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Maria è pozzo d'amore ove l'anima in Cristo s'immerge

In nomine Patris, et Filii, et Spiritus Sancti. Amen.
Orate fratres Deum pro Pontificem Maximo Francisco,
pro exaltatione Sanctae Ecclesiae ac haeresum extirpatione,
pro nationum concordia,
pro principibus christianis,
pro tranquilitate populorum,
ut omnes una aeternis gaudiis tandem perfruamur.
Custodi nos Domine ut pupilam oculi sub umbra alarum tuarum protege nos.
Gloria Patri, et Filio, et Spiritui Sancto. Sicut erat in principio, et nunc, et semper, et in saecula saeculorum. Amen.

Una passo del Vangelo per te

UN PASSO DEL VANGELO PER TE

San Norberto di Gennep fondatore dei Canonici Regolari Premostratensi

San Norberto Vescovo - 6 giugno - (Memoria Facoltativa)
Xanten, Germania, 1080-1085 - Magdeburgo, 6 giugno 1134 
Emblema: Bastone pastorale

L'anno 1115 dell’Incarnazione, sotto il pontificato di Pasquale II e il regno dell'imperatore Enrico V il Giovane, Norberto, della razza dei Franchi e dei Germani Salici, era già in vista nella città di Xanten. Nel pieno vigore dell'età, non era che suddiacono.
La natura l’aveva dotato di un corpo agile e armonioso; univa una grande facilità di parola a molta istruzione, e le sue maniere graziose erano un incanto per tutti i suoi conoscenti.
Suo padre, Eriberto, signore di Gennep, vicino alla foresta di Cassel, e sua madre Edvige, avevano deciso che sarebbe diventato chierico; speravano, da una rivelazione avuta in sogno, che sarebbe diventato un grande personaggio. Di fatto, Norberto possedeva qualche prestigio alla corte imperiale e in arcivescovado a Colonia, ma l’abbondanza delle sue ricchezze e delle facilità materiali gli facevano mettere in disparte il timore di Dio, per seguire ogni suo capriccio. Godeva da tempo di quei vantaggi”.

Un giorno, splendidamente vestito di seta, si affrettava in grande segreto, accompagnato da un solo paggio, verso una città di nome Wreden. Per strada, si trovò immerso in una densa nuvola in cui lampeggiavano lampi e tuoni. Era tanto più spiacevole che non c’era alcuna fattoria per offrir loro un rifugio, e Norberto era turbatissimo, come pure il suo paggio. Ad un tratto si udì un rumore tremendo, e un fulmine cadde ai suoi piedi in una luce abbagliante, scavando una buca profonda, della dimensione di un uomo. Ne usciva un odore fetido che lo penetrava e impregnava le sue vesti. Sbalzato dal suo cavallo, ha l’impressione di sentire una voce piena di rimproveri. Rientra in se stesso, si penetra di rimorso e incomincia a meditare la parola del salmista : «Cessa di fare il male e fà il bene».

Con questi sentimenti torna indietro. A casa, riveste un cilicio sotto le sue vesti, perché d’ora in poi il timore di Dio gli ispirò la cura della sua salvezza. In vista dell’espiazione seria dei suoi peccati, si mise a frequentare l'abbazia di Siegburg ed entrò nell'intimità di Conone che ne era l’abate. Era un uomo di santa vita, la cui dottrina e direzione gli fecero fare grandi progressi nel timore e nell'amore del Signore.
Quando arrivarono le Quattro Tempora, che sono i giorni indicati dal diritto ecclesiastico per le ordinazioni, Norberto, sempre subdiacono, si presentò al signore Federico, arcivescovo di Colonia, e lo pregò di ordinarlo diacono e sacerdote lo stesso giorno. Era questa una cosa vietata dalle leggi canoniche. Perciò l’arcivescovo volle conoscere le ragioni di un desiderio così repentino e inatteso. Di fronte all’insistenza del prelato, Norberto si prostrò ai suoi piedi, e, con molte lacrime e sospiri, confessò il suo rimorso per la vita peccatrice e ne chiese perdono. Dichiarò poi di aver preso la ferma e irrevocabile risoluzione di convertirsi”.
Dopo lunga deliberazione e minuzioso esame delle conseguenze possibili, l'arcivescovo - nonostante la ragione e l'usanza che si opponevano al conferimento simultaneo del diaconato e del sacerdozio - finì per concedere, senza svelare i motivi, la dispensa dell'interstizio e concedette quella grazia inattesa.
All'ora dell’ordinazione Norberto, nel prendere le vesti liturgiche, iniziò col lasciare il suo abito secolare per rivestirne un altro che sembrava meglio convenire ad un religioso; poi indossò le vesti sacre e ricevette lo stesso giorno il diaconato, poi il sacerdozio.

Essendo così soddisfatto il suo desiderio, tornò al monastero di Siegburg per prepararsi durante quaranta giorni al servizio di Dio e alle funzioni sacerdotali. Poi tornò alla chiesa di Xanten. Nel giorno indicato, celebrando i santi misteri, rivolse un’esortazione all'assistenza. L’indomani, in Capitolo, parlò ai suoi confratelli. Con grande libertà li riprese, li supplicò, anzi li rimproverò, tuttavia con ogni pazienza e dottrina, e dette loro alcuni avvisi. Quelle ammonizioni si ripeterono: ciò irritò alcuni fratelli. Norberto fu oggetto di scherno. Si andò anche oltre. Un uomo di bassa estrazione ebbe l’ardire di sputargli in faccia. Di fronte a questo oltraggio Norberto si trattenne, conservò il silenzio e si asciugò il volto. Il ricordo delle sue mancanze gli fece preferire alla vendetta le lacrime effuse davanti a Dio.
Alcuni giorni più tardi, indebolito dai digiuni e dalle veglie, stava celebrando la messa in una cripta, quando un grosso ragno cadde nel calice dopo la consacrazione. Ciò lo fece fremere. Era la scelta tra la vita e la morte! Ma per non lasciare perdere niente delle specie consacrate, decise di rischiare la vita e assorbì tutto il contenuto del calice. Dopo la messa, credendo di dover presto morire, rimase in preghiera davanti all'altare per raccomandarsi, nella morte, al Signore. Colto dal prurito, si stropiccia un po'. Ad un tratto uno starnuto, il ragno esce vivo! Si vede in quell' evento la sua fede in Dio e il bene che Dio gli voleva.

Ogni giorno d'ora innanzi il progresso di Norberto sulla via della perfezione si notava. Andava spesso a Siegburg, spesso anche in una chiesa di chierici regolari, chiamata Rolduc. Più frequentemente ancora visitava un eremita, Ludolfo, uomo di ammirevole santità, di vita austerissima, che conduceva vita clericale. Amante della povertà, testimone senza paura della verità, godeva in quel tempo di una fama notevole; ciò non gli impedì di subire per i suoi fratelli e per se stesso parecchi attacchi e, più ancora, minacce da parte di cattivi sacerdoti e di chierici di cui biasimava troppo spesso i vizi. Inoltre, Norberto si adoperava totalmente per osservare le usanze e le osservanze di ogni specie di regolari, di monaci, di anacoreti e di reclusi, il cui esempio lo trascinava verso il progresso spirituale. In seguito, tornò a casa e rimase per due anni nel sobborgo di Xanten, vicino ad una chiesa di cui era patrono, situata sul monte detto Furstenberg. Alla pari di un eremita vi si dedicava alla preghiera, alla lettura e alle sante meditazioni. Mortificava il corpo con digiuni e veglie, e offriva ogni giorno sul santo altare piacevoli olocausti1. Trascorreva spesso le notti senza dormire, e dichiarava che la pratica delle veglie era molto fruttuosa, benché penosa per il corpo e soggetta a frequenti tentazioni. Una notte pregava Dio di dirigerlo e di aiutarlo a perseverare. Pian piano cede al sonno e arriva al punto di sostenersi il mento con la mano. È il momento scelto dall'antico nemico. Norberto lo sente gridare con tono insolente : «Allora, tutte le tue risoluzioni ? Speri di osservarle? Non sei nemmeno capace di farlo una sola notte! La Verità stessa dice che non sei che un bugiardo e il padre della menzogna ». A queste parole il cattivo spirito, confuso, fuggì. Tutto questo procurava a Norberto parecchie critiche.

Si recò allora al concilio che il signore Conone, legato della Sede Apostolica, teneva nella chiesa di Fritzlar, in presenza di arcivescovi, vescovi, abati, nonché di una grande folla di chierici e di laici. Lì i rivali di Norberto esposero le proprie lagnanze contro di lui, «Perché, chiedevano, egli ha usurpato la licenza di predicare? Perché pretende di portare un abito religioso, mentre vive dai propri beni e non è entrato in nessuno degli Ordini esistenti? Perché, rimanendo secolare, ostenta di non indossare pellicce di pecora o di capra? » A questo Norberto rispose: « S'impugna la mia predicazione? È scritto: se qualcuno riconduce un peccatore dalla strada dove si smarrisce, salverà la sua anima e coprirà una moltitudine di peccati. D'altronde, il potere di predicare ci è stato conferito dall’ordinazione sacerdotale, nel momento in cui il vescovo ha detto : "Ricevete il potere di annunziare la parola di Dio e siate i suoi testimoni". Mi si chiede a quale Ordine religioso appartengo? Risponderò: “La religione pura e senza macchia di fronte a Dio nostro Padre consiste nel visitare gli orfani e le vedove nelle loro afflizioni e nel preservarsi dalle sozzure del mondo". E per il mio abito? Ascoltate il primo pastore della Chiesa insegnarci che Dio non si compiace di un vestito prezioso. Perciò si legge che s.Giovanni Battista era vestito di peli di cammello e che Cecilia indossava un cilicio sulla carne. Pertanto il Creatore dell'uomo, all'inizio del mondo, fece e dette ad Adamo non una veste di porpora, ma una tonaca di pelle ».
Terminata così la sua difesa, lasciò Fritzlar. Ma constatando che dopo tre anni di sacerdozio né la sua parola né il suo esempio erano di profitto per i suoi compaesani, decise di lasciare il paese. Prima della partenza, diede definitivamente la chiesa di Furstenberg, di cui abbiamo parlato, al monastero di Siegburg, con l’accordo che i monaci vi avrebbero servito Dio in perpetuo. Poi rinunziò tra le mani dell'arcivescovo Federico a tutti i benefìci e rendite che deteneva da lui. Vendette allo stesso modo le sue case, le sue proprietà e tutti i diritti ereditari, nonché il mobilio, e distribuì il ricavato ai poveri. Si riservò soltanto le vesti sacerdotali e una piccola somma di denaro stimata a 10 marchi. Poi, in compagnia di due fratelli, nel nome del Signore, iniziò la sua vita di pellegrinaggio.

Giunto al borgo di Huy, sulla Mosa, distribuì tutto il suo denaro ai poveri. Così alleggerito da ogni fardello temporale e vestito soltanto di una tonaca di lana e di un mantello, a piedi scalzi, in un inverno rigorosissimo, partì per Saint-Gilles con i suoi due compagni. Vi trovò il papa Gelasio II, successore di Pasquale II che era morto da poco.
A sua richiesta, ottenne il perdono della mancanza canonica commessa nel ricevere simultaneamente due ordini sacri. Vedendolo prudente, pieno di zelo per la causa di Dio, il pontefice tentò di trattenerlo presso di se. Ma Norberto con tutta umiltà confessò i suoi desideri e ricevette il permesso di andarsene. Ottenne anche la licenza di predicare dovunque, a piacere, e il Pontefice glielo confermò per lettera.
Investito con mandato apostolico della missione di predicare, attraversò, tornando da Saint-Gilles, regioni dove la neve gli saliva fino alle ginocchia e, sempre a piedi scalzi, per strade gelate, raggiunse Orleans. Lì un subdiacono gli si unì: ecco adesso per lui tre compagni. Con loro giunse a Valenciennes la vigilia delle Palme.
L'indomani, quando predicò alla gente, per grazia di Dio tutti l'accolsero con simpatia. Lo pregarono pure di fermarsi qualche tempo per riposarsi. Non voleva però accettare, ma i suoi compagni caddero ad un tratto malati, e ciò l’obbligò a rimanere per curarli. Poco dopo, nell'ottava stessa di Pasqua, si addormentarono piamente nel Signore. I due laici furono sepolti nella chiesa di S, Pietro, nel borgo di Valenciennes, vicino al mercato, a sinistra, verso ovest; il subdiacono, avendo fatto professione monastica, fu inumato nella chiesa di Nostra Signora della medesima città.

Ora, il mercoledì santo, il celebre vescovo di Cambrai, il signore Burcardo, venne a passare da questa città. Norberto si recò a rendergli visita, perché lo conosceva da molto tempo. Si presentò dunque alla porta della casa dove il vescovo era ospitato. Un chierico l’introdusse nell’appartamento. Alcune parole lo fecero riconoscere da parte del presule, che si mostrò estremamente commosso nel vederlo scalzo e così miseramente vestito con tale freddo. L’abbracciò tra le lacrime. «Norberto, disse, mai avremmo creduto questo di te; mai ne avremmo avuto neppure l'idea». Il chierico che l'aveva introdotto rimase assai sorpreso dei sentimenti del vescovo nei confronti di quel visitatore. Ne chiese il motivo. «L'uomo che hai visto, rispose il vescovo, è stato educato con me alla corte imperiale. Era un personaggio di tale nobiltà e di tale opulenza che ha rifiutato la mia diocesi quando gliela proposero». A quelle parole il chierico si mise a piangere, senza dubbio perché vedeva piangere il suo maestro, ma anche perché desiderava segretamente abbracciare quel genere di vita. Perciò egli si informò discretamente sulla strada che Norberto intendeva prendere.Ma, all’improvviso, Norberto cadde gravemente ammalato nella stessa città.
Il vescovo lo fece curare con bontà. Ogni giorno inviava qualcuno dei suoi famigli a prendere sue notizie, tra gli altri il chierico di cui abbiamo parlato.
Quando il malato si ristabilì, venne a trovarlo il chierico e gli promise di diventare suo compagno di professione e di strada. Norberto rese grazie a Dio, pensando che sarebbero partiti insieme, ma il chierico fece sapere che prima desiderava sistemare alcune cose. Un po' deluso, Norberto gli rispose semplicemente: «Bene, fratello. Se la tua vocazione viene da Dio, niente la romperà». Secondo la promessa mise a posto i suoi affari e tornò a unirsi all'uomo di Dio. Il nome di quel chierico era Ugo.
Felice di tale compagnia, Norberto visitava con lui borghi, città e villaggi; predicava, riconciliava i nemici, spegneva gli odi e le contese più indurite. Non chiedeva niente a nessuno, ma, quando gli si faceva qualche offerta, la distribuiva ai poveri e ai lebbrosi. Era infatti sicurissimo che la grazia di Dio gli avrebbe dato il necessario, perché si considerava come pellegrino e straniero sulla terra. Non poteva farsi prendere dall’ambizione, perché ogni sua speranza stava in cielo; gli sarebbe sembrato vile adoperarsi per trovare compensi spregevoli e abietti, dopo aver lasciato tutto per Cristo.

