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Maria è pozzo d'amore ove l'anima in Cristo s'immerge

In nomine Patris, et Filii, et Spiritus Sancti. Amen.
Orate fratres Deum pro Pontificem Maximo Francisco,
pro exaltatione Sanctae Ecclesiae ac haeresum extirpatione,
pro nationum concordia,
pro principibus christianis,
pro tranquilitate populorum,
ut omnes una aeternis gaudiis tandem perfruamur.
Custodi nos Domine ut pupilam oculi sub umbra alarum tuarum protege nos.
Gloria Patri, et Filio, et Spiritui Sancto. Sicut erat in principio, et nunc, et semper, et in saecula saeculorum. Amen.

Una passo del Vangelo per te

UN PASSO DEL VANGELO PER TE

Santa Teresina di Lisieux: Storia di un'anima - Parte VI

STORIA DI UN’ANIMA: S. Teresina di Lisieux (S. Teresina del Bambin Gesù)

Celina divenne dunque la confidente delle mie lotte e delle mie sofferenze, lei vi prese parte allo stesso modo in cui lo avrebbe fatto se si fosse trattato della sua vocazione; dalla sua parte io non avrei avuto da temere opposizione, ma non sapevo che mezzo usare per dirlo a Papà... Come parlargli di lasciare la sua regina, a lui che aveva appena sacrificato le sue tre figlie maggiori?... Ah, quante lotte intime ho dovuto sopportare prima di sentimi il coraggio di parlare!...
Tuttavia mi toccò decidere, stavo per avere quattordici anni e mezzo, sei mesi soltanto mi separavano dalla bella notte di Natale in cui avevo deciso di entrare, alla stessa ora in cui l'anno precedente avevo avuto “la mia grazia”. Per fare la mia grande confidenza scelsi il giorno della Pentecoste tutta la giornata invocai i Ss Apostoli di pregare per me, di ispirarmi le parole che avrei dovuto dire... Non erano forse loro, infatti, a dover aiutare la bambina timida che Dio destinava a diventare l'apostolo degli apostoli con la preghiera e il sacrificio?...
Fu solo al pomeriggio al ritorno dai vespri che io trovai l'occasione di parlare al mio piccolo caro Papà; era andato a sedersi sull'orlo della cisterna e là, con le mani giunte, contemplava le meraviglie della natura, il sole i cui raggi avevano perso la loro fiamma indorava la cima dei grandi alberi, dove gli uccellini cantavano con gioia la loro preghiera della sera.
Il bel volto di Papà aveva un'espressione di cielo, io sentivo che la pace inondava il suo cuore; senza dire una sola parola sono andata a mettermi seduta accanto a lui, con gli occhi già bagnati di lacrime, egli mi guardò con tenerezza e prendendo il mio capo lo appoggiò sul suo cuore, dicendomi: “Che hai mia piccola regina?... dimmelo...”. Poi alzandosi come per dissimulare la propria emozione, si mise a camminare lentamente, tenendo sempre il mio capo sul suo cuore. In mezzo alle lacrime gli confidai il mio desiderio di entrare al Carmelo, allora le sue lacrime vennero a mescolarsi alle mie, ma egli non disse neppure una parola per distogliermi dalla mia vocazione accontentandosi semplicemente di farmi notare che ero ancora molto giovane per prendere una decisione così grave. Ma io difesi così bene la mia causa, che con natura semplice e diritta di Papà, egli fu presto convinto che il mio desiderio era quello di Dio stesso e nella sua fede profonda esclamò che il Buon Dio gli faceva un grande onore di chiedergli così le sue figlie; continuammo a lungo la nostra passeggiata, il mio cuore consolato dalla bontà con cui il mio incomparabile Padre aveva accolto le sue confidenze, si espandeva dolcemente nel suo. Papà sembrava gioire di quella gioia tranquilla offerta dal sacrificio compiuto, egli mi parlò come un santo e io vorrei ricordarmi le sue parole per scriverle qui, ma non ne ho conservato che un ricordo troppo profumato perché possa tradursi. Quello di cui mi ricordo perfettamente fu l'azione simbolica che il mio amato Re compì senza saperlo. Avvicinandosi ad un muro poco alto, mi fece vedere dei piccoli fiori bianchi somiglianti a gigli in miniatura e prendendo uno d quei fiori, me lo diede, spiegandomi con quale cura i Buon Dio l'aveva fatto nascere e l'aveva conservato fino a quel giorno; sentendolo parlare, credevo di sentire la mia storia tante erano le somiglianze tra quello che Gesù aveva fatto per il piccolo fiore e per la piccola Teresa... Io presi questo fiorellino come una reliquia e vidi che volendolo cogliere, Papà aveva tolto tutte le sue radici senza spezzarle, ed esso sembrava destinato a vi vere ancora in un'altra terra più fertile del muschio morbido dove erano passate le sue prime mattine... Era proprio l'azione che Papà aveva appena fatto per me qualche istante prima, permettendomi di salire la montagna del Carmelo e di lasciare la dolce valle testimone dei miei primi passi nella vita.
