 3,29): “l’amico dello sposo esulta di gioia alla voce dello sposo. Ora questa mia gioia è completa”.
Dice Gesù: “Chiedete ed otterrete, perché la vostra gioia sia piena” (Gv 16,24)
“La vostra afflizione si cambierà in gioia” (Gv  16,20)
La donna, dopo il parto, “non si ricorda più della sofferenza, per la gioia che è venuto al modo un uomo” (Gv 16,21)
“Chiedete ed otterrete, perché la vostra gioia sia piena”  (Gv  16,24)
“Vi ho detto queste cose, perché  la mia gioia sia in voi e la vostra gioia sia piena” (Gv 15,11)
“Nessuno vi potrà togliere la vostra gioia” (Gv 16,22)
“Dico questo mentre sono nel mondo, perché abbiano in se stessi la pienezza  della mia gioia” (Gv 17, 13)
Questa gioia, l’unica vera e duratura, non può essere ottenuta che seguendo Cristo e portando la sua croce: “la vostra afflizione si cambierà in gioia”, ha detto Gesù. E non è, questa, la grande lezione della Pasqua?
Gesù con chiarezza e decisione afferma che chiama i suoi discepoli non “servi”, ma “amici”. Il fatto che tanti personaggi dell’Antico Testamento si proclamino “servi” (come Abramo, Mosè, Davide, i profeti), che anche gli apostoli Pietro e Paolo si qualifichino come “servi” e Maria stessa si proclami “serva del Signore”, mentre allo stesso Gesù è applicata la parola di Isaia “Ecco il mio servo, che io ho scelto” (Mt 12,17-18), costringe  a ricercare la ragione di questa espressione sulle labbra del Maestro. Il servo è coinvolto solo esteriormente nel progetto del padrone, è un esecutore di ordini e di compiti che gli vengono affidati. L’amico, invece, è un confidente, è colui col quale si coltiva una comunione di vita, di progetti, di intenti.
L’amico è felice quando può rendere un favore alla persona amata, non le nasconde nulla, non chiede compensi per il servizio prestato.
Gesù chiama “amici” i suoi discepoli perché a loro ha rivelato il progetto del Padre (tutto ciò che ho udito dal Padre mio l’ho fatto conoscere a voi).
Solo una comunità i cui membri sono legati con Cristo e, conseguentemente, con gli altri da un vincolo di amicizia e fanno perciò  esperienza viva di accoglienza, sopportazione, perdono, reciproco servizio, cordiale condivisione di beni,  solo questa comunità può annunciare al mondo fraternità e pace.

Dio onnipotente, fa’ che viviamo con rinnovato impegno questi giorni di letizia in onore del Cristo risorto, per testimoniare nelle opere il memoriale della Pasqua, che celebriamo nella fede. O Dio, che ci hai amato per primo e ci hai donato il tuo Figlio, perché riceviamo la vita per mezzo di lui, fa’ che nel tuo Spirito impariamo ad amare gli uni gli altri come lui ci ha amati, fino a dare la vita per i fratelli.

Card. Piovanelli
Meditazione tratta da: diocesitrivento.it

"Si deve partire per un'avventura in cui chi calcola le cose non sei tu"
Don Giussani

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