L’ammirazione e l’amore crescevano molto nei suoi confronti. All’avvicinarsi dei villaggi e dei borghi dove si recava con il suo amico compagno, i pastori lasciavano i loro greggi e correvano ad annunziare al popolo il suo arrivo. La gente affluiva in gruppi e, durante la messa, ascoltava le sue esortazioni sulla pratica della penitenza e sulla speranza della salvezza eterna promessa a quanti invocano il nome del Signore. Tutti si rallegravano della sua presenza, e coloro che avevano avuto la gioia di ospitarlo erano felicissimi. Ci si stupiva molto del genere di vita affatto nuovo da lui condotto" vivere sulla terra e non chiedere niente alla terra. Perché, secondo il precetto evangelico, non portava nè bisaccia ne calze ne tonaca di cambio; alcuni libri e le vesti necessarie per celebrare la messa gli bastavano. L’acqua era la sua abituale bevanda, a meno che, in qualche caso, invitato da personalità religiose, non si conformasse ai loro usi. Spesso, quando era pregato di predicare, si incontravano uditori intenzionati a cercare di metterlo in imbarazzo o detrattori desiderosi di ascoltare la sua predicazione.
Ma egli si sottraeva con la sua semplicità ai loro oltraggi, senza cessare di farsi esecutore instancabile dell’opera divina. Perseverava nei digiuni e nelle veglie, era attivo nel lavoro, di conversazione piacevole, di aspetto grazioso, buono con gli umili, severo contro i nemici della Chiesa, a tal punto che la gente, preferendolo a tutti i suoi contemporanei, gli accordò in quell’epoca un favore tutto particolare.

Era, un giorno, di passaggio in un borgo fortificato del nome di Fosses, quando accorsero molti chierici e laici ammiratori del suo straordinario modo di vivere. Se ne stupivano tanto più che conoscevano il suo compagno. Ben presto capirono che era l’apostolo della pace e dell’intesa. Perciò lo sollecitarono a rimanere qualche tempo da loro. In quella regione era d’uso allora una vendetta che aveva già causato la morte di circa sessanta persone, e le autorità religiose e civili non avevano potuto ottenere alcuna pacificazione.
Mentre stavano insistendo, la Provvidenza fece accorrere un uomo il cui fratello era stato, in quella stessa settimana, vittima di quella faida. «Ecco, gridano insieme gli assistenti, ecco uno di quelli di cui parlavamo». L’uomo di Dio l’avvicinò, lo abbracciò.
«Caro amico, gli disse, sono un viaggiatore, non faccio che passare, ma vi chiedo di perdonare agli uccisori del vostro fratello. Dio stesso ve ne ricompenserà ». Subito quell’uomo scoppiò in lacrime e, sotto l’impulso della grazia divina, non solo perdonò, ma si mise pure a disposizione di Norberto, gli mostrò l’occasione di riconciliare gli altri nemici e di pacificare tutto.
Il sabato seguente, nel villaggio di Moustier-sur-Sambre, le due parti avverse si incontrarono. Era accorsa una grande folla, un po’ per vedere l'uomo di Dio, un po’ anche per assistere alla riconciliazione così desiderata. Norberto si rinchiuse nella sua stanza, dove rimase in preghiera fino alle ore nove. La gente perdeva la pazienza, il suo compagno glielo fece rispettosamente notare.
«Non bisogna servire Dio; rispose, secondo il volere degli uomini, ma secondo la volontà di Dio».
Poco dopo uscì e celebrò molto devotamente la messa della beata Vergine Maria, poi un’altra messa per i defunti la cui morte era stata la causa di quell'odio.
Annoiato, il popolo si era disperso, ma presto si riunì. Allora Norberto iniziò a parlare: «Fratelli miei, quando nostro Signore Gesù Cristo inviò i suoi Apostoli a predicare, diede loro tra altri questo precetto: "In qualunque casa entriate, dite prima: Pace a questa casa, e se c’è qualche figlio della pace, la vostra pace riposerà su di lui". Quanto a noi, diventati loro imitatori non per i nostri meriti ma unicamente per la grazia sovrabbondante di Dio, noi vi annunciamo questa stessa pace. Non bisogna disprezzarla per incredulità, perché ci fa raggiungere la pace eterna. Non ignorate perché siamo radunati. Non compete né a noi né ai nostri mezzi - non sono che un viaggiatore, uno straniero di passaggio -, compete alla volontà e alla potenza di Dio riuscire a stabilirla. Ma vi appartiene di consentirvi completamente e di tutto cuore”.
A queste parole, non vi fu che una sola voce: «Che il Signore per mezzo vostro, esclamarono, ci comandi ciò che vorrà! Non discuteremo ciò che egli chiederà per mezzo vostro”. Che cosa dire ancora? Le due parti uscirono in piazza. Un istante più tardi, sulle reliquie solennemente esposte, la discordia fu placata.

L’indomani, al levar del sole, Norberto si recò in un villaggio vicino, chiamato Gembloux, per predicare. Vi fu accolto molto amabilmente come il portaparola di Dio e messaggero della pace tanto auspicata. Precisamente in quella regione si trovavano due signori che si facevano la guerra con accanimento. Della regione avevano quasi fatto un deserto, in seguito a saccheggi e incendi. Informato, l’uomo di Dio si mostrò commosso dal lamento degli abitanti e impietosito dalla loro miseria. Subito si recò da questi signori, uno dopo l’altro; al primo rivolse queste parole: «Siete grande e potente, ma non dovete ignorare che questa potenza vi viene da Dio. Perciò dovete ascoltarmi, ascoltare me, suo servitore inviato per la felicità vostra e di tutti, non certo per rispetto verso di me, ma per rispetto nei suoi riguardi. Ascoltate dunque un povero pellegrino, accettate i precetti del Signore che io vi comunico, affinché vi accolga bene. Perdonate a colui che vi ha fatto torto, e vi sarà perdonato. Questo perdono consolerà i poveri e i disgraziati e rimetterà a voi i vostri peccati». A quell’esortazione il signore, per rispetto all’umile vestito del suo interlocutore, alla modestia del suo sguardo e alla soavità delle sue parole, si mostrò sensibile. «Il vostro augurio si adempia, rispose; non sarebbe ragionevole opporsi alla vostra richiesta ».
Dopo aver ottenuto soddisfazione dal primo, Norberto si rivolse all’altro, ma non incontrò che ostinazione. Alla durezza del suo volto, alla violenza del suo linguaggio, capì rapidamente che non era un figlio di pace. Conservò per se ciò che aveva preparato e disse soltanto al suo confratello: «È un insensato, ma fra poco verrà giù! Sarà consegnato ai suoi nemici che lo incateneranno e lo maltratteranno». Disse così e se ne andò. Quella stessa settimana la predizione si avverò: il signore fu imprigionato e rimase in carcere. Di lì Norberto andò al villaggio seguente, Couroy. Si era sentito parlare di lui, le popolazioni vicine accorsero. Dopo la messa parlò di pace e di concordia, secondo la sua abitudine. Poi umilmente si sforzò di ricondurre alla pace alcune persone divise per antichi rancori. Una di esse si rifiutò, nonostante le istanze di Norberto; uscì in preda alla collera, salì sul cavallo e provò a lungo ad allontanarsi. Ma pur speronando vigorosamente la sua cavalcatura, il cavallo non riusciva a fare un passo. La folla accorse. Gli uni si stupivano, gli altri ridevano, alcuni piangevano. Tutto confuso il cavaliere rientra in chiesa. In ginocchio chiede perdono e accetta volentieri le proposizioni di pace che gli erano state proposte in precedenza. Così ricevette l’assoluzione della sua offesa nei confronti dell’uomo di Dio.

Lo stesso anno morì il pio papa Gelasio, da cui Norberto aveva ricevuto la licenza di predicare. Il suo successore, Callisto II, di felice memoria, già vescovo di Vienne, era uomo di condotta degna e inappuntabile. Egli fu eletto all’unanimità a Cluny per salire sulla cattedra della Chiesa universale e pervenire al fastigio dell’onere e della dignità. Accompagnato dalla miglior parte dei cardinali, Callisto II intraprese la visita della santa madre Chiesa nei suoi membri.
Era informatissimo sugli affari, per essere stato a Roma cancelliere della Chiesa al tempo del papa Pasquale II e dei suoi successori; non si poteva nascondergli niente di quanto avveniva nel mondo. Si capisce perché Callisto, successore di Gelasio, abbia riunito un concilio a Reims: vi promulgò la sua ascesa al soglio pontificio e affermò la situazione della Chiesa; sostenne la giustizia, corresse le ingiustizie e per l’autorità romana ordinò di reprimerle dovunque.
Alla notizia del cambio di pontefice, Norberto, a piedi scalzi nonostante l’autunno, si recò al concilio. I vescovi e gli abati lo accolsero con gioia. Gli consigliarono di moderare un po’ la severità della sua penitenza e la sua austerità, ma egli non ne volle sapere. Si intrattenne della sua situazione con il papa e gli chiese di rinnovare le lettere apostoliche ricevute dal suo predecessore Gelasio, di cui abbiamo già parlato. Il papa glielo concesse. Allo stesso tempo il pontefice chiese a Bartolomeo, vescovo di Laon, di occuparsi di lui.
Norberto aveva peraltro congiunti da parte materna nella diocesi e nella città episcopale. Mossi a compassione dal suo stato, essi avevano già suggerito al vescovo di prendere cura di lui, anche suo malgrado.
Dopo il concilio, l’uomo di Dio si dispose a trascorrere l’inverno a Laon, in quanto si trovava solo e senza alcun compagno. Ugo l'aveva accompagnato nel proprio paese, nei dintorni di Fosses, ma senza cambiare niente al suo abito secolare, circolando in una regione a lui ben nota. Col pretesto di sistemare ancora alcuni affari, lasciò il concilio con Burcardo, suo vescovo, e tornò a Cambrai. Per due anni non tornò e lasciò solo il suo compagno e maestro.
In quell’epoca fioriva a Laon la scuola del maestro Anselmo e del suo fratello Rodolfo. L’uomo di Dio prese disposizioni per seguirvi la spiegazione del salmo «Beati gli immacolati nella loro condotta». Questa notizia pervenne al sant’uomo che era Drogone, priore della chiesa di S.Nicasio di Reims, con il quale aveva studiato. «Che cosa sento dire di voi? gli scrisse Drogone indignato. Nutrito alla scuola dello Spirito Santo che insegna senza sforzi, la lasciate per frequentare una scuola secolare? La Sapienza divina era diventata vostra fidanzata; ora il vostro amore, la vostra tenerezza sono per la filosofia umana? Mi direte: l’una conduce all’altra. Per la scienza volete andare alla sapienza. Risponderò che non avete iniziato la costruzione del vostro edificio in modo tale che Rachele segua Lia. Lo Spirito Santo, che di un pastore di pecore ha fatto un arpista, poi, senza lezioni di grammatica, ne ha fatto un salmista; egli vi ha anche estratto dalla vanità del secolo per fare di voi ad un tratto un evangelista. Lo sapete bene, caro amico, ascoltatemi come il vostro profeta. Se volete legarvi a tutte e due, non avrete ne l’una ne l’altra. Non usare riguardi a un uomo è mancanza leggera e umana, ma non è così se si abbandona lo Spirito Santo». Non c’era niente da aggiungere. Per un saggio bastava. Norberto si ritirò immediatamente, tornò in se stesso e tornò a colui di cui il Signore ha detto: «Vi insegnerà ogni sapienza».

Poco dopo il papa si recò a Laon. Si tenne consiglio con lui sui mezzi per trattenere Norberto in quella città. Dietro avviso del vescovo, i canonici della chiesa di S.Martino, alla periferia di Laon, lo elessero abate. Lo chiesero con istanze al vescovo e al sommo pontefice.
Ufficialmente richiesto, Norberto dovette rispondere. Disse umilmente al papa: «Venerabile Padre, non ricordate più l’arduo incarico di predicazione di cui per due volte sono già stato rivestito? Il vostro predecessore di felice memoria, poi voi stesso, me lo avete assegnato. Per non sembrare indipendente, accetto, a condizione tuttavia di poter conservare il mio proposito di vita. Violarlo sarebbe dannoso per la mia anima. Ho deciso di non chiedere i beni altrui; in caso di furto, di non pretendere giustizia davanti ai tribunali secolari; di non condannare nessuno all’anatema per ingiurie o torti. In breve, ho scelto di vivere integralmente la vita evangelica e apostolica secondo l’interpretazione più ovvia. Non rifiuto l’incarico, a condizione che i canonici di questa chiesa accettino questo genere di vita». Quando fu loro spiegata l’istituzione evangelica, come dovevano imitare il Cristo, disprezzare il mondo, praticare la povertà volontaria, sopportare le offese, gli oltraggi, i dileggi, la fame, la sete, la nudità e le altre prove, come dovevano obbedire ai precetti e alle regole dei santi Padri, non ebbero alcun dubbio. Spaventati dalle sue parole e dalla sua bella presenza, risposero : «Non lo vogliamo per superiore. Tale maestro è estraneo al nostro modo di vivere come a quello di quanti ci hanno preceduti. Porteranno via i nostri beni senza restituirceli; andremo in giudizio senza vincere; porteremo sentenze che non saranno rispettate. Ci lascino vivere come prima, Dio vuol raddrizzarci, ma non farci morire».
Così Norberto obbedì e, scaricato dall’incarico, non si allontanò dall'obbedienza.