Sistemai il mio piccolo fiore bianco nella mia Imitazione, al capitolo che ha per titolo: “Sul fatto che occorre amare Gesù al di sopra di tutte le cose”, è ancora là, soltanto il gambo si è spezzato proprio vicino alle radici ed il Buon Dio sembrava dirmi così che spezzerà presto i legami del suo piccolo fiore e non lo lascerà appassire sulla terra! Dopo aver ottenuto il consenso di Papà, credevo di poter prendere il volo senza paura verso il Carmelo, ma prove molto dolorose dovevano ancora mettere alla prova la mia vocazione. Fu solo tremando che confidai allo zio la decisione che avevo presa. Mi prodigò tutti i segni di tenerezza possibili, tuttavia non mi diede il permesso di partire, al contrario mi proibì di parlargli della mia vocazione prima dell'età di 17 anni. Era contrario alla prudenza umana, diceva, far entrare al Carmelo una bambina di 15 anni, perché questa vita di carmelitana agli occhi del mondo era una vita di filosofo, Sarebbe stato fare gran torto alla religione lasciarla abbracciare ad una bambina senza esperienza... Tutti ne avrebbero parlato, ecc... ecc... Disse anche che per farlo decidere a lasciarmi andar via sarebbe occorso un miracolo. Io vidi bene che tutti i ragionamenti sarebbero stati inutili, e così me ne andai, con il cuore immerso nell'amarezza più profonda; la mia sola consolazione era la preghiera, supplicavo Gesù di fare il miracolo richiesto perché soltanto a quel prezzo avrei potuto rispondere alla sua chiamata.
Passò un tempo abbastanza lungo prima che osassi parlare di nuovo allo zio; mi costò moltissimo andare da lui, egli da parte sua sembrava non pensare più alla mia vocazione, ma ho saputo più tardi che la mia grande tristezza lo spinse parecchio in mio favore. Prima di far risplendere sull'animo mio un raggio di speranza, il Buon Dio volle inviarmi un martirio dolorosissimo che durò tre giorni. Oh, mai ho capito così bene come durante questa prova, il dolore della Santa Vergine e di San Giuseppe che cercavano il divino Bambino Gesù... Ero in un triste deserto o piuttosto l'anima mia era simile al fragile scafo abbandonato senza pilota alla mercè delle onde tempestose... Lo so, Gesù era là e dormiva sulla mia navicella, ma la notte era così nera che mi era impossibile vederlo, nulla mi rischiarava, neppure un lampo veniva a solcare le nuvole scure... Senza dubbio è una ben triste luce la luce dei lampi, ma almeno, se la tempesta fosse scoppiata apertamente, io avrei potuto per un istante accorgermi di Gesù... era la notte, la notte profonda dell'anima... come Gesù nell'orto dell'agonia, io mi sentivo sola, non trovavo consolazioni sulla terra nè dalla parte del Cielo, il Buon Dio sembrava avermi abbandonata La natura sembrava partecipare alla mia tristezza amara, durante quei tre giorni, il sole non fece brillare neppure uno dei suoi raggi e la pioggia cadde a torrenti. (Ho notato che in tutte le circostanze gravi della mia vita, la natura era l’immagine dell'anima mia. Durante i giorni delle lacrime, il Cielo piangeva con me, durante i giorni di gioia, il Sole mandava a profusione i suoi raggi allegri e l’azzurro non era oscurato da nessuna nuvola...)
Finalmente al quarto giorno che capitava di sabato, giorno consacrato alla dolce Regina dei Cieli, andai a trovare lo zio. Quale non fu la mia sorpresa nel vederlo che mi guardava e che mi faceva entrare nel suo studio senza che io ne avessi manifestato il desiderio!... Cominciò a farmi dolci rimproveri perché sembravo aver paura di lui e poi mi disse che non era necessario chiedere un miracolo, che aveva soltanto pregato il Buon Dio di dargli “una semplice spinta di cuore” e che era stato esaudito... Ah! io non fui tentata di supplicare un miracolo, perché per me il miracolo era concesso, lo zio non era più lo stesso. Senza fare alcuna allusione alla “prudenza umana” egli mi disse che io ero un fiorellino che il Buon Dio voleva cogliere e che lui non si sarebbe più opposto!...
