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Maria è pozzo d'amore ove l'anima in Cristo s'immerge

In nomine Patris, et Filii, et Spiritus Sancti. Amen.
Orate fratres Deum pro Pontificem Maximo Francisco, pro exaltatione Sanctae Ecclesiae ac haeresum extirpatione, pro nationum concordia, pro principibus christianis, pro tranquilitate populorum, ut omnes una aeternis gaudiis tandem perfruamur.
Custodi nos Domine ut pupilam oculi sub umbra alarum tuarum protege nos.
Gloria Patri, et Filio, et Spiritui Sancto. Sicut erat in principio, et nunc, et semper, et in saecula saeculorum. Amen.

Una passo del Vangelo per te

UN PASSO DEL VANGELO PER TE

Interessante meditazione sulla parabola del fariseo e del pubblicano Lc 18,9-14

Di tanto in tanto mi fermo a leggere le piccole introduzioni del foglietto che avete davanti e oggi ho da fare un piccolo rilievo. Guardate per esempio la introduzione al Vangelo, si dice: Gesù esaudisce solo la preghiera del povero e dell’umile, non del presuntuoso e di chi si giustifica. Gesù esaudisce solo la preghiera del povero e dell’umile? Ma se guardiamo bene questi due signori che vanno al tempio sono tutti e due ricchi, non regge neanche la qualificazione.
I farisei sappiamo chi sono, i pubblicani, erano coloro che in fondo maneggiavano il danaro, nel riscuotere le gabelle pubbliche, abbiamo l’esempio di Matteo stesso e di Zaccheo i quali erano certamente ricchi. Nella pubblicazione non danno la soluzione al problema del classismo e un po’ alla volta, storicamente si adeguano almeno al linguaggio.

Se il mondo non va bene la colpa maggiore è dell’homo religiosus perché solo lui ha la possibilità di poter fare andare bene il mondo, lo dico anche se gli atei mi guarderanno male. Gesù non ha polemizzato con gli atei, non se l’è presa con gli atei, se l’è presa con coloro che si dichiarano religiosi, che credono in Dio e dicono appunto che, soltanto chi crede in Dio ha la possibilità di poter fare andare meglio il mondo cominciando col fare andare meglio loro stessi. Allora, se si deteriora chi può fare andare bene il mondo, ogni speranza di salvezza è perduta. Gesù esplora a fondo le strutture dell’homo religiosus, per autenticarle almeno nella coscienza dei suoi discepoli.

E chi non crede, provi a fare andare meglio il mondo, attenzione, non pensando di uccidere coloro che non la pensano come loro, ma unendosi fra di loro. Stesso discorso lo faccio all'homo re1igiosus. Senonché signori atei, laddove voi siete partiti con il proposito di migliorare il mondo avete ottenuto degli esiti tutt'altro che soddisfacenti. Lo riconoscerete anche voi, dunque c’è qualcosa che non funziona anche nell'ateismo. Io non mi arrabbierò perché voi siete atei, ma mi arrabbierò, come mi arrabbio, con l’homo religiosus perché nemmeno lui, riesce a fare andare bene il mondo in nome dei propri principi. L’homo ateus non ha il Punto di riferimento per battersi il petto, non c’è l’altro, la radice dell’uomo - rispondo con Marx - è l’uomo stesso. L’uomo che crede in Dio, rischia di annullarlo come altro, e quindi di inglobarlo nell'io. L’ateo ignora Dio, l’homo religiosus lo mangia e lo utilizza. In tutti e due i casi noi non avremo nulla di nuovo sotto il sole. 

Ora, due uomini - la responsabilità è di tutti e due i sessi quindi un uomo vale una donna - tutti e due credenti, lo deduco dal fatto che vanno nello stesso tempio per pregare, dovrebbero riconoscere un Padre comune, riconoscersi fratelli. Questa sarebbe la preghiera. Se vanno per pregare, non vanno per farsi vedere, almeno credo questa sia la dichiarazione ufficiale. Gesù ironizza, da uomini che sono ecco che si trasformano, uno in fariseo e l’altro in pubblicano, al sostantivo uomo si aggiungono questi due strani aggettivi: fariseo e pubblicano. L’aggettivo fariseo ha divorato il sostantivo uomo e ha creato una differenziazione assai pericolosa. L’altro non è più uomo, l’altro è diventato un pubblicano. Ci si mette la etichetta e si può procedere alle operazioni di comodo.

La casa del Signore, il tempio - non so se sia una produzione divina o una produzione della tolleranza umana - nella testa di uno di questi due uno spazio diventa suo: il rischio delle preghiere private. Giustamente mi pare che lo dicesse già Seneca: per potere saggiare la bontà delle nostre preghiere dovremmo immaginare di poterle dire tutte in pubblico. Voi, le preghiere che fate davanti ai santi, avreste il coraggio di dirle ad alta voce di fronte a tutti? Ecco allora dove si rifugia l’insidia. Lo dico perché c’è stato un periodo della mia vita in cui sono caduto in questa trappola orrenda, cioè obbiettivando il mio gesto nell'atto in cui stavo pregando, mi sono chiesto: ma io che cosa sto facendo, no, tutto da capo, bisogna rifiutare tutto. Tutte le preghiere dovrebbero poter essere dette in pubblico, senonché, ecco il rovescio della medaglia, quelle che custodiamo per il pubblico rischiano di essere ipocrite e false. Allora non c’è alternativa, quando pregate dite così: Padre nostro…, ecco il binario dato da Gesù, diversamente tutte le altre preghiere diventano semenze, idiozie.