Nel frattempo il vescovo tentava di ristabilire la salute del suo ospite indebolito dal freddo e dal digiuno. Dal canto suo, Norberto lo nutriva con il miele dei suoi discorsi spirituali sulla Parola di Dio. Per questo motivo, Bartolomeo, diventatogli amicissimo, cercava di persuaderlo a dimorare nella sua diocesi. Ogni giorno lo conduceva nella regione per fargli scegliere una chiesa a suo gusto, per vedere se tale solitudine, tale deserto, tale campo, tale maggese non gli sembrava adatto per costruire e per abitarvi.
Cedendo allora alle sue istanze, come a quelle di molti religiosi e laici, scelse un luogo deserto molto selvaggio, che si chiamava da tempo Prémontré, in questa regione. Promise di rimanervi se Dio gli concedeva compagni.
Dopo l’inverno partì per predicare. Arrivò a Cambrai, dove indusse un giovane, di nome Evermode, a condividere la sua vita. È su di lui che riposò il suo spirito, al punto che morendo gli affidò la cura della sua sepoltura, e gli ordinò di non lasciarlo mai definitivamente. In seguito ricevette altri compagni, radici e fondamenta della futura moltitudine dei discepoli. Però gli agguati dell’antico nemico non mancarono agli inizi di questa vita religiosa. Avvertiva le predisposizioni di ognuno. Gli uni vivevano l’amore della contemplazione, altri il desiderio della sapienza, alcuni il gusto dell’austerità. Il demonio tentava di bloccare il progresso. Mentre una notte uno di loro meditava durante il mattutino sulla gloriosa e ineffabile Trinità, l’antico nemico si presentò: «Quale felicità, quale gloria nel tuo proposito! Hai iniziato così bene. Ti proponi di perseverare nonostante tante prove. Meriti veramente di vedere la santa Trinità a cui aspiri con tutto il tuo affetto!» Subito gli apparve con tre teste spacciandosi per la Trinità! Il fratello s'impaurì, rifletté un istante e sentì un odore molto disgustoso che esalava dall’apparizione. «Disgraziato, esclamò, ultima delle creature, sei stato un’immagine veramente somigliante a Dio, e adesso il tuo orgoglio ti ha fatto perdere la conoscenza di quella verità. Come osi pretendere di conoscere la Trinità ? Come soprattutto osi spacciarti per essa? Vattene, vattene. Capisco le tue astuzie.Non aver più l’audacia di disturbarmi! » Il demonio se ne andò subito, ma per tornare presto dallo stesso fratello. Era un religioso pronto all’obbedienza, raccolto nella preghiera, assiduo al digiuno, al punto che digiunava per tutto l’anno, d'inverno come d'estate. Nessuno riusciva a farlo mangiare una seconda volta, ad eccezione della domenica. E allora si accontentava di verdura o di un frutto crudo, senza condimento.
Tutti l’ammiravano e si parlava dovunque con ammirazione della sua astinenza e delle sue macerazioni. Satana gli si avvicinò nuovamente e tese segretamente la trappola alla nuova recluta per farla cadere. Il fratello infatti era giovane, e Satana a buon diritto si stupiva di averlo visto resistere una prima volta. Il mercoledì delle Ceneri, giorno in cui il digiuno della quaresima s’impone alla pietà di tutti i fedeli, il fratello fu preso da una tale fame che credette di non poter digiunare. Sarebbe morto se avesse dovuto fare astinenza da latte e formaggio. Gli si fece notare che non era lecito a nessuno fare due pasti al giorno e che i bambini stessi si privavano di latticini. Rispose con lo sguardo torvo e con una rabbia da lupo: «Dio vuole fare la morte dell’uomo, privandolo all’ora della necessità di ciò che egli ha creato perché ne usi?» I fratelli ottennero da lui che, mentre faceva due pasti al giorno, si astenesse almeno dal latte e dal formaggio. Finita la quaresima, Norberto tornò dai suoi fratelli. Già all'ingresso ebbe un’impressione di angoscia e un vortice lo avvolse. A quanti lo circondavano denunziò la presenza del tentatore. Saputo ciò che avveniva, tutto afflitto ordinò di condurgli il colpevole. Arrivò. L'incredibile pinguedine gli impediva quasi di reggersi in piedi. Ora era tanto ghiotto che guardava con cattiveria il maestro per il quale aveva avuto tanto affetto. Il santo si rese conto che non si trattava di una malattia ordinaria, ma che l’infelice era in preda a una tentazione diabolica, e gli vietò ogni cibo. Dopo pochi giorni si cibava con piacere di un quarto di pane bigio e della brocca d’acqua che costituivano la sua razione. Con l’aiuto di Dio riprese la sua vita pia e mortificata.

Dopo qualche tempo, Norberto si assentò per andare a mettere fine ad alcune guerre private. Con il suo primo compagno, quello che l'aveva momentaneamente lasciato, arrivò a Nivelles.
Vi si trovavano persone che dalla grazia della conversione gli erano state condotte, ma che la regola austera del suo Ordine aveva respinte e che l'avevano abbandonato.
Per nuocergli, affettarono di non vederlo e di non assistere alle sue predicazioni. Tentavano di distogliere da lui il favore popolare. Ma questa malizia fu presto aggirata. Dio permise che uno degli abitanti avesse una figlia indemoniata già da un anno. Con lacrime e gemiti la presentò all'uomo di Dio, affinché la guarisse. Pieno di pietà per il suo dolore, il servitore di Dio rivestì il camice e la stola e lesse un esorcismo su quella bambina che aveva già dodici anni. Nel momento in cui leggeva su di essa i vangeli, il demonio rispose con questa beffa: «Tutte queste canzoni le conosco a memoria. Né per te né per altri uscirò da questa casa. A chi dovrei cedere ? Le colonne della Chiesa vanno giù ».
Il sacerdote prolungava i suoi esorcismi. Il diavolo disse ancora: «Non ottieni niente, perché non mi hai scongiurato per il sangue splendente dei martiri”. Un po' più tardi, per mostrare il suo sapere, recitò per bocca della ragazza il Cantico dei cantici per intero e, riprendendolo parola per parola, lo tradusse in francese, poi in tedesco, mentre la bambina, prima della sua malattia, non aveva imparato altro che il salterio.
Il sacerdote incitava sempre il demonio ad uscire dalla creatura di Dio: «Se mi espelli da lei, rispondeva, lasciami andare in quel monaco», E gli disse il nome, «Ascoltate, gridò Norberto al popolo, la malizia di questo demonio. Per diffamare un servo di Dio, chiede di maltrattarlo come se fosse peccatore e degno di quel supplizio. Non vi scandalizzate: è così cattivo che vorrebbe recare danno a tutte le persone perbene e sporcarle quanto può». Dopo queste parole continuò l' esorcismo con fervore ancor più grande: «Che cosa fai ? disse Satana. Oggi non me ne andrò ne per te ne per un altro. Se mi venisse in mente di gridare, tanti dei miei diavoli, dei più neri, scenderebbero in lizza. Su, combattiamo! Su, combattiamo! Farò crollare le arcate e le volte su di voi».
A queste parole la gente fuggì, ma il sacerdote restò irremovibile. Allora la giovane si lanciò sulla sua stola per strangolarlo. Gli assistenti volevano allentare la presa: «No, disse Norberto, se Dio le ha dato qualche potere, lei faccia ciò che può». Lei mollò all'istante. Il giorno volgeva al termine. Norberto consigliò di immergerla in acqua benedetta, il che fu eseguito. Siccome lei aveva magnifici capelli biondi, il sacerdote temette che il demonio avesse potere su di lei a motivo della sua chioma. Ordinò dunque di tagliargliela. Indignato per questa ingiuria, il diavolo caricò il sacerdote di improperi: «Straniero venuto dalla Francia, che cosa ti ho fatto lì ? Perché non mi lasci tranquillo? Che tutti i mali, tutti gli insuccessi, tutte le sfortune cadano su di te, poiché mi perseguiti senza motivo!» Si era fatto tardi, vedendo che il demonio non aveva ceduto, provò una certa tristezza. Ordinò di restituire la bambina a suo padre e di ricondurla alla messa dell'indomani.
Mentre toglieva il camice e le vesti sacre, il diavolo continuava a gridargli insulti: «Bene, bene, non hai fatto oggi opera che valga davanti a Dio. Hai perduto il tuo tempo». Rientrato all'ospedale, Norberto decise di non mangiare fino alla liberazione della giovane.

Così passò il giorno e la notte senza cibo. Arriva il mattino. Il sacerdote si prepara a celebrare i santi misteri. Si conduce la ragazza. Il concorso della gente per assistere alla conclusione è grande. Norberto chiede a due fratelli di tenere la bambina lontano dall'altare. Inizia la messa e legge il vangelo sulla testa dell'indemoniata. Sogghignando, il demonio ripete che ha spesso sentito quelle canzoni. Alla fine del canone, mentre il sacerdote eleva l'ostia: «Guardate, esclama il diavolo, guardate, tiene il suo piccolo Dio nelle mani».
I demoni credono infatti ciò che negano gli eretici. Allora il sacerdote di Dio fremette, È aberrato dallo Spirito di verità; la sua preghiera, sempre più insistente, gli dà presa sul demonio. Eccolo vinto: «Brucio, grida, brucio, muoio, muoio». E ancora: «Voglio andarmene, voglio andarmene, lasciami andare». Ma i fratelli tenevano saldamente la bambina.
Allora lo spirito immondo, lasciando come traccia del suo passaggio orina infetta, lasciò la bambina. Liberata dal suo boia, fu ricondotta da suo padre in stato di estrema debolezza. Appena ebbe mangiato la si rivide indenne, in pieno possesso delle sue facoltà e in piena salute. Tutta la gente testimone di quel miracolo lodò Dio unanimemente e, nonostante i censori, riconobbe Norberto per un vero apostolo.

Un episodio da non omettere, Durante l'inverno, che Norberto trascorse a Laon con alcuni dei suoi nobili congiunti per impararvi la lingua romanza che egli ignorava, una pia donna di Soissons, attratta dalla fama dell'uomo di Dio, volle parlargli; come per un vero pellegrinaggio alle tombe dei santi, venne segretamente a Laon.
Incoraggiata dalla parola divina che sentì dalla sua bocca, si lamentò piangendo della sua sterilità dopo un tempo prolungato di vita matrimoniale. Avrebbe preferito, disse, separarsi dal marito piuttosto che vivere nel mondo senza il bambino che era la speranza della loro unione. «No, giammai, le disse il sacerdote; ma avrete presto un figlio. Non lo conserverete per il mondo come erede, ma lo consacrerete a Dio fin dalla sua nascita. Poi ne avrete ancora, che si ritireranno con voi in un monastero, per servirvi Dio per tutta la vita».
Credette e, secondo la sua speranza, mise al mondo un figlio. Concepito attorno alla festa di S. Nicola, fu chiamato Nicola; il bambino crebbe e fu svezzato.
Più tardi fu celebrato un concilio (1121), in cui fu promulgato un decreto che vietava di assistere alla messa dei sacerdoti sposati. Esso fu occasione di eresie, nel senso che molti addivennero a credere e ad insegnare che i sacerdoti sposati non consacravano validamente.
Un giorno la stessa signora Elvige visitava con sua sorella le tombe dei santi per pregarvi; era accompagnata dal suo bambino già di cinque anni. Entrano in chiesa, non per assistere alla messa, ma per pregare.
Un sacerdote sposato stava all'altare e celebrava l'eucarestia. Oh! grazia inestimabile e ineffabile della divina bontà! Mentre la madre pregava e piangeva, gli occhi del bambino seguivano l'azione sacra. In piedi tra sua madre e sua zia, rivolto verso il sacerdote, gridò molto distintamente, benché parlasse ancora molto male: «Mamma, mamma, alzati, riguarda il bambino più bello del sole, che il sacerdote all’altare regge e adora come Dio».
La madre interrompe la sua preghiera, si stupisce, interroga il bambino: «Figlio, si tratta del bambino sulla croce che tu vedi?», perché supponeva che riguardasse il crocefisso. «No, no, disse, il sacerdote tiene in mano un meraviglioso bambino che avvolge in un panno». La madre e la sorella guardano e vedono il sacerdote che avvolge il calice e il corpo del Signore con il corporale.
Questo miracolo reca un triplice beneficio: libera gli increduli dai loro dubbi, rafferma la devozione dei cristiani, è motivo di edificazione per i credenti che lo conoscono.
Da quel giorno e fino alla morte il piccolo Nicola ebbe sempre la vista debole. Visse abbastanza a lungo per vedere, secondo la profezia di Norberto, suo padre e sua madre entrare in monastero con tutti i loro figli, tutti i loro beni e una parentela numerosa. Egli stesso morì diacono.