Questa risposta definitiva era veramente degna di lui. Per la terza volta questo Cristiano di altri tempi permetteva che una delle sue figlie adottive del suo cuore andasse a seppellirsi lontano dal mondo. Anche la Zia fu ammirevole per tenerezza e per prudenza, io non mi ricordo che durante la mia prova ella mi abbia detto una parola che potesse accrescerla, vedevo che aveva una grande pietà della sua povera piccola Teresa, così quando ebbi ottenuto il consenso del mio caro Zio, lei mi dette il suo, ma non senza dimostrarmi in mille modi che la mia partenza le avrebbe dato dolore... Ohimè! i nostri cari parenti erano lungi dall'attendersi allora che sarebbe stato loro necessario rinnovare ancora due volte lo stesso sacrificio... Ma tendendo la mano per chiedere sempre, il Buon Dio non la presentò vuota, i suoi amici più cari poterono attingere abbondantemente la forza e il coraggio che erano loro così necessari... Ma il mio cuore mi porta ben lungi dal mio argomento, e io ci torno quasi con rincrescimento:
Dopo la risposta dello Zio, tu capisci, Madre mia con quale allegria ripresi la via dei Buissonnets, sotto”il bel Cielo, le cui nuvole si erano del tutto dissolte”!... Anche nell'anima mia la notte era finita. Gesù svegliandosi mi aveva restituito la gioia, il frastuono delle onde si era calmato; invece del vento della prova, una brezza leggera gonfiava la mia vela e io credevo di arrivare presto sulla riva benedetta che sentivo davvero vicina a me. Era in realtà molto vicina alla mia navicella, ma più di una tempesta doveva ancora sollevarsi e portandole via la vista del suo faro luminoso, farle temere di essersi allontanata senza possibilità di ritorno dalla riva così ardentemente desiderata...
Pochi giorni dopo aver ottenuto il consenso dello zio, venni a trovarti, Madre mia cara, e ti dissi la mia gioia per il fatto che tutte le mie prove erano passate, ma quale non fu la mia sorpresa, e il mio dolore al sentirti dire che il Sig. Superiore non consentiva il mio ingresso prima dell'età di 21 anni... Nessuno aveva pensato a questa opposizione, la più invincibile di tutte; nonostante ciò senza perdermi di coraggio andai io stesso con Papà e Celina dal nostro Padre per tentare di commuoverlo dimostrandogli che io avevo proprio la vocazione del Carmelo. Egli ci ricevette molto freddamente, il mio incomparabile piccolo Papà ebbe il suo bel da fare ad unire le sue richieste alle mie, nulla poté cambiare il suo atteggiamento. Mi disse che non c'erano pericoli nell'attesa, che a casa potevo condurre una vita di carmelitana, che non era poi tutto perduto se non avessi preso la disciplina... ecc... ecc... alla fine concluse aggiungendo che lui non era che il delegato di Monsignore e che se questi voleva permettermi di entrate al Carmelo lui non avrebbe avuto più niente da ridire... Io uscii tutta in lacrime dal presbiterio, per fortuna ero nascosta dal mio ombrello, perché la pioggia veniva giù a torrenti. Papà non sapeva come consolarmi... mi promise di condurmi a Bayeux appena io ne avessi manifestato il desiderio, perché io ero decisa ad arrivare ai miei scopi, io dissi anche se sarei andata fino dal Santo Padre, se Monsignore non avesse voluto permettermi di entrare al Carmelo a 15 anni... Molti eventi passarono prima del mio viaggio a Bayeux, all'esterno la mia vita sembrava la stessa, studiavo, prendevo lezioni di disegno con Celina e la mia brava maestra trovava in me parecchie disposizioni nella sua arte. Soprattutto crescevo nell'amore del Buon Dio, sentivo nel mio cuore slanci fino allora sconosciuti, talora avevo veri trasporti d'amore. Una sera non sapendo come dire a Gesù che lo amavo e quanto desideravo che Egli fosse dovunque amato e glorificato, pensai con dolore che egli non avrebbe mai potuto ricevere un solo atto d'amore dall'inferno; allora dissi al Buon Dio che per fargli piacere avrei volentieri acconsentito a vedermici sprofondata, perché egli fosse amato eternamente in quel luogo di bestemmia... Sapevo che la cosa non poteva glorificarlo, perché Egli non desidera altro che la nostra felicità, ma quando si ama, si prova il bisogno di dire mille follie; se parlavo così, non era che il Cielo non eccitasse il mio desiderio, ma allora il mio Cielo tutto mio non era altro che l'Amore, ed io sentivo come S. Paolo che nulla avrebbe potuto allontanarmi dall'oggetto divino che mi aveva rapita !...
Prima di lasciare il mondo, il Buon Dio mi diede la consolazione di osservare da vicino delle anime di bambini; essendo la più piccola della famiglia, non avevo mai avuto questa felicità, ecco le tristi circostanze che me la procurarono: Una povera donna, parente della nostra domestica, mori nel fiore degli anni lasciando 3 figli piccolissimi; durante la sua malattia ci prendemmo in casa le due bambine la più grande delle quali non aveva 6 anni, io me ne occupavo tutta la giornata ed era un grande piacere per me vedere con quale candore essi credevano tutto quello che io dicevo loro.