Il Fariseo non ringrazia perché ha ricevuto. Credo che fondamentalmente lo spirito della preghiera debba essere questo, il riconoscimento che noi abbiamo ricevuto l’esistenza e che oltre questa esistenza diveniente c’è l’essere: l’essere che ha dato origine al divenire. Ecco abbiamo semplificato anche filosoficamente il discorso. Ora, quest’uomo non ringrazia perché ha ricevuto, ma perché non è come gli altri. Quindi non appartiene più alla serie umana, per una specie di autocostruzione di sé stesso, oppure di creazione a parte sotto una forma di razzismo. E guardate, sono gli uomini religiosi che diventano più razzisti degli altri. La parabola è per coloro che sono fiduciosi in loro stessi credendo di essere giusti.

Quando si è falsato il concetto di preghiera, cioè quando la preghiera non è ascolto, ma è una celebrazione dell’io, allora togliamo la paternità divina a tutti gli esseri che ci stanno attorno. Abbiamo sconvolto il concetto di Dio e necessariamente dobbiamo sconvolgere anche il concetto di prossimo.
L’altro peccato è costruire il proprio galantomismo commisurandolo a quello degli altri, è moralmente spregevole, esattamente come chi tenta di costruire il proprio benessere sullo star male dell’altro, o la propria ricchezza sulla povertà dell’altro.

Eppure, a qualcuno sembra eccessiva la condanna che Gesù fa del fariseo. Tentiamo un recupero ma certamente per aggravarne la diagnosi. Dunque, le sue opere non sono poi cattive; non è rapace; non è ingiusto; non è adultero; digiuna due volte la settimana; paga puntualmente le tasse. Domanda un poco gelida: quanti sono oggi i cristiani, i cittadini della Repubblica Italiana capaci di pagare puntualmente le tasse (nota che questa meditazione è stata scritta nel 1980!), di non essere adulteri, rapaci ecc.? E di più dovrei dire: quanti sono i cattolici della Repubblica Italiana capaci di compiere queste opere?

Nella lettera di San Giacomo si dice che i comandamenti sono dieci, chi ne osserva nove è come se non ne osservasse nemmeno uno, e si intende dire: chiunque osserva tutto il resto della legge ma pecca sia pure contro un solo comandamento si rende colpevole di tutti; non é un numero tot di azioni buone. Un uomo virtuoso, vale a dire rinnovato nell'intimo, potrà compiere cinque o mille o duemila o una sola azione, ma le compirà perché è virtuoso appunto, e non sarà virtuoso perché le compie. Le opere buone debbono essere tali perché frutto dell’io rinnovato. Per il fariseo invece sono uno scopo, sono una dimostrazione
Il pubblicano è quello che è, ma ha il vantaggio di riconoscerlo. Ecco il vantaggio sull'altro e, cosa interessante, assegna alla preghiera il suo vero significato, vale a dire: strumento di conversione e di rinnovamento. Infatti il primo va a casa soddisfatto, ma la sua soddisfazione appartiene alla psicologia, psicologicamente soddisfatto, ma ontologicamente ancora al margine.
Quell'altro invece è giustificato perché si riconosce peccatore e da questo punto di partenza egli sarà in grado di ricostruire una nuova fratellanza.

26 novembre 1980
Di Padre Aldo Bergamaschi
Fonte: ildialogo.org

1 commento:

  1. Il fariseo era rigido nel corpo e nello spirito, il pubblicano flesso nella postura corporale e nell'anima.
    Il fariseo parlava a se, il pubblicano a Dio.
    Il Dio del fariseo era interno, quello del pubblicano esterno.
    Il fariseo pensava di possedere Dio, il pubblicano no.
    Il criterio di giudizio del fariseo era se stesso, quello del pubblicano era Dio.
    Il fariseo giudicava gli altri in generale e nel particolare il pubblicano, il pubblicano esaminava se stesso.
    Il fariseo stava nei primi posti, il pubblicano negli ultimi.
    Il fariseo elencava meriti inesistenti, il pubblicano si riconosceva peccatore.
    Il fariseo si esaltava, il pubblicano si umiliava.
    Il fariseo non tornò giustificato, il pubblicano sì.
    Entrambi tornarono a casa con convinzioni errate: il fariseo di essere a posto, il pubblicano di non aver ottenuto il perdono.
    Ambedue ottengono quello che chiedono: il fariseo è confermato nella diversità rispetto al pubblicano, (qui risiede l’aspetto ricorsivo), l’esattore delle tasse è perdonato delle proprie colpe.
    Cfr. Ebook di Ravecca Massimo. Tre uomini un volto: Gesù, Leonardo e Michelangelo. Grazie.

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