Il padre Norberto si recò poi a Colonia, dove fu ben accolto. Lo si ascoltò volentieri in pulpito e in confessionale, tanto più che era stato conosciuto da giovane e si ammirava in lui il meraviglioso cambiamento. Trascinati dalla sua parola, molti si misero al suo seguito, decisi ad imitare la povertà di Cristo.
Egli aveva allora il progetto di costruire una chiesa per riunirvi i suoi compagni. Perciò chiese all’arcivescovo Federico e ad altri dignitari di assicurargli la protezione di alcune reliquie. La santa città di Colonia ne era abbondantemente provvista dai tempi antichi. Il vescovo per primo, il suo clero e la gente con lui, trovarono ragionevole tale richiesta. Norberto invitò i suoi compagni a digiunare e affidò a Dio questo dono prezioso, la ricerca che dovrebbe procurargli tale patrocinio.
La notte seguente una delle undicimila vergini gli apparve, gli fece conoscere il suo nome e gli indicò il luogo della sua tomba.
L'indomani mattina si cercò il corpo secondo le indicazioni dell'apparizione, e fu trovato intatto. Con inni di lode e di azione di grazie se ne prese possesso. Norberto ricevette inoltre due reliquiari che contenevano i resti di altre vergini, dei martiri della Legione Tebea, dei santi Mauro e i due Evaldo.
L’indomani pregò il prevosto e i canonici di S. Gereone di dargli qualche reliquia; promisero di cercarla nella loro chiesa. Norberto, come andato in visibilio, trascorse tutta la notte in preghiera per raccomandare insistentemente a Dio quella impresa. Al mattino ordinò di scavare in mezzo alla chiesa, in un posto dove non c'era traccia di sepoltura. Vi si trovò un corpo decapitato, sepolto con molto onore e cura.
Il sarcofago ricoperto da una tenue lastra di marmo era quasi a fior di terra;il corpo era avvolto di una ricca stoffa verde, logorata dal tempo. Sul mantello, all'altezza del petto, una grande croce ornata; come un soldato, era calzato da stivali provvisti di speroni. La testa era tagliata sopra il labbro superiore. Zolle erbose imbevute del suo sangue erano sistemate tra il corpo e il fondo del sarcofago.
A tale vista, i canonici e la folla che accorse senza tardare, gridarono: « Ecco il nostro signore e venerabile protettore S. Gereone. I nostri avi e noi stessi l’abbiamo cercato a lungo, ma i nostri peccati ci avevano impedito di rintracciarlo». Scoppiarono in grida di gioia e ringraziarono Dio di aver condotto da loro l’uomo a cui era riservata la scoperta di un così grande tesoro. Per prevenire ogni dubbio, dichiarano che esisteva un segno per cui non si poteva sbagliare. Si legge, infatti, a proposito della sua morte e del suo martirio, che una parte soltanto della sua testa fu tagliata; i pagani buttarono quella parte in un pozzo, che si trova tra il santuario e la navata della chiesa di S. Gereone. Lì appunto fu costruito l'altare in suo onore, ma si ignorava dove giacesse il resto del corpo.
Si fece dunque l’esumazione del corpo santo con i debiti onori. L'uomo di Dio ricevette una parte delle reliquie, il resto fu solennemente rimesso nel sepolcro in presenza del clero e del popolo.

Senza tardare Norberto partì, portando via le reliquie e accompagnato da un gruppetto di fratelli laici e chierici che egli aveva guadagnati a Dio con le sue predicazioni. Sul percorso chiese e monasteri gli fecero un' accoglienza trionfale.
All’annunzio del suo passaggio, una nobile dama, Armesinda, contessa di Namur, accorse in fretta e lo supplicò di accettare la chiesa situata nel suo demanio di Floreffe e di sistemarvi fratelli del suo Ordine. Da molto tempo lei desiderava fondare un monastero in questa chiesa, per il riposo della propria anima e di quella dei suoi antenati. Colpito dall'affettuosa devozione di quella donna, egli acconsentì; vi lasciò uno dei reliquiari. Poi si affrettò a tornare a Prèmontrè con una trentina di novizi laici e chierici, perché Natale si avvicinava.
Mattina e sera riuniva tutta la comunità per offrire la parola della salvezza. Li esortava a perseverare nel loro santo proposito e a conservare la povertà volontaria. Come un' aquila che incoraggia i suoi piccoli a volare, mostrava con i suoi esempi le virtù che insegnava. Le sue istruzioni, tutte spirituali, non contenevano e non cercavano alcunché di terreste; ma, come la colomba, prendeva il volo verso il luogo del riposo e vi trascinava l' uditorio.
Frequentemente era rapito in estasi, come il profeta che esclamava: «Prenderò ali come la colomba, volerò e mi riposerò». Alcuni dei fratelli credevano che le sue parole bastassero per la salvezza, e che non c' era bisogno ne di una formula di vita ne di una regola. Ma Norberto era prudente e chiaroveggente. Temeva che, in seguito, la sua santa piantagione venisse sradicata, che l’edificio che egli voleva edificare sulla roccia si screpolasse. Li prevenne: senza organizzazione, senza regola, senza le consuetudini degli antichi Padri, è impossibile condurre integralmente la vita apostolica e evangelica.
I fratelli promisero di seguirlo, con la semplicità delle pecore dietro il loro pastore, in tutto ciò che avrebbe prescritto. Di fatto, Norberto aveva ricevuto consigli diversi da uomini religiosi, vescovi o abati.
Chi suggeriva la vita anacoretica, chi la vita eremitica, un terzo l'unione con l’Ordine di Citeaux. Ma egli pensava che la sua opera e il suo disegno venivano da Dio; non attribuiva a se stesso o ad altri la sua fondazione. Perciò si affidava a colui che è il principio di tutto, pur continuando a riflettere.
Per non offendere l'istituto canonicale di cui tutti i fratelli avevano fatto professione dalla loro giovinezza, si fece comunicare la regola di S. Agostino, perché intendeva vivere la vita apostolica già praticata nelle sue predicazioni; aveva saputo che quel santo, al seguito degli apostoli, l’aveva organizzata e rimessa in onore.
Il giorno di Natale, a Prèmontrè, ciascuno si mise, con la professione di quella regola, al servizio della città della vita eterna. Ma ognuno esponeva e interpretava quella regola a proprio modo; opinioni assai divergenti erano sostenute. Il testo della regola di s.Agostino, dicevano, non si accordava con le osservanze di altri regolari. Ciò conduceva gli uni allo scrupolo, altri all’incertezza, altri ancora alla tiepidezza, perché la piantagione non era già profondamente radicata. «Perché questo stupore e questi dubbi? disse l'uomo di Dio, Tutte le vie del Signore non sono misericordia e verità? Se sono diverse, sono opposte? Se gli usi e l'osservanza cambiano, l'amore mutuo, la carità devono anche cambiare». La regola dice bene: “Prima amiamo Dio, e poi il nostro prossimo”.
Le osservanze non sono le sole a promuovere il regno di Dio, perché lo stesso vale per la verità e la pratica dei comandamenti. La carità, il lavoro, il digiuno, lo stesso vestito, il silenzio, l'obbedienza, il rispetto mutuo, la deferenza nei confronti dei superiori, tutto questo è chiaramente fissato dalla regola.
Che cosa occorre ancora ad un religioso per assicurarsi la salvezza? Riguardo al colore, alla qualità fine o grossolana degli abiti, se discussioni sorgeranno tra di voi, quelli che hanno ricevuto il potere di far da pacieri indichino dove si trova nella regola o nelle prescrizioni di Cristo e degli Apostoli che gli abiti devono essere bianchi o neri, fini o rudi, e saranno creduti.
Però una cosa è certa: secondo il Vangelo, gli angeli testimoni della risurrezione sono apparsi vestiti di bianco. Secondo la consuetudine autorizzata dalla Chiesa, i penitenti sono vestiti di lana. Nell'antico Testamento i leviti uscivano ugualmente vestiti di lana, ma nel santuario dovevano indossare abiti di lino.
Sembra dunque che si debbano portare vesti bianche sull’esempio degli angeli e vesti di lana sulla pelle in segno di penitenza. Nel santuario e durante le ore liturgiche ci si rivestirà di lino».

I primi fratelli non curavano molto la loro vita materiale. Grazie alle esortazioni del loro padre, centravano tutti i loro sforzi sulla vita spirituale: seguire le Sacre Scritture e prendere Cristo per guida.
Il padre Norberto assicurava che coloro che volevano stare con lui non avrebbero smarrito la via se vivevano secondo il Vangelo, la dottrina degli Apostoli e la regola di vita proposta da S. Agostino, di cui avevano fatto professione. Pertanto non arrossivano della povertà dei loro vestiti, non facevano alcuna difficoltà per obbedire, conservavano dovunque e sempre il silenzio. Rimproverati, si inginocchiavano umilmente; evitavano di mostrare i loro dispiaceri e di pronunciare parole dure anche contro i delinquenti, perché, secondo i principi del suddetto padre, i fratelli dovevano domare il corpo con il digiuno e l’anima con ogni specie di umiliazioni.
La biancheria e la veste di lavoro dovevano essere di lana. Dovevano anche portare braghe di lino, benché egli stesso indossasse sempre un cilicio assai ruvido. Nel santuario però, e laddove si doveva toccare e celebrare i santi misteri, dovevano aggiungere una veste di lino, a motivo dell'igiene e per rispetto, e decise che tale prescrizione si doveva osservare sempre.
Molto spesso raccomandava questi tre punti: pulizia nei riguardi dell’altare e dei santi misteri; correzione, in Capitolo e altrove, delle colpe e negligenze; esercizio della carità e dell’ospitalità nei confronti dei poveri.
Perché all’altare vengono evidenziati la fede e l'amore per Dio; nella purificazione della coscienza, la cura di se stessi; con l'accoglienza degli ospiti e dei poveri, la carità nei riguardi del prossimo. Egli non cessava di assicurare che una casa che si applica ad osservare questi tre punti, non incontrerà una penuria che le proprie forze non potrebbero sopportare.

Un giorno tornava da Reims in compagnia di alcuni fratelli e di due novizi che uno dei suoi sermoni aveva strappati al secolo. Camminavano in silenzio e meditavano in Dio.
Da una nube una voce si fece sentire: «Ecco la famiglia del fratello Norberto». «Uno dei due novizi, rispose un'altra voce, non appartiene a questa famiglia».
Tutti sentirono; Norberto e i suoi compagni esaminarono la cosa in silenzio; non avevano alcun cattivo sospetto, ma si interrogavano sul da farsi. Il padre Norberto, più attento, convinto che Dio non avrebbe fatto sentire senza motivo quelle voci, chiedeva con tutto il fervore della sua preghiera il significato dell'evento.
Notava che uno dei novizi era negligente nell'ammettere i propri torti, leggero nelle parole, sempre in movimento, poco perseverante, tiepido nella preghiera, e di obbedienza poco sollecita (era infatti un inglese!). «A che cosa pensate, fratello?» gli disse «ditemi ciò che è nascosto. Se cercate Dio, sapete bene che egli vede tutto. L' Apostolo dice che ai suoi occhi tutto è nudo e scoperto. Cerchiamo la verità, facciamo tutto il nostro possibile per camminare nella verità; ma non c'è patto possibile tra la verità e la menzogna, patto di vita comune tra il fedele e l'infedele». La mente svogliata, il novizio rispose con leggerezza: «Pensate che io abbia l'intenzione di derubarvi ? Siete povero, ma si darà a chi possiede e sarà nell'abbondanza, e a chi non ha sarà tolto anche ciò che ha». Così disse e lo mise anche in pratica. Era appena arrivato un postulante, che possedeva qualche bene e denaro, la somma da lui portata fu depositata dietro l' altare della comunità. Una notte, dopo aver attentamente scelto la sua ora, l'inglese fuggì con il denaro. Così, come un ladro provetto, aumentò la miseria dei poveri di Cristo che non sospettavano di niente. Non rimaneva loro neppure di che pagare il cibo di una giornata. Il grande numero dei fratelli riunitosi con il padre Norberto costrinse a cercare un posto definitivo per stabilirsi.
Il luogo era molto selvaggio, totalmente incolto, pieno di sterpaglie, di paludi, di acquitrini. Nessun motivo di fissarvisi, ad eccezione di una piccola cappella, con un frutteto accanto e uno stagno alimentato ancora oggi dalle acque montane e piovane e dalle inf1trazioni delle paludi. Sempre in quel posto, l'uomo di Dio aspettava con la sua comunità un'indicazione dall'Alto. Un giorno, dopo la preghiera comune, uno dei fratelli ebbe una visione davvero rivelatrice.
Ecco la descrizione che ne fece all'uomo di Dio. Aveva visto, disse, da qualche parte nel podere, nostro Signore Gesù Cristo crocifisso. Intorno alla croce, sette raggi di sole, di una chiarezza sfolgorante. Dai quattro punti cardinali procedeva un'immensa moltitudine di pellegrini con bisaccia e bastoni. Dopo aver adorato in ginocchio il Redentore e abbracciato i suoi piedi se ne tornavano. Norberto rese grazie a Dio, fece scavare le fondamenta e invitò il vescovo di Laon, Bartolomeo, a benedirle e a consacrare le prime pietre della chiesa. Si vide alla funzione il signore Tommaso di Coucy, che temeva e riveriva religiosamente l'uomo di Dio, il suo figlio Enguerrando ancora bambino, molti nobili, numerosi chierici e laici, con un'immensa folla. «Chi è, si chiedeva con stupore la gente, quell'uomo la cui fede sembra sfidare la ragione? C'è qualche futuro per una fondazione in tale deserto? Non è stabilita né sulla roccia né sulla terra ferma, ma in una palude».
Il terreno infatti era talmente paludoso che, nonostante i mucchi di pietre che vi furono affondati, si mise molto tempo a colmarlo. Ma l'impresa non poteva tentennare e non doveva fallire, perché ciò che il Padre celeste pianta non si sradica.
I muratori erano in parte tedeschi, in parte francesi: c'era una competizione tra le due squadre per il più rapido svolgimento del lavoro, ciascuna stando su un lato della chiesa. L'edificio si alzò molto presto. Fu ultimato in nove mesi e Bartolomeo ne fece la dedicazione. Non è raro che le tristezze si mischino alle gioie, i contrattempi ai successi. Nel giorno della consacrazione avvenne una disgrazia: nel momento in cui la folla riunita per quella festa si stringeva all'offerta e faceva come di solito il giro dell' altare, l'altare maggiore fu scosso e la pietra fu staccata. La consacrazione, secondo le regole liturgiche, non era valida.
Il lavoro era stato compiuto invano. Norberto si rattristò; temeva più lo scandalo dei deboli di quanto dubitasse delle opere divine, sempre provvidenziali. Riprese coraggio in Dio e decise in segreto con il vescovo di ricominciare la cerimonia l'ottavo giorno di S. Martino.