Bisogna proprio che il santo Battesimo deponga nelle anime un seme davvero profondo delle virtù teologali giacché fino dall'infanzia esse si fanno già vedere e perché la speranza dei beni futuri basta per far accettare qualche sacrificio. Quando volevo vedere le mie due figliette del tutto d'accordo tra loro, invece di promettere giocattoli e caramelle a colei che avrebbe ceduto alla sorella, parlavo loro delle ricompense eterne che Gesù Bambino darà in Cielo ai bambini saggi; la più grande, la cui ragione cominciava a svilupparsi, mi guardava con gli occhi brillanti di gioia, mi faceva mille domande incantevoli su Gesù Bambino e sul suo bel Cielo e mi prometteva con entusiasmo di cedere sempre alla sorella; diceva che mai nella sua vita si sarebbe dimenticata quello che le aveva detto “la grande signorina”, perché mi chiamava così... Vedendo da vicino quelle anime innocenti, ho capito quale disgrazia era il non formarle bene fino dal loro risveglio, quando somigliano ad una cera molle su cui si può lasciare l'impronta delle virtù, ma anche quella del male... ho compreso ciò che Gesù ha detto nel Vangelo: “È meglio essere gettato nel mare che scandalizzare uno solo di questi bambini”, Ah! quante anime arriverebbero alla santità, se fossero ben dirette!...
Lo so, il buon Dio non ha bisogno di nessuno per fare l'opera sua, ma come permette ad un abile giardiniere di coltivare piante rare e delicate e gli dà per questo la scienza necessaria, riservando per Sé stesso la cura di fecondare, così Gesù vuole essere aiutato nella sua Divina cultura delle anime.
Che succederebbe se un giardiniere maldestro non innestasse bene i suoi arbusti? se non sapesse riconoscere la natura di ognuno e volesse far schiudere rose su un pesco?... Farebbe morire l'albero che invece era buono e capace di produrre frutti.
È così che bisogna saper riconoscere fino dall'infanzia quello che il Buon Dio chiede alle anime e assecondare l'azione della sua grazia, senza mai affrettarla né rallentarla.
Come gli uccellini imparano a cantare sentendo i loro genitori, così i bambini imparano la scienza delle virtù, il canto sublime dell'Amore Divino, presso le anime incaricate di formarle alla vita.
Mi ricordo che in mezzo ai miei uccelli, avevo un ca­narino che cantava a meraviglia, avevo anche un piccolo fanello cui prodigavo le mie cure “materne”, avendo adottato prima che avesse potuto godere la felicità della libertà. Quel povero piccolo prigioniero non aveva genitori per insegnargli a cantare, ma sentendo dal mattino alla sera il suo compagno canarino fare gioiosi gorgheggi, volle imitarlo... Quell'impresa era difficile per un fanello, anche la sua dolce voce fece parecchia fatica ad accordarsi con la voce vibrante del suo maestro di musica. Era grazioso vedere gli sforzi del povero piccolo, ma furono alla fine coronati da successo, perché il suo canto pur conservando una dolcezza ben maggiore fu assolutamente lo stesso di quello del canarino.
O Madre mia cara! sei tu che mi hai insegnato a cantare... è la tua voce che mi ha incantato fino dalla fanciullezza, e ora ho la consolazione di sentir dire che ti somiglio!!! Io so quanto ne sono ancora lontana, ma spero malgrado la mia debolezza di ridire eternamente lo stesso cantico tuo!...
Prima del mio ingresso al Carmelo, io feci ancora tante esperienze sulla vita e sulle miserie del mondo, ma questi dettagli mi porterebbero troppo lontano, e vado a riprendere il racconto della mia vocazione. - il 31 ottobre fu il giorno fissato per il mio viaggio a Bayeux.
Partii sola con Papà, il cuore pieno di speranza, ma an­che molto emozionata al pensiero di presentarmi al vescovado. Per la prima volta della mia vita, dovevo andare a fare una visita senza essere accompagnata dalle mie sorelle e questa visita era ad un Vescovo! Io che non avevo mai bisogno di parlare che per rispondere alle domande che mi si rivolgevano, dovevo spiegare io stessa lo scopo della mia visita, sviluppare le ragioni che mi facevano sollecitare l'ingresso al Carmelo, in una parola dovevo mostrare la solidità della mia vocazione. Ah! quanto mi è costato fare quel viaggio! È stato necessario che il Buon Dio mi desse una grazia tutta speciale perché io abbia potuto vincere la mia grande timidezza... È anche verissimo che “Mai l'Amore trova cose impossibili, perché si crede tutto possibile e tutto permesso. Era veramente il solo amore di Gesù che poteva farmi scavalcare quelle difficoltà e quelle che seguirono perché Egli si compiacque di farmi comprare la mia vocazione attraverso grandissime prove...
Oggi che godo della solitudine del Carmelo (riposandomi all'ombra di Colui che ho così ardentemente desiderato) trovo che ho comprato la mia felicità a prezzo proprio basso e sarei disposta a sopportare pene davvero maggiori per acquistarla se non l'avessi ancora!

