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Maria è pozzo d'amore ove l'anima in Cristo s'immerge

In nomine Patris, et Filii, et Spiritus Sancti. Amen.
Orate fratres Deum pro Pontificem Maximo Francisco,
pro exaltatione Sanctae Ecclesiae ac haeresum extirpatione,
pro nationum concordia,
pro principibus christianis,
pro tranquilitate populorum,
ut omnes una aeternis gaudiis tandem perfruamur.
Custodi nos Domine ut pupilam oculi sub umbra alarum tuarum protege nos.
Gloria Patri, et Filio, et Spiritui Sancto. Sicut erat in principio, et nunc, et semper, et in saecula saeculorum. Amen.

Una passo del Vangelo per te

UN PASSO DEL VANGELO PER TE

Il gommista di Dio

Ha liberato migliaia di persone dal disagio mentale e dalla emarginazione ed è "solo" un riparatore di gomme. E' la storia di Gregoire Ahongbonon, il Basaglia d’Africa, che ha vinto il «Premio internazionale Sant'Antonio».
Di Giulia Cananzi

La cura dell'amore: Gregoire conforta un sofferente psichico. Un gesto che fa scandalo in un paese in cui il disagio mentale è considerato una possessione diabolica.
In un piccolo villaggio intorno a Bouakè, Costa d’Avorio, Gregoire Ahongbonon è di fronte alla capanna proibita. Gregoire è originario del Benin, uno di quelli che noi chiameremmo «immigrati».
Ha poco più di quarantanni, sei figli e di professione fa il riparatore di gomme. L’ha chiamato la sorella dell’uomo che abita in quella capanna, quando ha saputo che Gregoire libera gli indemoniati. L’ha chiamato perché il fratello sta morendo e lei spera in un miracolo. Suo padre, invece, è furioso per la presenza dello straniero, sbarra la porta: «È tardi ormai, che ci vieni a fare?» sbraita. Gregoire minaccia di chiamare la gendarmeria, invoca il capo villaggio: quella porta si deve aprire ad ogni costo. E finalmente si apre. Gregoire entra nel buio, varca una soglia che gli cambierà la vita. Appena gli occhi si abituano alla penombra, scorge un uomo steso a terra, nudo, scheletrico. Il fil di ferro usato per assicurarlo fa tutt'uno con la pelle. È legato da undici anni, è un essere imputridito che respira. «Ecce homo», ecco l’Uomo, un Cristo in croce dentro una capanna puzzolente.
Quel giorno è la vigilia delle Palme del 1994. Gregoire è sopraffatto, prova disgusto e profondo dolore, si sente la febbre addosso ma trova la forza di chinarsi su di lui e di sussurrargli: «Sono venuto a liberarti».
Una notte intera per togliere il fil di ferro cercando di non farlo soffrire, una notte intera sperando di liberarlo vivo.
Il giorno dopo all'ospedale, l’uomo lo guarda con gratitudine e gli chiede: «Signore, tu sai che cosa ho fatto per meritarmi tutto questo? Pensi che io possa ancora salvarmi?».
L’uomo muore poco dopo, però muore da uomo. La sua colpa è la malattia mentale, la sua condanna è il pregiudizio. Ci sono migliaia, forse milioni di persone nelle sue condizioni in tutta l’Africa nera.

Sono passati molti anni da quell'episodio eppure Gregoire è ancora turbato quando lo racconta.
Oggi, dopo aver «liberato» migliaia di persone, realizzato 10 Centri per sofferenti psichici in Costa D’Avorio e in Benin, lo chiamano il Basaglia d’Africa e ha più «pazienti» di qualsiasi psichiatra al mondo.
Per la sua gente ha il carisma di una Madre Teresa di Calcutta e c’è già chi ha dipinto il suo volto nella più grande cattedrale cattolica della Costa d’Avorio. Tanti riconoscimenti a cui si aggiunge quello del «Premio internazionale Sant'Antonio 2008», per la sezione Testimonianza, che gli sarà consegnato proprio il 14 di questo mese per segnalazione di Caritas Antoniana.