Così si fece. Per tutta la sua vita Norberto affermò che questo era segno che occorreva un restauro in futuro. Giunti al termine di tutto questo, Norberto, secondo la sua abitudine, partì per predicare.
Durante la sua assenza il nemico di sempre tese innumerevoli trappole ai fratelli rimasti a Prémontré. In pieno giorno, armato e accompagnato dai suoi satelliti, si mostrò ai religiosi sotto le sembianze di nemici mortali che avevano lasciato nel mondo.
Intimoriti dal fracasso delle armi e dai nitriti dei cavalli, questi fratelli si difendevano alla meglio. Fuggono prima per raccogliere bastoni e sassi, poi proteggendosi le braccia con qualche cosa, anche con la tonaca, si affrettano a far fronte. Cosa strana: lottano con un ardore tale da credere di lanciare giavellotti e di riceverne, colpire e essere colpiti, ferire e essere feriti, uccidere e essere uccisi. Ai rumore i fratelli accorrono numerosi
Si tenta di far ragionare i combattenti: «Non vedete, rispondono, che siamo attaccati dai nostri nemici? Siamo quasi fatti a pezzi. Stiamo per morire in una vergogna irreparabile».
A tali parole i fratelli capiscono trattarsi di un'ossessione demoniaca. Buttano acqua benedetta, fanno il segno della croce, e la truppa degli spiriti perversi si allontana. Ma loro, accaniti nel perseguitare i nemici vinti e messi in fuga, esclamano: «Andiamo, andiamo, tornate e resistete, o invece morirete nella vergogna. A voi di attaccare nuovamente».
Quando tornarono alla realtà, gli uni riconobbero il loro errore e perseverarono nella virtù così coraggiosamente come avevano combattuto; gli altri, non potendo sopportare l'affronto di un tale abbaglio, caddero nella disperazione. Come colpiti dal pungiglione della coda del demonio, finirono per lasciare la vita religiosa.
I religiosi furono ancora oggetto di un' altra scaltrezza satanica. Il diavolo illuse alcuni di loro che prima erano stati in suo potere: uomini appena capaci di leggere, cavavano adesso dai libri informazioni sconcertanti e si arrischiavano a predizioni stupefacenti. Uno di loro assicurava di capire anche la profezia di Daniele. Sotto la spinta del Bugiardo, egli interpretava il passo dove l'autore parla delle quattro, sette e dieci corna, dei re, dell'anticristo. Alcuni fratelli gli concedevano ingenuamente la loro attenzione.
Per poco non indusse in errore lo stesso uomo di Dio, il venerabile Simone, abate di S. Nicola. La sua arroganza divenne tale che osò predicare ai suoi fratelli in Capitolo. Incominciò con un testo: «Siate forti in guerra e lottate contro l' antico serpente». Ma alle parole «e riceverete il regno eterno», si trovò incapace di proseguire. Poco dopo, il chierico autore di questi scandali cadde improvvisamente ammalato; lui che parlava tanto delle cose della terra, ecco che non si intratteneva che su quelle del cielo, delle realtà invisibili e ineffabili.
I fratelli accorrono per dargli l'estrema unzione, accorrono per ascoltare le sue ultime parole. All'ora dei vespri, diceva, o sarebbe stato con gli angeli in cielo oppure con i suoi fratelli in coro. Pronunziava sugli altri predizioni più forti ancora: «Poco fa, in estasi, ho visto un tale chiamato alla felicità eterna, un altro sedeva già in cielo. Il trono di questo qui è già pronto nella gloria. Quest'altro sarà vescovo, il tale sarà superiore e maestro di numerosi religiosi. Questo qui persevererà, quello là abbandonerà». Dopo di che sembrava sul punto di esalare l'ultimo respiro. Un'ora più tardi, al suono dei vespri, si alzò bruscamente e corse per entrare in coro con gli altri. Furono assai confusi di essere stati così ingannati.
Il maligno nemico provò ancora un altro fratello. Questi pensava di capire l' Apocalisse di Giovanni e poter penetrare i segreti del cielo, La cosa venne annunziata al priore sul luogo del lavoro, e il priore la trasmise alla comunità. Si rientra dunque per ascoltare le ultime rivelazioni.
Il fratello, che si chiamava Rinaldo, era seduto, rosso come un ubriaco. Di fronte a lui un tale Burcardo piangeva a calde lacrime. Gli si chiede perché: «Fratelli miei, risponde, ecco il mio rivale che vuole uccidermi. Si perquisisca il suo letto e si troverà l'arma del delitto». Si cercò sotto i due letti, e si trovarono le prove della loro animosità, un coltello lunghissimo e un grosso randello.
Furono portati davanti alla comunità. «Fratelli, disse il priore, e piaccia a Dio che voi foste davvero fratelli; i discepoli di Gesù Cristo nostro Signore, istruiti dalla luce dello Spirito Santo, non conoscono il fuoco della gelosia ne i veleni dell'odio. Lo Spirito Santo non è uno spirito di discordia, ma di concordia, non di dissenso, ma di pace. Adesso vediamo bene a quale fonte avete attinto il male e l'amarezza. Di conseguenza, nel nome del Signore v'imponiamo silenzio, fino al ritorno del nostro padre Norberto».
Quell'incidente raddoppiò la prudenza dei fratelli in simili circostanze.
Un po' più tardi, Satana s'impadronì di un giovane ragazzo, figlio di un converso, e si mise a tormentarlo con cattiveria. I fratelli si chiedevano con stupore il significato di attacchi così frequenti. Incatenarono l'indemoniato e lo rinchiusero, finché non fosse presa una decisione. Durante il silenzio notturno, il priore volle andarlo a trovare.
Non era ancora aperta la porta che il demonio gridò dall'interno: «Sta per entrare da me, sta per entrare da me, viene il maestro dalla tonaca rappezzata. Sia maledetto! Chiudete la porta, chiudete presto. Non entri!» Tutto questo non fermò il priore. Spinse la porta, entrò. «Che dicevi dunque?», chiese, «Vuoi sapere ciò che dico o chi sono? » risponde l'altro «Non saprai ne l'uno ne l'altro. Non sei il maestro, il protettore di questo bambino e il capo degli altri? Scappa presto, o partirai sotto il cumulo dei miei insulti ».
Certissimo che si trattava di uno spirito cattivo, venuto per ingannarlo e anche per ucciderlo, il priore rispose: «Ti scongiuro per Gesù Cristo, Figlio di Dio, che sulla croce ha trionfato su di te, che in tutta giustizia e forza ti ha ripreso il potere che avevi usurpato sull'uomo, ti scongiuro di dichiararmi chi sei». Ma l'altro: «È così che vuoi costringermi?» «Non sono io, risponde il priore, che ti costringo, ma colui che ti ha già vinto, come ho detto». «Ah, disgraziato che sono, gridò il demonio. Che fare? Sono lo stesso che nella giovane di Nivelles ha resistito al tuo maestro Norberto, quel cane bianco. Maledetta sia l'ora della tua nascita!»
Allora il priore raduna i fratelli. Essi prendono umilmente la disciplina, decidono di darsi al digiuno e alla preghiera, poi si dirigono con l'acqua santa verso l'indemoniato. Il demonio freme, lancia grida stridule: «Vengano in lizza! Siamo numerosi. Li frantumeremo come la macina maciulla il grano, e li stermineremo».
«Lo farai se lo puoi », replica il priore. Satana gli mostra il pugno. «Ti credi il loro maestro?», gli chiede. E mostrando la croce processionale: «Ecco il maestro. Non sei tu. A te non cederemmo. È lui che mi tortura».
I demoni confessano e temono nostro Signore Gesù Cristo crocefìsso, mentre gli Ebrei e gli eretici non lo riconoscono, ma lo maledicono e lo prendono in giro. Infine l'indemoniato viene slegato, ma anche in parecchi non si riusciva a tenerlo. Un giovane chierico del monastero, tra i più obbedienti, osò dire con tutta umiltà: «Mi si ordini nel nome dell'obbedienza! Lo terrò non con le mie forze, ma con le mani e i legami dell'obbedienza».
Il priore glielo ordinò, e gli altri si ritirarono. Da solo egli condusse l'indemoniato tutto tremante di paura vicino all'acquasantiera. Fu immerso nell'acqua santa, furono letti su di lui esorcismi e vangeli. I fratelli pregano e piangono, si danno la disciplina, si prostrano e si affliggono.
Finalmente, dopo aver torturato il povero corpo dell'ammalato, il demonio si mette sulla sua lingua sotto forma di una lenticchia nera. Nella bocca aperta si mostra agli assistenti : «Sono io, grida, ma per nessuno di voi uscirò oggi». «Bugiardo, gli rispondono. Fin dall'inizio hai mancato alla verità. Mai si deve crederti ».
Non tardò ad uscire, lasciando dietro di se tracce ripugnanti. Una volta liberato, il bambino vinto dai tormenti cadde ammalato e dovette rimanere a letto. Guarì soltanto dopo un lungo periodo di riposo. In quel tempo c'era alla portineria, per fare l'elemosina e ricevere gli ospiti, un fratello pio, di provata santità.
Una notte, disteso sul suo letto di felci, non dormiva; satana gli apparve mugghiante e con grugniti di cui ha il segreto. Cominciò a smuovere le felci ai piedi del fratello, e lo ripete per tre notti di seguito.
La terza volta, per consiglio del priore, il fratello disse al demonio: «Miserevole creatura, eri Lucifero, l'astro dell'aurora, eri nelle delizie del paradiso. Ma questo non ti è bastato; hai detto, 'Siederò sulla montagna degli dei, sarò simile all'Altissimo. Allora hai perduto la tua prima grandezza, hai preferito le tenebre alla luce, la miseria alla beatitudine, la sporcizia dei maiali al paradiso. Bello scambio! Magnifico vantaggio per te! Non sei al tuo posto qui. Va' ad avvoltolarti con i porci nelle fogne schifose e aspetta in quei luoghi puzzolenti il momento del severo giudizio». Confuso, il tentatore fuggì e cessò di apparire a quel religioso.
Così lo spirito cattivo viene disarmato e si riempie di terrore quando gli si incute vergogna delle delizie perdute. Trema di paura anche quando gli si ricordano le minacce e i terrori del futuro giudizio.
Ecco perché la Chiesa ha introdotto l'usanza di concludere gli esorcismi con queste parole: «Ti scongiuro per colui che deve venire a giudicare i vivi, i morti e il mondo con il fuoco».
Dopo aver invano tormentato i fratelli, il Maligno volò rapidamente fino a Maestricht, dove si trovava il padre Norberto; là s'impadronì dell'intendente di un signore.
In occasione dell'annuale festa patronale, il sacerdote di Dio Norberto celebrò la messa nella chiesa principale, in presenza di numerosi fedeli. Si riusciva appena a trattenere l'indemoniato, talmente si agitava. Dopo la messa, su istanza dei presenti, fu portato davanti a Norberto. Con ancora indossate le vesti liturgiche, tutto pieno di Spirito Santo, il santo si spinse in avanti per combattere il nemico.
Alcuni fratelli lo pregavano di risparmiare la sua salute, perché era già tardi: «Il caso, dicevano, era accidentale, e se si voleva liberare tutti gli indemoniati».
Norberto s'indignò: con la voce e con lo sguardo li rimproverò severamente: «Non sapete, fratelli, disse loro, che la morte è entrata nel mondo per invidia del diavolo? Vi sta sempre accanto e non vuole sloggiare. Se satana s'immischia così spesso e in modo così molesto nei nostri affari, è perché vuole rendermi odioso, umiliare la Parola di Dio di cui sono ministro, distruggerne l'effetto in coloro che l'hanno ricevuta. Se non può raggiungere quel risultato in segreto, lo fa palesemente con la sua solita arroganza. Non avete sentito la Verità stessa assicurarci che il diavolo cerca di togliere dai cuori il seme della Parola di Dio?»
Fece allora disporre l'indemoniato di fronte all'altare e iniziò l'esorcismo. Scongiurava il demonio di uscire. Nel momento in cui mise sale nella bocca del posseduto, l'infelice glielo sputò in faccia.
«Hai già consigliato, gridò, di mettermi nell'acqua, di colpirmi brutalmente, fino a morirne quasi, Pena perduta! I tuoi colpi non mi toccano, le tue minacce non mi fanno paura, la morte non mi spaventa, i tuoi legami non hanno presa su di me». Si era infatti proposto di immergerlo nell'acqua santa, ma l'indemoniato non aveva potuto sentire quel proposito.
Numerosi assistenti stavano lì, chierici e laici, sia per curiosità, sia per devozione. Allora il Maledetto, per bocca dell'energumeno, iniziò a raccontare la vita di parecchi di loro, a svelare i loro adulteri, le loro fornicazioni, a scoprire tutto ciò che non era stato accusato in confessione. A quelle rivelazioni ci fu un fuggi fuggi generale; con il padre Norberto non rimase che un ridottissimo numero di persone.
Venuta la sera, tutti erano giunti all'estremo delle forze, in seguito al digiuno e alla veglia della notte precedente. Norberto fu costretto a ritirarsi dai suoi ospiti, a rifocillarsi e a dormire un po'.
Mentre prendeva il cibo con i suoi fratelli e invitati, fu annunziato che il malato, liberato, stava tranquillo senza bisogno di costrizioni di fronte all'altare e chiedeva perdono delle sue vergognose maldicenze. Ringraziarono Dio e, di fatto, per tutta la notte e l'indomani lo si credette guarito.
Tra gli abitanti della città covava però un odio mortale. Per tutta la giornata il padre Norberto si adoperò a placarlo. Con la grazia di Dio li pacificò totalmente. Ma il diavolo, espulso dai loro cuori, non voleva cedere, Tornò nell'infelice che credevano guarito. Eccolo che grida, che esplode di furore.
Quando il santo torna in chiesa gli fanno premura : «Non sapete, gli dicono, che l'energumeno di ieri è stato ripreso dal suo male?» «Non sarà liberato subito, risponde l'uomo di Dio. Questo gli succede a motivo dei suoi peccati (era l'intendente di una fattoria); è per un giusto motivo che è consegnato al suo boia. Lasciatelo ancora un momento». Soffrì infatti indicibilmente per tre giorni, poi la divina misericordia lo liberò. Tornò a casa sano di corpo e di spirito.