Pioveva a rovescio quando arrivammo a Bayeux, Papà che non voleva vedere la sua reginetta entrare in vescovado con la sua bella toeletta tutta rovinata la fece salire su un bus e portare alla cattedrale. Là cominciarono le mie miserie, Monsignore e tutto il suo clero assistevano ad un grande funerale.
La Chiesa era piena di signore in lutto e tutti mi guardavano con il mio vestito chiaro e il mio cappello bianco, avrei voluto uscire dalla Chiesa, ma non era proprio il caso di pensarci, per la pioggia, e per umiliarmi ancora di più il Buon Dio permise che Papà con la sua semplicità patriarcale mi fece andare su fino alle prime file della cattedrale; non volendogli dare dolore io eseguii con buona grazia e offrii quella distrazione ai buoni abitanti di Bayeux che mi sarei augurata di non aver mai conosciuto... Alla fine potei respirare a mio agio in una cappella che era dietro l'altare maggiore e ci restai a lungo, pregando con fervore nell'attesa che la pioggia smettesse e che ci permettesse di uscire. Scendendo, Papà mi fece ammirare la bellezza dell'edificio che pareva molto più grande da vuoto, ma un solo pensiero mi occupava e non riuscivo ad avere piacere di nulla.
Andammo direttamente da Mr Révérony che sapeva del nostro arrivo avendo egli stesso fissato il giorno del viaggio, ma era assente; ci toccò dunque vagare per le strade che mi parvero tristissime; finalmente tornammo vicino al Vescovado e Papà mi fece entrare in un bell'hotel in cui non feci onore al bravo cuoco. Questo povero piccolo Papà era di una tenerezza quasi incredibile per me, mi diceva di non crucciarmi, che sicuramente Monsignore avrebbe esaudito la mia richiesta. Dopo esserci riposati, tornammo da Mr Révérony; un signore arrivò nello stesso momento, ma il vicario generale gli chiese educatamente di aspettare e ci fece entrare per primi nel suo ufficio (il povero signore ebbe il tempo di annoiarsi perché la visita fu lunga). Mr Révérony si mostrò amabilissimo, ma io credo che il motivo del nostro viaggio lo sorprese molto; dopo avermi guardato sorridendo e fatto qualche domanda ci disse: “Io vi presenterò a Monsignore, vogliate avere la bontà di seguirmi”. Vedendo le lacrime spuntare come perle dai miei occhi, aggiunse: “Ah, vedo dei diamanti... non bisogna mostrarli a Monsignore!...”. Ci fece attraversare parecchie sale molto grandi, ornate di ritratti vescovili; vedendomi in questi grandi saloni, mi facevo l’effetto di una povera formichina e mi chiedevo che cosa avrei osato dire a Monsignore; quello passeggiava con due preti sopra una galleria, vidi Mr Révérony dirgli qualche parola e tornare indietro con lui, noi l'aspettavamo nel suo studio; là, tre enormi poltrone erano sistemate davanti al camino ove scoppiettava un fuoco ardente. Vedendo entrare sua Eccellenza, Papà si mise in ginocchio accanto a me per ricevere la sua benedizione, poi Monsignore fece prendere posto a Papà in una delle poltrone, si mise davanti a lui e Mr Révérony volle farmi prendere quella di mezzo; io rifiutai educatamente, ma insisté, dicendomi di far vedere se ero capace di obbedire, e così senza stare a pensarci su io ebbi la vergogna di vedergli prendere una sedia mentre io ero affondata in una poltrona dove quattro come me sarebbero state a loro agio (più a loro agio di me, perché ero ben lungi dall'esserlo!...) Speravo che Papà avrebbe parlato ma egli mi disse di spiegare io stessa a Monsignore lo scopo della nostra visita; lo feci il più eloquentemente possibile, sua Eccellenza abituata all'eloquenza non parve troppo toccato dalle mie ragioni, al loro posto mi sarebbe servita di più una parola del Sig. Superiore, disgraziatamente non ne avevo e la sua opposizione non giocava in alcun modo a mio favore.
Monsignore mi chiese se era tanto tempo che desideravo entrare al Carmelo: - Oh sì! Monsignore, tanto tempo...” - “Vediamo, riprese ridendo Mr Révérony, voi non potete certo dire che sono 15 anni che avete questo desiderio”. - “È vero, risposi sorridendo anche io, ma non ci sono molti anni da sottratte perché ho desiderato di farmi suora dal risveglio della mia ragione ed ho desiderato il Carmelo appena l'ho conosciuto bene, perché in quell'ordine trovavo che tutte le aspirazioni dell'anima mia si sarebbero compiute”. Io non so, Madre mia, se queste sono del tutto le parole mie, credo che la cosa era ancora più malmessa, ma alla fine questo è il senso.
Monsignore, credendo di far piacere a Papà cercò di farmi restare ancora qualche anno con lui, e così non fu poco sorpreso ed edificato dal vederlo prendere partito per me, intercedere perché io ottenessi il permesso di volare via a 15 anni. Tuttavia tutto fu inutile, egli disse che prima di decidere era indispensabile un incontro con il Superiore del Carmelo. Io non potevo sentire niente che mi desse più dolore, perché conoscevo l'opposizione formale di nostro Padre, e così senza tener conto della raccomandazione di mr Révérony feci più che mostrare i diamanti a Monsignore, gliene regalai!... Vidi bene che era commosso; passando il suo braccio attorno al mio collo appoggiò la mia testa sulla sua spalla e mi accarezzava, come mai, sembra, nessuno lo era stato da lui. Mi disse che non tutto era perduto, che era molto contento che io facessi il viaggio di Roma per confermare la mia vocazione e che invece di piangere dovevo rallegrarmi; aggiunse che la settimana seguente, dovendo andare a Lisieux, avrebbe parlato di me al Sr curato di S. Giacomo e che certamente io avrei ricevuto la sua risposta in Italia. Compresi che era inutile insistere con le richieste, del resto non avevo più niente da dire avendo attinto a tutte le risorse della mia eloquenza.
Monsignore ci ricondusse fino al giardino. Papà lo divertì molto, raccontandogli che per sembrare più grande, mi ero fatta sollevare i capelli. (La cosa non fu inutile, perché Monsignore non parla della “sua figlietta” senza raccontare la storia dei capelli...) Mr R. volle accompagnarci fino alla fine del giardino dell'episcopio, disse a Papà che non aveva vissuto mai una cosa simile: “Un padre impegnato a donare sua figlia al Buon Dio tanto quanto lei stessa è impegnata a donarsi!”.
Papà gli chiese molte spiegazioni sul pellegrinaggio, tra cui come bisognava vestirsi per comparire davanti al S. Padre. Lo vedo ancora girarsi davanti a Mr Révérony mentre gli dice: “Vado bene, così?...”. Aveva anche detto a Monsignore che se non mi permetteva di entrare al Carmelo io avrei chiesto questa grazia al Sovrano Pontefice. Era semplicissimo nelle sue parole e nei suoi modi il mio amato Re, ma era così bello... aveva una distinzione tutta naturale che dovette piacere molto a Monsignore abituato a vedersi circondato da personaggi che conoscono tutte le regole dell'etichetta dei salotti, ma non il Re di Francia e di Navarra in persona con la sua piccola regina...
Quando fui nella strada le mie lacrime ricominciarono a scorrere, non tanto per la mia disgrazia, quanto perché vedevo il mio caro piccolo Papà che aveva fatto un viaggio inutile... Lui che si faceva una gioia di inviare un messaggio al Carmelo, con l'annuncio della felice risposta di Monsignore, era costretto a tornare senza averne alcuna... Ah! che pena avevo!... Mi pareva che il mio futuro era spezzato per sempre; più mi avvicinavo al traguardo, più vedevo che le mie cose si imbrogliavano. L'anima mia era immersa nell'amarezza, ma anche nella pace, perché non cercavo che la volontà del Buon Dio.
Appena arrivati a Lisieux, io andai a cercare consolazione al Carmelo e ne trovai da te, Madre mia cara. Oh no! mai dimenticherò tutto quello che tu hai sofferto a causa mia. Se non avessi paura di profanarle servendomene, potrei dire le parole che Gesù indirizzava ai suoi apostoli, la sera della sua Passione: “Voi siete stati sem­pre con me in tutte le mie prove”. Le mie amatissime sorelle mi offrirono allo stesso modo consolazioni dolcissime... Tre giorni dopo il viaggio a Bayeux io ne dove­vo fare uno molto più lungo, quello della città eterna. Ah! che viaggio è stato, quello!... Da solo mi ha insegnato di più che lunghi anni di studio, mi ha mostrato la vanità di tutto quello che passa e che tutto e' afflizione di spirito sotto il sole. Tuttavia ho visto cose bellissime, ho contemplato tutte le meraviglie dell'arte e della religione, soprattutto ho calpestato la stessa terra dei Ss Apostoli, la terra bagnata dal sangue dei Martiri e la mia anima è cresciuta al contatto con le cose sante...