Alla stessa epoca, un conte di Vestfalia, di grande nome, di grande potenza, si presentò a Norberto; si chiamava Gofiredo. Lo guidava lo spirito del timore di Dio; voleva lasciare tutto e abbracciare la povertà volontaria.
Ora era ricco, fortemente armato, possedeva tanti servi e domestiche. A tutto ciò rinunziò, a condizione che il suo castello di Cappenberg fosse trasformato in monastero e consacrato al servizio di Dio. Così di quel luogo dove aveva regnato l'orrore dei vizi, la santità avrebbe fatto un luogo di benedizione. Ma c'era opposizione da parte di sua moglie, del suo fratello cadetto e di suo suocero Federico che pretendeva che una parte consistente di quel dono era parte della dote della figlia. Se ne discusse a varie riprese; fu una cosa lunga, ma sua moglie per amore di Dio consentì.
Anche suo fratello si decise ad una conversione totale. Così sulle loro terre furono erette tre chiese: Cappenberg, Ilbenstadt e Varlar. Vi furono inviati dei fratelli, e la vita religiosa vi fiorisce ancora oggi. Ma il conte Federico, padre della moglie del conte Goffredo, non vedeva in ciò che una diminuzione di potenza, perché il castello di Cappenberg aveva dominato tutta la Vestfalia. Lo rivendicava come la dote di sua figlia, e minacciava i fratelli di ucciderli, se non lasciavano il castello al più presto.
Ogni tanto si avvicinava con i suoi e fingeva di impiccare il padre Norberto con il suo asino, per vedere alla bilancia quale dei due fosse il più pesante.
Quell'orgoglioso linguaggio gli attirava i rimproveri dei vescovi e dei signori dei dintorni, che minacciavano a Federico la collera divina. Il fatto è che il padre era molto stimato nella regione renana, e non si poteva sopportare di sentirlo attaccato.
I fratelli di Cappenberg, molto inquieti, scrissero all'uomo di Dio per chiedergli soccorso e per denunziargli le parole arroganti dell'orgoglioso. A tale notizia, Norberto rinnovò la sua fede e la sua speranza in colui che ha detto: «Abbiate fiducia, io ho vinto il mondo». Poi annunziò che si sarebbe presentato da solo con l'asino e si sarebbe consegnato nelle mani di Federico. Resistette in quella decisione. La lunghezza della strada non gli fece cambiare l'animale.
Eccolo che attraversa il Reno e penetra senza armi, senza difesa, sulle terre del conte Federico. Mentre vi soggiornava, la vendetta divina si abbatte sull'infelice conte. Durante il pranzo, gli scoppiò il ventre: crepò nel bel mezzo! Con la vita pagò la sua malizia e la chiesa ritrovò la pace.

Quando il padre Norberto tornò in Francia, ricevette la visita del conte Teobaldo. Era un personaggio di altissima nobiltà; veniva a consultare il santo sulla propria salvezza. Il suddetto padre sapeva molto bene che il conte distribuiva abbondanti elemosine per la costruzione di chiese e di monasteri, che era il padre degli orfani, il sostegno delle vedove, la provvidenza dei poveri e degli ammalati. Perciò non volle che cambiasse una vita così santa.
Gli consigliò di perseverare nelle sue opere buone, di sposarsi, per avere una discendenza che ereditasse, insieme con le tradizioni familiari, i suoi immensi possedimenti. In questo caso di cui abbiamo detto, si poté ammirare la prudenza dell'uomo di Dio.
Al signore di Vestfalia che si era arricchito con le spoglie altrui, permise di rinunziare a tutti i suoi beni. Al conte francese che, con i beni propri, soccorreva i poveri, consigliò di conservare tutto, ma come se non possedesse niente.
In quel torno di tempo l'uomo di Dio aveva il progetto di partire per Roma. Accompagnato da ambasciatori del conte Teobaldo, andò prima a Ratisbona.
Il fratello del vescovo di quella città, il nobilissimo e potente margravio Engelberto, aveva una figlia da sposare. La chiesero per il signore Teobaldo, e ciò fu loro concesso. Gli ambasciatori tornarono ad annunziare al loro maestro la felice notizia.
Quanto a Norberto, egli continuò il viaggio per Roma, dove fu accolto con molti riguardi da papa Onorio, di felice memoria. Vide con riconoscenza tutte le sue richieste soddisfatte. Conclusi i negoziati, prese la strada del ritorno e giunse a Wurzburg.
Durante il viaggio, i suoi compagni ed egli stesso sentirono una voce annunziare che sarebbe divenuto arcivescovo di Partenopoli.
A Wurzburg il giorno di Pasqua celebrò la messa in cattedrale, di fronte a un pubblico numeroso. Una cieca, che tutti conoscevano bene, si avvicinò a lui al momento della comunione del corpo e del sangue del Signore.
Dopo aver bevuto il prezioso sangue, le soffiò sugli occhi: all'istante la donna ritrovò la vista. Pieni di ammirazione, tutti i presenti lodarono con alte grida la potenza di Dio.
In quell'occasione alcuni notabili della città si convertirono e si diedero all'uomo di Dio con tutti i loro beni.
È risaputo che quelle donazioni permisero di costruire vicino alla città il monastero di Oberzell, dove il culto divino fiorisce sempre. Ma l'uomo di Dio, come i suoi compagni, conservava il ricordo della voce sentita al ritorno da Roma. Temendo di essere eletto vescovo della città, la cui sede era vacante, partì presto in segreto.
Tornato a Prémontré, fondò le chiese di S. Martino di Laon e di Vivières, nella regione di Soissons, e vi lasciò alcuni fratelli. Ora, il giorno in cui i fratelli arrivarono a Vivières, l'antico nemico, tutto nero e spaventevolmente vestito, apparve ad un contadino impegnato nel lavoro della terra, e gli disse: «Perché lavori? Che fai? Datti a me, e io ti arricchirò».
Il villano lo prese per un monaco: «Conserva i tuoi beni, rispose. Noi abbiamo per signore Norberto. Egli arricchirà le nostre anime come i nostri corpi». A tali parole, il demonio soffiò grossolanamente su di lui e sparì gridando: «Norbret! Norbret!», come se quel nome lo torturasse. Il contadino abbandonò il suo attrezzo e si mise a correre nei campi, gridando come un forsennato. I vicini, che lavoravano nello stesso campo, accorrono e lo vedono fuori di senno. Lo acchiappano, lo legano e lo conducono nella chiesa di Vivières.
La sera stessa arrivava Norberto, accompagnato da Ansculfo, arcidiacono di Soissons, proprietario del terreno dove stava la chiesa, che veniva a fare la cessione all'uomo di Dio, con le formalità d'uso, in quel paese. Durante la stesura dell'atto, il demonio tormentava crudelmente il contadino. Gli chiesero il suo nome e il demonio si fece passare per un certo Olibrius, che tormentava Santa Margherita! Alla richiesta della gente, il padre Norberto si presentò e asperse l'indemoniato con acqua santa. Poi gli massaggiò le gengive con sale benedetto e le lavò con acqua santa.
Gli ordinò anche di non consumare niente durante la novena, se non cibi preparati con acqua e sale benedetti. A quella scadenza l'uomo tornò a casa completamente guarito. L'indomani mattina andò in chiesa e narrò con tutti i particolari quanto gli era capitato nel campo.

In quell'epoca una funesta eresia si era diffusa nella grande e popolosa città di Anversa. Un certo Tanchelino, seduttore di meravigliosa sottilità e abilità, aveva trovato in quella città l'occasione di sviluppare i suoi talenti per il male. Era uno scellerato, nemico della fede cristiana e della religione, al punto di non fare alcun caso della sottomissione ai vescovi e ai sacerdoti.
Negava inoltre l'utilità per la salvezza eterna di ricevere il corpo e il sangue di nostro Signore Gesù Cristo. Quell'errore attirò molta gente; nei suoi confronti si fece prova di una credulità illimitata. Circa tremila uomini armati si misero al suo seguito; nessun signore o principe osava attaccarlo o anche resistergli.
Andava, vestito di broccato, con oro in mezzo ai capelli ricci, gioielli dovunque, i suoi festini sfarzosi, i suoi discorsi persuasivi incontravano la benevolenza degli uditori, che ne erano sedotti. Fatto incredibile, si arrivava persino a bere l'acqua del suo bagno, a portarla come reliquia! Inoltre si compivano parecchie pratiche vergognose e abominevoli. Anche dopo la morte dell'eresiarca era impossibile estirpare quel flagello.
Anversa possedeva una comunità di dodici chierici. Il persistere dell' eresia li condusse a forzare la mano al padre Norberto e ai suoi fratelli. Con l'intermediazione del vescovo gli fecero dono della loro chiesa e di alcune rendite. Speravano che i meriti dell'uomo di Dio e dei suoi religiosi riuscissero a porre termine a quei tremendi eccessi e che al posto delle tenebre dell'ignoranza si diffondesse la luce della verità. Norberto accettò quella chiesa, mentre i chierici se ne costruirono un'altra nella stessa città. Queste due chiese sono ancora oggi consacrate al culto di Dio.
Così il pio predicatore che era Norberto ricondusse, per se o per i suoi, nella via della verità e della giustizia il popolo che l'infame seduttore aveva così perfidamente ingannato.

Ecco un altro episodio da ricordare. Durante un inverno l'uomo di Dio Norberto si trovava a Prémontré. Approfittando dell' occasione, rivolgeva ai suoi fratelli parole di esortazione. Alcuni ebbero sete, e fu loro portata acqua dalla sorgente. Norberto gridò che quell'acqua non era pulita. Quelli che l'avevano portata risposero che il vaso era stato lavato accuratamente e che l'acqua era limpidissima. Norberto insiste che nessuno ne bevesse. Si fece luce, e quando si guardò nel fondo del recipiente videro nuotarvi uno schifoso verme, di dimensioni eccezionali.
Il fatto stupì tutti, perché non si vedono mai animali di questo genere d'inverno. D'altronde la sorgente era purissima, e si ricordava che il vaso era pulito. Non poterono che lodare tutti Iddio di essere stati preservati dalle trappole del nemico dal loro padre Norberto.
Era poi frequentissimo il tentativo dell' antico nemico d'ingannare i fratelli di Prémontré. Appariva sotto sembianze orribili a quanti soddisfacevano le proprie necessità naturali, con minacce più o meno fantasiose.
Uno di loro prese il coraggio in mano ed esclamò: «Fino a quando dovrò sopportare gli inganni di questo avversario insopportabile?» Si alzò e cacciò energicamente il demonio. Da allora in poi fu tranquillo da illusioni di questo genere.
Un altro fratello si trovava nella stessa necessità privata. Il maligno nemico gli apparve e lo tenne in quella posizione ridicola dall'inizio fino alla fine del mattutino. Per la sua pazienza il fratello vinse l'insolenza del demonio. Fece il segno della croce e si lanciò contro la porta che credeva sbarrata. Non trovando alcuna resistenza, comprese che era stato vittima di un artificio infernale. Riprese la sua libertà di spirito, e non temette niente più di simile.Una notte che il padre Norberto era in preghiera in Chiesa, il demonio si avvicinò per impaurirlo. Gli apparve sotto forma di un orribile orso e per terrorizzarlo gli mostrò i denti e le unghie.
Quell'irruzione inattesa intimorì un po' l'uomo di Dio. Ma egli non tardò a riprendersi, e riconobbe le insidie del suo persecutore. Subito riprese forza pregando un po': «Che cosa aspetti, crudele bestia ? esclamò, Le tue unghie non sono reali, i tuoi denti aguzzi non sono che vento, i tuoi peli arruffati non sono che fumo senza consistenza. Non c'è che ombra, che il sole nascente farà sparire. Creato a immagine di Dio, il tuo orgoglio ti ha meritato di cambiare la tua luce in tenebre. Adesso vattene, te l'ordino. C'è alleanza tra Cristo e Belial, la luce e le tenebre, la fedeltà e l'infedeltà? Vattene presto, sai bene che non puoi nuocere a nessuno senza permesso». Il Bugiardo non può sopportare parole di verità, e così sparì.