Sono felicissima di essere stata a Roma, ma comprendo le persone del mondo che pensarono che Papà mi aveva fatto fare questo viaggio per cambiare le mie idee sulla vita religiosa; c'era davvero di che distruggere una vocazione poco solida. Non avendo mai vissuto in mezzo al grande mondo, Celina e io, noi ci trovammo m mezzo alla nobiltà che componeva quasi esclusivamente il pellegrinaggio. Ah! ben lungi dal confonderci, tutti qui titoli e quei “de” non ci parvero che fumo... Da lontano la cosa mi aveva talora buttato un po' di polvere negli occhi, ma da vicino, io vidi che “tutto quello che brilla non è oro” e capii questa parola dell'Imitazione:
“Non ricercare quell'ombra che si chiama un grande nome, non desiderare nè numerosi legami nè l'amicizia particolare di nessun uomo”
Io capii che la vera grandezza si trova nell'anima e non nel nome, perché come dice Isaia: “il Signore darà un altro nome ai suoi eletti” e S. Giovanni dice anche: “Che il vincitore riceverà una pietra bianca su cui è scritto un nome nuovo che nessuno conosce se non colui che lo riceve” È perciò in Cielo che noi sapremo quali sono i nostri titoli di nobili. Allora ciascuno riceverà da Dio la lode che merita e colui che sulla terra avrà voluto essere il più povero, il più dimenticato per amore di Gesù, quello sarà il primo, il più nobile e il più ricco!...
La seconda esperienza che ho fatto riguarda i preti. Non avendo mai vissuto nella loro intimità, io non potevo comprendere il fine principale della riforma del Carmelo. Pregare per i peccatori mi rapiva, ma pregare per le anime dei preti, che credevo più pure del cristallo, mi pareva sorprendente!...
Ah! Io ho capito la mia vocazione in Italia, non era davvero andare a cercare troppo lontano una conoscenza così utile...
Durante un mese ho vissuto con parecchi santi preti ed ho visto che, se la loro sublime dignità li innalza al di sopra degli angeli, non per questo sono uomini meno deboli e fragili... Se dei santi preti che Gesù chiama nel suo Vangelo: “il sale della terra” mostrano nella loro condotta che hanno un estremo bisogno di preghiere, che bisogna dire di quelli che sono tiepidi? Gesù non ha forse detto ancora: “Se il sale diventa scipito, con che cosa lo si potrà salare?”
O Madre mia! Quanto è bella la vocazione che ha come fine di conservare il sale destinato alle anime! Quella vocazione è quella del Carmelo, poiché runico fine delle nostre preghiere e dei nostri sacrifici è di essere l'apostolo degli apostoli, pregando per loro mentre essi evangelizzano le anime con le loro parole e soprattutto con i loro esempi... Bisogna che mi fermi, se continuassi a parlare di questo argomento, non finirei più!...
Vado, Madre mia cara, a raccontarti il mio viaggio con qualche particolare; perdonami se te ne do troppi, non rifletto prima di scrivere, e lo faccio in tante volte diverse, per il mio poco tempo libero, che il mio racconto ti parrà forse noioso... Ciò che mi consola è pensare che in Cielo ti riparlerò delle grazie che ho ricevuto e che potrò farlo allora con parole gradevoli e belle... Più nulla verrà ad interrompere le nostre intime confidenze e con un solo sguardo avrai compreso tutto... Ohimè, poiché debbo ancora impiegare il linguaggio della triste terra, cercherò di farlo con la semplicità di un bambino piccolo che conosce l’amore di sua Madre!...
Fu il sette novembre che il pellegrinaggio partì da Parigi, ma Papà ci portò in quella città qualche giorno prima per farcela visitare.
Una mattina alle tre attraversai la città di Lisieux ancora addormentata; molte impressioni passarono nell'anima mia in quel momento. Sentivo che andavo verso l'ignoto e che grandi cose mi attendevano laggiù... Papà era felice; quando il treno si mise in cammino, cantò quel vecchio ritornello: “Corri, corri, mia diligenza, eccoci sulla grande strada”. Arrivati a Parigi in mattinata, cominciammo subito la visita. Quel povero Paparino si stancò molto per farci piacere, e così noi avemmo pre­sto viste tutte le meraviglie della capitale. Per me ne tro­vai una sola che mi rapi, questa meraviglia fu: “Nostra Signora delle Vittorie”. Ah! cosa ho sentito ai suoi piedi, non potrei dirlo... Le grazie che ella mi concesse mi commossero così profondamente che solo le mie lacrime tradirono la mia felicità, come nel giorno della mia prima comunione... La Santa Vergine m'ha fatto sentire che era veramente lei che mi aveva sorriso e mi aveva guarita. Ho capito che ella vegliava su di me, che ero sua figlia, così non potei darle altro nome che “Mamma” perché mi sembrava ancora più tenero di quello di Madre... Con quale fervore io l'ho pregata di proteggermi sempre e di realizzare presto il mio sogno nascondendomi all'ombra del suo mantello verginale!... Ah! era uno dei miei primi desideri di bambina... Crescendo, avevo capito che era al Carmelo che mi sarebbe stato possibile trovare veramente il mantello della Santa Vergine ed era verso questa montagna fertile che tendevano i miei desideri...
Supplicavo ancora Nostra Signora delle Vittorie di allontanare da me tutto quello che avrebbe potuto offuscare la mia purezza; non ignoravo che in un viaggio come quello d'Italia, si potevano incontrare tante cose capaci di turbarmi, soprattutto perché non conoscendo il male avevo paura di scoprirlo, non avendo sperimentato che tutto è puro per i puri e che l'anima semplice e diritta non vede male in nulla, perché in realtà il male non esiste che nei cuori impuri e non negli oggetti insensibili... Pregai anche S. Giuseppe di vegliare su di me; dalla mia infanzia avevo per lui una devozione che si confondeva con il mio amore per la Santa Vergine. Ogni giorno recitavo la preghiera: “O S. Giuseppe, padre e protettore delle vergini” e così fu senza paura che io intrapresi il mio viaggio lontano, ero così ben protetta che mi pareva impossibile avere paura.
Dopo esserci consacrati al Sacro Cuore nella basilica di Montmartre, noi partimmo da Parigi il lunedì 7 al mattino; presto avemmo fatto conoscenza con le persone del pellegrinaggio. Io così timida che ordinariamente osavo appena parlare, mi trovai completamente sbarazzata da quel difetto fastidioso; con mia grande sorpresa parlavo liberamente con tutte le grandi dame, i preti e persino con il Monsignore di Coutances. Mi pareva di aver sempre vissuto in quel mondo. Noi eravamo, credo, amate da tutti e Papà pareva fiero delle sue due figlie; ma se lui era fiero di noi, noi lo eravamo ugualmente di lui, perché non c'era in tutto il pellegrinaggio un signore più bello nè più distinto che il mio Re amato; gli piaceva vedersi attorno Celina e me, soprattutto quando non eravamo in treno, e appena mi allontanavo da lui, egli mi chiamava per dargli il braccio come a Lisieux... il sig. abate Révérony esaminava con cura tutte le nostre azioni, lo vedevo spesso che ci guardava da lontano; a tavola quando non ero davanti a lui, trovava il modo di inchinarsi per vedermi e sentire quello che dicevo. Senza dubbio voleva conoscermi per sapere se veramente ero capace di essere carmelitana; penso che ha dovuto essere soddisfatto del suo esame perché alla fine del viaggio parve ben disposto verso di me, ma a Roma è stato ben lungi dal favorirmi come sto per dire più avanti. - Prima di arrivare a quella “città eterna”, fine del nostro pellegrinaggio, ci fu dato di contemplare tante meraviglie. prima di tutto la Svizzera con le sue montagne la cui cima si perde tra le nuvole, le sue cascate graziose che sgorgano in mille modi diversi, le sue vallate profonde piene di felci gigantesche e di eriche rosa. Ah! Madre mia cara, quanto bene hanno fatto queste bellezze della natura sparse a profusione all'anima mia”! Come l'hanno innalzata verso Colui che si è compiaciuto a disseminare tali capolavori in una terra d'esilio che non deve durare che un giorno... Io non avevo abbastanza occhi per guardare. In piedi al finestrino perdevo quasi il respiro; avrei voluto essere dai due lati del vagone perché allontanandomene vedevo paesaggi con vedute incantevoli e del tutto diversi da quelli che si aprivano davanti a me.
Talora noi ci trovavamo in cima ad una montagna, ai nostri piedi precipizi di cui lo sguardo non riusciva a sondare il fondo sembravano pronti ad inghiottirci. oppure era un affascinante villaggetto con i suoi graziosi chalets e il suo campanile, sopra il quale danzavano mollemente nuvole splendide di bianchezza... Più avanti c'era un grande lago che gli ultimi raggi del sole coloravano d'oro; le onde calme e pure prendendo il colore azzurro del Cielo che si mescolava ai fuochi del tramonto, presentavano ai nostri sguardi meravigliati lo spettacolo più poetico e più incantatore che si potesse vedere... Al fondo del vasto orizzonte si intravedevano le montagne i cui contorni indecisi sarebbero sfuggiti ai nostri occhi se le loro cime nevose che il sole rendeva scintillanti non fossero venute ad aggiungere una bellezza di più al bel lago che ci rapiva...
Guardando tutte quelle bellezze, nascevano nel mio animo pensieri profondissimi. Mi pareva di capire già la grandezza di Dio e le meraviglie del Cielo... La vita religiosa mi appariva tale quale è con le sue sottomissioni, i suoi piccoli sacrifici compiuti nell'ombra. Capivo quanto è facile ripiegarsi su se stessi, dimenticare il fine sublime della propria vocazione e mi dicevo: più tardi, nell'ora della prova, quando prigioniera al Carmelo io non potrò contemplare che un piccolo angolo di Cielo stellato, mi ricorderò di quello che vedo oggi; questo pensiero mi darà coraggio, dimenticherò facilmente i miei piccoli poveri interessi vedendo la grandezza e la potenza di Dio che voglio amare unicamente. Io non avrò la sfortuna di attaccarmi a delle paglie, ora che “il mio cuore ha presentito quello che Gesù riserva a coloro che lo amano!...”
(Continua...)