Venne il momento in cui il conte Teobaldo, di cui si è fatto menzione sopra, doveva partire per incontrare, nel giorno e nel luogo convenuti, la sua fidanzata accompagnata dal padre, dalla famiglia e da numerosi amici.
Il padre Norberto doveva prendere parte al viaggio. Ma la fidanzata, ammalata, non poté spostarsi. Questo era un motivo di sfiducia. Si temette che ci fosse stato un ripensamento o che fosse sopravvenuta qualche delusione per turbare la combinazione.
Il padre Norberto fu dunque pregato di continuare da solo il viaggio e di accertare la causa del ritardo. Egli cedette alle preghiere e partì con l'intenzione di condurre a buon fine il matrimonio che aveva preparato. Partendo inviò ai suoi fratelli di Prémontré un po' del denaro ricevuto, affinché ai cinquecento poveri che si nutrivano durante la carestia se ne potessero aggiungere altri centoventi a nome suo, per nutrirli con fraterna carità. Non sperava ormai più di restare con loro dopo il suo ritorno. Perciò volle lasciar loro quel ricordo. Seguiva in questo l'esempio del Maestro che amò i suoi fino alla fine.

L'anno 1125 dell'Incarnazione, Magdeburgo, metropoli della Sassonia, era vedova del suo vescovo. Dopo la sua morte l'elezione del nuovo vescovo era molto controversa. Tre personaggi di primo piano se la disputavano; ma poiché nessuno degli elettori accettava di rinunziare ai propri diritti, l'affare fu sottoposto al serenissimo imperatore Lotario.
In quello stesso momento si trovava presso il sovrano un cardinale, legato della Sede Apostolica, di nome Gerardo, quello stesso che succedette a Onorio col nome di Lucio II. Dietro suo consiglio, per uscire dal vicolo cieco in cui si trovavano gli elettori, l'imperatore propose loro come vescovo di Magdeburgo Norberto, che stava alla corte per predicare. Questo su consiglio di Alberto, arcivescovo di Magonza e di Alberione, primicerio di Metz. Furono dunque convocati gli elettori e si discusse a lungo.
Finalmente l'imperatore stesso designò Norberto come arcivescovo, e subito il legato confermò con l'autorità della Sede Apostolica la scelta ben intenzionata e così felice dell'imperatore. Dei messaggeri rintracciarono Norberto che si preparava già a partire.
Con il plauso unanime fu presentato al sovrano, e tutti i dignitari della chiesa di Magdeburgo l'acclamarono: “Ecco il nostro padre, dissero, ecco il vescovo della nostra scelta, l'approviamo per nostro vero pastore!» Egli si opponeva con tutte le sue forze a tali acclamazioni, ma sotto la pressione di quanti lo circondavano finì per cadere in ginocchio davanti all'imperatore e per forza accettò il bastone pastorale che gli era consegnato nelle mani. Il cardinale gli rivolse il seguente discorso: «Per l' autorità di Dio onnipotente, dei beati apostoli Pietro e Paolo e del signore papa Onorio, vi ordino di non resistere alla chiamata di Dio. Come un servitore fedele e prudente, fate fruttificare il talento della Parola di Dio, che avete ricevuto per il profitto di tutti. Perciò, quando il Signore verrà per chiedere ragione ai servitori ai quali egli ha dato i suoi doni in abbondanza, potrete sentire queste parole: Molto bene, servo buono e fedele, ti sei mostrato fedele nelle piccole cose, sarai preposto ad affari più importanti. Entra nella gioia del tuo maestro».
Tanti motivi, aggiunti all'autorità apostolica, trionfarono delle sue resistenze. Gli occhi pieni di lacrime, accettò il giogo del Signore.
L'imperatore gli diede il congedo, e Norberto partì per Magdeburgo in Sassonia. Al suo arrivo una grande folla gli mosse incontro. Tutti si congratulavano di ricevere per pastore un uomo così santo. Appena fu in vista di Magdeburgo, si tolse le scarpe e camminò a piedi scalzi.
Dopo il ricevimento in cattedrale, si diresse verso l'arcivescovado. I suo abiti erano così poveri che il portiere non lo riconobbe e gli rifiutò l'ingresso. Tutti si misero a rimproverare il portiere.
Il padre Norberto sorrise gentilmente: «Non aver paura, disse, sei tu che mi hai conosciuto meglio, hai visto più chiaro di quelli che mi trascinano a questo palazzo, troppo bello per me, povero e di umile condizione».
Appena fu consacrato vescovo, divenne amministratore fedele della sua casa. Convocò gli ufficiali preposti alle spese e chiese loro i conti. Le rendite episcopali erano diventate talmente magre che si poteva contare su fondi per circa quattro mesi soltanto. È vero che la chiesa di Magdeburgo, fondata e arricchita dall'imperatore, era stata largamente dotata, ma la negligenza degli arcivescovi, le malversazioni degli ufficiali l' avevano molto impoverita.
L' arcivescovo Norberto, con la grazia di Dio, strappò ai ladri i beni della Chiesa. Questo era il modo di crearsi occasioni di fastidi. Quelli che all'inizio l'avevano maggiormente lodato, ora lo trovavano odioso. Ma lui, nel nome del Signore, non esitò mai ad affrontare disagi; insiste in ogni occasione, alternò rimproveri e censure. Tutte le sue forze furono usate per la riforma spirituale e temporale della sua chiesa.
Una delle imprese più coraggiose fu di assicurarsi il possesso della chiesa di Nostra Signora. Con l'assenso dell'imperatore, del capitolo della cattedrale e dei canonici di quella chiesa, poté realizzare uno dei suoi più cari desideri, mettendovi fratelli del suo Ordine. Per grazia dello Spirito Santo, vi celebrano ancora oggi l'ufficio divino. I successi dell' arcivescovo suscitavano molte gelosie.
Un giovedì santo, mentre ascoltava le confessioni, un uomo avvolto in un mantello si presentò tra i penitenti alla porta di casa. Chiese al portiere di introdurlo, come se si dovesse confessare. Il portiere l' annunziò all'uomo di Dio: «Non lasciatelo entrare», disse questi. Ma siccome quello insisteva, fu introdotto in casa.
L'uomo di Dio lo vide arrivare: «Non avvicinatevi, gli disse. Rimani dove sei senza muoverti». Chiamò i servitori che erano di guardia fuori e diede loro l'ordine di spogliare il giovane dal suo mantello. Si vide allora al suo lato una spada affilata, lunga un piede e mezzo. Lo interrogò perché fosse venuto così armato.
Pallido, tremante, temendo per la sua vita, si buttò alle ginocchia di Norberto e confessò di essere stato inviato per ucciderlo. Quando nominò gli istigatori di tale crimine, lo stupore fu generale: gli autori di quel tradimento erano i famigli dell'arcivescovado e i consiglieri preposti all'amministrazione.
L'uomo giusto conservò la serenità del volto. «C'è da stupirsi, chiese con calma, che l'antico nemico mi prepari delle trappole? Non è in questa santa notte che egli ha persuaso gli Ebrei a mettere a morte nostro Signore Gesù Cristo? Sarei felice di meritare d'essere associato alla passione del Signore in un giorno così salutare, in cui la misericordia fu concessa ai disperati, il perdono ai peccatori e la vita ai morti ».
Un' altra volta un chierico della casa episcopale provò a ucciderlo a colpi di coltello, nel momento in cui usciva dal mattutino con i suoi chierici. Per sbaglio colpì uno di loro, lacerandogli il vestito. La vittima gridò di essere ferito. Alla voce il feritore capì di non aver raggiunto l'arcivescovo. «Non è lui, disse, che credevo di colpire. È quest'altro che volevo uccidere».
L'arcivescovo aveva camminato davanti, in mezzo agli altri, come se avesse presentito l'attentato. Gli assistenti si apprestavano a perseguire l'assassino. «Lasciate, disse l'uomo di Dio, che se ne vada. Non rendete il male per il male. Non ha fatto che ciò che ha potuto, ciò che Dio gli ha permesso».

Nel frattempo, il padre Norberto non dimenticava la sua fondazione di Prémontré. I fratelli vi erano stati riuniti da lui; non volle lasciarli in pericolo senza un capo. Attraverso i messaggeri che inviò concesse loro di eleggere un pastore in piena libertà. Raccomandava loro d'altronde nel contempo una persona adatta e di virtù provata. Tutti i fratelli consentirono con un accordo che dovette essere gradito a Dio.
L'eletto si trovava allora con il padre Norberto. Il giorno stesso della sua elezione ne era stato informato da una visione: «Stavo, disse, in compagnia del nostro padre Norberto davanti al Cristo. Mi presentò a lui dicendo: Restituisco alla vostra santissima maestà, Signore, colui che mi avete affidato».
Quando conobbe il voto unanime, Norberto si rivolse all'eletto in presenza di tutti i suoi: «Mi succederete, disse, per elezione dei fratelli nella casa della povertà. Andate nel nome del Signore. La protezione del Signore sarà con voi sino alla fine». Munito di tale benedizione, partì con due fratelli, di cui l'uno era stato appena nominato abate della chiesa di Anversa, l'altro di quella di Floreffe.
Egli si recò nella chiesa di Prémontré, di cui divenne il padre. Vi ha lasciato una memoria indimenticabile. Poco dopo stabilì abati nelle chiese di Laon, di Vivières et di Bonne-Esperance.
Decise che si sarebbero riuniti ogni anno per studiare la dislocazione dell'Ordine, eliminare il superfluo e introdurre le necessarie innovazioni. Da allora, i fratelli dell'Ordine fondato dal venerabile padre Norberto si sono sparsi per tutto il mondo fino ad oggi.

In quel tempo il papa Onorio, di felice memoria, morì. Innocenzo II, suo successore canonicamente eletto, non poté prendere possesso della sua sede di Roma, perché ci salì un intruso, Pierleoni, sostenuto dalla sua famiglia ribelle.
Innocenzo si ritirò in Francia, dove fu accolto con il dovuto onore. Presiedette un concilio a Reims, al quale parteciparono da diverse nazioni, con concorso di arcivescovi, di vescovi, di prelati e di fedeli di Cristo.
L'antipapa Pierleoni fu scomunicato e l'elezione di Innocenzo approvata. L'arcivescovo Norberto vi partecipò. Pur occupandosi degli affari della Chiesa universale, voleva provvedere ai bisogni particolari della sua Chiesa e ottenne dalla Sede Apostolica la conferma dei privilegi di cui godeva.
Terminato il concilio, egli tornò a Magdeburgo. Fu una brutta sorpresa : al suo ritorno trovò tutto sottosopra. In cattedrale era avvenuto qualcosa che esigeva canonicamente una riconciliazione della chiesa.
I dignitari della città lo contestavano, sostenevano che una consacrazione fatta davanti a tanti re e pontefici non doveva essere rinnovata. Invece, Norberto avvertì che non vi si sarebbe più celebrato se non levava l'anatema. Espose pubblicamente i termini della la questione, e fece sapere che gli si impediva di fare ciò che la consuetudine dei Padri prescriveva.
La notte seguente con due vescovi che si trovavano là, il grande prevosto e un certo numero di chierici dell’Ordine, entrò in chiesa, rivestito con le vesti e vi celebrò devotamente, secondo l'usanza, la cerimonia della riconciliazione.
Terminata la cerimonia, quando ancora indossavano le vesti liturgiche, sentirono fuori un grande clamore, tutta la gente in tumulto. La città intera era in subbuglio, perché si era sparsa la voce che l'arcivescovo stava spogliando gli altari, saccheggiando il tesoro, aprendo i reliquiari e togliendo i sigilli per rubare tutto e fuggire poi con il favore della notte, portandosi dietro tutto quel bottino. Le grida della gente riempirono di terrore i famigli dell'uomo di Dio.
Lui, sempre intrepido, voleva presentarsi alla folla, ma i suoi assistenti si opposero. Fecero notare che non sarebbe stato facile, in piena oscurità, pacificare una folla in delirio. Perciò lo fecero salire sopra una torre costruita a suo tempo dall’imperatore Ottone per una chiesa che era stata iniziata, ma che la morte gli aveva impedito di ultimare. L’uomo di Dio e i suoi compagni vi si rifugiarono, vestiti sempre con le vesti sacre, aspettandosi piuttosto di dover morire che di salvarsi. Sulla torre celebrono il mattutino in onore di S. Paolo, di cui si festeggiava la commemorazione. Le lodi divine continuavano a risuonare mentre aumentava il tumulto degli assedianti. Si metteva veramente male. Alcuni fratelli aspettavano la conclusione con fiducia; altri trepidavano e non cessavano di gemere: «Purtroppo! Perché abbiamo seguito quest'uomo per morire nei nostri peccati?» Il sant'uomo li confortava con parole piene di dolcezza: «Non abbiate paura, amati fratelli, diceva, è la volontà di Dio che abbiamo compiuta, è la volontà di Dio che subiamo adesso. Permette talvolta che un' opera buona sia osteggiata». Detto ciò, si era rimesso a pregare per paura di vederli cedere. Più tremava al pensiero di vederli perdere le forze, più metteva ardore nella sua supplica. Lo confessò più tardi: il timore della morte l'impressionava meno che la paura di veder loro mancare. La folla ostile rimase riunita per tutta la notte, mentre il sacerdote di Dio e il gruppo che lo circondava moltiplicavano le loro preghiere.
Al mattino alcuni partono all'assalto della torre, mentre altri lanciano frecce sul vescovo e sui suoi chierici. Inopinatamente un colpo di audacia porta alcuni assedianti sulla sommità della torre. Erano di quelli che avevano giurato che avrebbero messo a morte Norberto. Quando l'uomo di Dio li vide lanciarsi a spada sguainata, si spinse avanti per salvare gli altri: «Non cercate che una sola persona, disse. Eccomi. Risparmiate questi che non hanno per niente meritato di morire». Parlava loro rivestito con abiti pontificali di porpora. Alla sua vista, toccati ad un tratto dalla grazia di Dio, si buttano ai suoi piedi, ricevono il perdono della loro selvaggia impudenza, e da avversari si fanno suoi difensori. Altri, che li avevano seguiti rapidamente, credevano il vescovo già decapitato. Incontrano una delle sue guardie e, volendola uccidere, gli conficcarono la spada nella nuca fino alla gola. Lo credettero morto e lo lasciarono esanime. Allora l'uomo di Dio si lanciò in mezzo alla mischia, si offrì di morire per risparmiare gli altri. Colui che aveva colpito la guardia si trovò di fronte a lui, pieno di furore osò colpire la spalla del vescovo con la sua spada insanguinata. Ma la spada rimbalzò senza ferirlo.
Tuttavia i bendoni della mitra pontificale rimasero segnati dal sangue di cui la spada era sporca.
Allora alcuni di quelli che non avevano apertamente partecipato alla spedizione, recarono in chiesa alcune reliquie, dicendo: «Quale disgrazia quando il gregge perseguita il suo pastore!» Simulavano compassione, ma ciò non impediva loro di fare pressione su di lui, approfittando della difficile situazione. Volevano ottenere che egli mandasse via dalla chiesa di Nostra Signora i fratelli che vi aveva istallati, come è stato detto sopra. Norberto fu irremovibile, «Mai, disse, finché vivrò, farete partire i fratelli: questo atto è confermato dalla potenza imperiale e dall'autorità apostolica».
Si aspettava sempre la soluzione della vicenda e la fine del tumulto, quando arrivò il conte della città. Fingendo di ignorare tutto, egli si precipitò in mezzo alla folla e la disperse. Poi indicò un giorno in cui avrebbe reso giustizia a tutti quanti coloro che avrebbero presentato una giusta lamentela contro il vescovo. Per ordine del giudice, tutti si ritirarono. Il sacerdote di Dio rientrò in cattedrale per celebrarvi la messa e rendere grazie a Dio. Andando all'altare, egli riunì gli assistenti: «Vedete, disse, è tutto intatto ciò che era stato detto rotto e asportato». Celebrò dunque la messa, ma dovette leggere personalmente l'epistola e il vangelo, perché tutti i suoi ministri, stroncati dalla stanchezza e ancora in preda al panico, l'avevano abbandonato. Terminata la messa, egli rientrò a casa allegro e giulivo, riconoscente al Signore che l'aveva salvato da tante angosce.

Ma l'agitazione dei malvagi non cessò. Furiosi perché si ritenevano ingannati, poiché il venerabile sacerdote era sfuggito alle loro insidie, i suoi nemici decisero che nel giorno convenuto si sarebbero ubriacati tutti, onde evitare il sospetto di premeditazione.
Aggiunsero che sarebbe stata confiscata la casa a chi si fosse opposto a tale decisione. Ma il complotto pervenne all'orecchio di parecchi signori che stavano dalla parte dell'arcivescovo, perché lo sapevano uomo giusto e santo; perciò gli consigliarono di ritirarsi per un po'. Rifiutò di farlo nell'attesa gioiosa della palma del martirio. Nel giorno fissato, dato il segnale, la città si riempì ad un tratto di immensi clamori. Il vescovo chiese che cosa avveniva. Gli risposero che la folla stava provando a cacciare i fratelli dalla chiesa di Nostra Signora. Sorrise appena: “Impossibile, disse, la fondazione del Padre celeste non può essere sradicata”. La sommossa lo costrinse però a ritirarsi. Scortato da cavalieri, si recò all'abbazia di S. Giovanni Battista, nel sobborgo della città. Vi prese misure urgenti e da lì si rifugiò nel castello di Giebichenstein per mettersi al riparo, ma lo trovò chiuso: i suoi nemici l'avevano preceduto e occupavano il baluardo. Si diresse allora verso una chiesa di canonici vicina, dove aspettò per qualche giorno, pregando Dio di condurlo sulla via della sua santa volontà. Durante quel soggiorno si dedicò all'umiltà e alla compunzione. Alcuni suoi fedeli si intromisero e Dio permise che tornasse la pace. Tutti i suoi avversari finirono per umiliarsi davanti a lui e per fargli piena sottomissione. Li ricevette con dolcezza, senza esigere riparazioni se non per il soldato che avevano ferito; furono felici di accettare. Ricostruirono la casa del soldato che era stata demolita, e per la ferita gli versarono quaranta marchi d'argento.
Nei giorni seguenti le porte del castello che erano state chiuse a Norberto si riaprirono per lui, ed egli vi fu accolto con onore. I nobili gli fecero corteo, il popolo lodò Dio per la fermezza di questo grande prelato, che la morte aveva avvicinato senza raggiungerlo, senza scalfirne la fiducia ne il corpo.

Tutti questi eventi si svolsero durante il terzo anno del suo episcopato. Governò la diocesi ancora per cinque anni, e non cessò di fare onore al ministero che Dio gli aveva affidato. Fece progredire la religione e l'onestà, vigilò sull'unità della santa Chiesa, perseguendo e disonorando i fautori di tumulti e gli scismatici, come pure affezionandosi alla gente dabbene.
Fu consigliere degli sfiduciati, sostegno dei poveri, degli orfani e delle vedove. Non mancò di favorire e di moltiplicare i religiosi, dando egli stesso l' esempio della vita religiosa.
In tutta la misura del possibile, dove lo consentiva la sua dignità, si mostrava affabile nei confronti di tutti, piccoli e grandi. Cosciente della bontà e dei favori di Dio, offriva ogni giorno al Signore una coscienza esemplare, piena di soavità e di dolcezza.
Ma ad un determinato momento lo scisma si aggravò fortemente. Il vero papa Innocenzo II dovette cercare rifugio qua e là tra i cattolici, mentre l'antipapa Pierleoni, aiutato dalla sua famiglia e dai suoi partigiani, occupava la Sede di Roma. Introduceva nella città numerose novità fuori dall'ordinario, contrarie alle leggi e alle regole dei Padri.
Pertanto l'imperatore Lotario, dopo aver consultato i signori dell'Impero, organizzò una spedizione in Italia. Almeno la spada materiale cacciasse il sacrilego Pierleoni, poiché resisteva alla spada spirituale! Il padre Norberto, obbedendo agli ordini di papa Innocenzo e dell’imperatore, partecipò a quella spedizione. Il corpo era già malato, ma lo spirito rimaneva vigoroso e intrepido. Quanto la sua presenza risultò necessaria, quanto fu utile alla Chiesa, gli eventi successivi non tardarono a mostrare. L'imperatore era accampato con i suoi in una località chiamata St-Valentin; il papa stava a Viterbo.
Ambasciatori arrivarono da Roma a trovare l'imperatore; erano inviati da Pierleoni per tentare di attirare il sovrano dalla sua parte, a forza di suppliche, di doni, di argomenti di ogni genere. L'opposizione del padre Norberto fece fallire tutto. Chiesero di essere ascoltati in giudizio, proposero la formazione di un tribunale equo. Questa proposta provocò qualche interesse e riunì attorno a sé signori e fedeli dell'imperatore. Allora Norberto, pieno di sollecitudine per la pace e l'onore della Chiesa cattolica, si recò subito presso papa Innocenzo e gli espose ciò che avveniva nel campo dell'imperatore. Gli consigliò con forza di difendere i propri interessi e quelli dei suoi.
Contro l' opinione di Norberto, i partigiani di Innocenzo sostenevano che non è permesso al sommo pontefice di sottoporsi al giudizio di un uomo o di comparire davanti ad un tribunale. Ma papa Innocenzo decise in piena libertà. Si impegnò a consegnarsi a Lotario in prigionia perpetua, se non si fosse presentato nel giorno e nel luogo convenuti davanti al tribunale imperiale. Ma Pierleoni rifiutò di venire: i suoi ruggiti contro il papa furono inutili. Tutta la gente sensata si sentì da allora sempre più dalla parte del papa Innocenzo. Lotario finì per mettersi in cammino con il suo esercito.
Una strada difficile, da Orte a Narni, lo condusse verso Roma. Si accampò prima sul Monte dei Ladri, poi con ingenti forze sotto le mura della città, sul monte Aventino, vicino a S. Sabina. Intronizzò Innocenzo nella sua sede cattedrale al Laterano. Il giorno in cui Lotario doveva essere consacrato imperatore da papa Innocenzo, a un tratto Roma iniziò ad agitarsi, a turbarsi, a tumultuare. Era fin troppo chiaro che l'incoronazione solenne di Lotario da parte di Innocenzo presagiva l'irrimediabile caduta di Pierleoni.
I fatti dovevano provarlo. Da allora il partito di Innocenzo non fece che allargarsi e moltiplicarsi, quello di Pierleoni iniziò a declinare e a dissolversi.
Papa Innocenzo, accompagnato dai cardinali, dai vescovi e da tutto il clero, accolse solennemente Lotario scortato dal suo esercito e lo consacrò imperatore con grande gioia di tutti. Una volta incoronato, per il prestigio dell'Impero e il consolidamento dell'alleanza conclusa con il Papa, l'imperatore chiese senza riflessione il diritto all'investitura dei vescovi, ciò che sopprimeva la libertà delle Chiese. Il papa sembrò disposto a consentire. Tra i molti vescovi, nessuno fece un gesto per opporsi a quell'abuso.
Solo l'arcivescovo Norberto si fece avanti e, in presenza dell'imperatore e del suo potente esercito: «Padre, esclamò, che cosa state per fare? A chi consegnate le pecore che Dio vi ha affidate, al rischio di vederle sbranate? Avete ricevuto in custodia una Chiesa libera. La ridurrete in schiavitù? La Sede di Pietro esige una condotta da Pietro. Ho promesso per Cristo l'obbedienza a Pietro e a voi; ma se date retta a quella domanda, vi faccio opposizione, davanti a tutta la Chiesa».
In seguito a quell'intervento del padre Norberto, l'imperatore ritirò la sua sconsiderata richiesta, e il Papa non fece alcuna illegittima concessione. L'imperatore Lotario temeva Dio. Era un valoroso guerriero, eccellente stratega, abile politico, terribile per i nemici di Dio, oppositore dell'ingiustizia. Il suo coraggio si poté ammirarlo in Sicilia, si manifestò in Sassonia. Durante tutto il suo regno, mantenne con l'aiuto di Dio l'Impero romano in tutta la sua integrità. Per l'uomo di Dio Norberto egli ebbe sempre molto affetto. Il più delle volte accettava i suoi consigli; amava ricevere da lui ogni giorno la Parola di Dio.
Un giorno un soldato dell'imperatore fu turbato dallo spirito maligno. I suoi amici in lacrime lo presentarono al Papa affinché lo liberasse. Offeso dalla loro indiscrezione, il pontefice si ritirò nei suoi appartamenti e lasciò il posseduto in chiesa, alle cure del padre Norberto e di alcune persone che stavano con lui. Commosso, Norberto disse ai suoi fratelli: «In spirito di umiltà e con cuore contrito avviciniamoci al Signore, affinché degni riguardare questo povero che è opera delle sue mani». Immediatamente iniziò a pregare sottovoce. Pianse e gemette da mezzogiorno fino alla sera, ma finì per ottenere la guarigione del malato. Al calar della notte, il demonio uscì con orribili grida. Il paziente cadde svenuto tra le braccia di coloro che lo circondavano, e si addormentò. Poco più tardi si risvegliò guarito. L'uomo di Dio lo esortò a confessarsi, e gli ordinò di astenersi per qualche giorno dai cibi prelibati, insieme come penitenza e come azione di grazie. Gli assicurò che se avesse mancato a quella regola di astinenza sarebbe ricaduto nella stessa pena. Guarito e riconciliato, il soldato accompagnò l'uomo di Dio fino a Pisa. Durante il soggiorno a Pisa scappò alle sue guardie, e andò a passeggiare da solo. All'improvviso fu ripreso dal suo male e terribilmente tormentato. Non fu liberato che dopo un nuovo intervento del sacerdote di Dio, con la grazia di Dio.

Dopo tante fatiche, l'uomo di Dio iniziò a declinare, logorato da una continua e severa penitenza. La stanchezza del viaggio, l'aria malsana aggravarono il suo male.
Dall'Italia lo ricondussero, ma non senza pena, alla sua città di Magdeburgo. Per quattro mesi vi rimase allettato, in preda a un penoso languore.
Dopo aver saggiamente e fedelmente amministrato la sua diocesi per otto anni, diede in piena lucidità la sua benedizione agli assistenti e si addormentò in una morte beata. Secondo la parola di S. Agostino, chi vive bene non può morire male.
Era l' anno dell'Incarnazione 1134, il mercoledì di Pentecoste, 6 giugno, il quinto anno del pontificato di Innocenzo II, il nono del regno di Lotario.
Dopo la morte del suddetto vescovo, una contesa sorse tra la chiesa cattedrale e quella di Nostra Signora circa la sua sepoltura. Secondo i canonici della cattedrale, le ossa di colui che era stato il capo di tutte le chiese della città dovevano onorare la chiesa madre e aspettarvi l'avvento del giudice sovrano, nel posto di cui teneva il titolo, benché immenso fosse stato durante la sua vita il campo del suo apostolato.
I fratelli della chiesa di Nostra Signora sostenevano invece che non era soltanto stato arcivescovo, che era stato specialmente fino alla fine il loro padre e il loro prevosto.
Loro dunque dovevano possedere il suo corpo, come la sua devozione aveva desiderato: voleva riposare definitivamente tra i suoi fratelli, i figli che aveva generati spiritualmente dalla Parola di Dio.
Per arbitrare il conflitto si spedì una delegazione all'imperatore Lotario, la cui decisione sarebbe stata legge.
Nel frattempo il corpo giaceva senza sepoltura; ogni giorno il suo cadavere veniva trasportato in uno dei monasteri della città, per celebrarvi piamente le vigilie dei defunti. Nonostante la temperatura elevata, nessun cattivo odore esalò in tanti giorni dal suo corpo. Dopo otto giorni, gli inviati tornarono. Per ordine dell'imperatore il corpo fu trasportato nella chiesa di Nostra Signora e sepolto davanti all'altare della santa Croce. Alcuni anni più tardi fu trasferito in coro. E lì aspetta il suo ultimo giorno, nella speranza della beata risurrezione a cui aspira ogni anima fedele.


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