Lui reagisce a tanto clamore quasi con rassegnazione. E si schermisce: «Ho la quinta elementare e riparo gomme. Secondo voi posso essere io?». È un uomo di media statura, un sorriso aperto, un viso buono, nient’altro. È l’icona della normalità del bene, dei semplici tanto amati da Dio. 
Ma cosa ha portato un riparatore di gomme a diventare il medico d’anime più efficace d’Africa?
All'inizio fu il buio, totale. Da povero migrante col suo lavoro di gommista era diventato ricco, riuscendo a comprarsi quattro taxi. Aveva soldi, amici, lusso. Un sogno americano all'africana.
«In quel periodo persi la fede, vivevo in modo dissoluto, totalmente dimentico di Dio». Poi, inspiegabilmente, le cose iniziarono ad andare male. «Incidenti, debiti, in breve persi tutto. Entrai in una depressione profondissima, tentai il suicidio, mi salvai miracolosamente». 
Una luce l’aspettava in fondo al tunnel; un prete amico si prese cura di lui e un giorno gli propose di fare un pellegrinaggio in Terrasanta. In quell'occasione ascoltò le parole che gli scolpirono la vita. «Il nostro accompagnatore – racconta – ci disse che ogni cristiano contribuisce alla costruzione della Chiesa.
Ognuno ha la sua pietra e io iniziai a domandarmi quale fosse la mia».

Tornato a casa si sentiva come di fronte a un crocevia fatto di tante strade. Ne scelse una: fondò un gruppo di preghiera. Un giorno un uomo li cercò per andare a pregare in una famiglia mussulmana. Il loro figlio, Emanuele, stava morendo. Pregarono a lungo per il bambino, poi ognuno tornò alla propria casa. «Il giorno dopo l’uomo che ci aveva cercato mi disse che Emanuele si era messo a parlare e aveva chiesto da mangiare!
“Il vostro Dio è potente”, continuava a ripetere incredulo».
Gregoire era più sbalordito di lui, ma pensò che quello fosse il segno che aspettava.
«Andremo a pregare per gli ammalati negli ospedali: questa è la nostra pietra».
Ma ecco, all'ospedale, un altro scacco: c’era uno stanzone in cui malati senza soldi morivano lentamente. La sanità in Africa è privata. Era andato lì per pregare ma ora non riusciva più a dire una parola: «Prima dovevamo dimostrare l’amore di Cristo: forse questa era la nostra pietra».
Con i soldi del suo lavoro di gommista, che nel frattempo aveva ripreso con un certo successo, iniziò a comprare medicine e cibo. Accanto a lui la moglie che divenne da quel momento il bastone della sua missione. Ben presto Gregoire si accorse che la sua pietra aveva molte sfaccettature: erano i malati, ma erano anche i carcerati. Non sempre chi lo seguiva amava le sue variazioni sul tema, ma il «Vangelo – crede fermamente Gregoire – non lo puoi vivere a pezzi. Io cerco Dio in ogni uomo che soffre».

Nacque così l’Associazione Saint Camille de Lellis: un grande ombrello per tutti i suoi feriti dell’anima e del corpo. Ma l’ultima sfaccettatura, quella più importante, doveva ancora arrivare.

Era il 1990, un giorno qualunque. Gregoire era per strada, quando d’improvviso s'imbattè in un uomo nudo, gli occhi sconvolti, che rovistava nella spazzatura. Era un sofferente mentale.
In Africa questo genere di disturbi è considerato una possessione diabolica; se ne occupano le sette che spesso, in cambio di denaro da parte dei familiari, promettono la «liberazione», con trattamenti discutibili: botte, isolamento, mancanza di cibo e acqua. Molti vengono legati a dei ceppi in zone isolate o nella foresta e così rimangono per anni, spesso fino alla morte.
Il fenomeno è nascosto, in balia delle credenze voodoo, circondato dalla vergogna, dalla paura. 

La pietra di Gregoire
«Anch'io avevo paura – confessa Gregoire –. Ma quel giorno non passai oltre. Lo guardai negli occhi e mi dissi: “Se Cristo è nei sofferenti allora Cristo è anche in lui”». Cominciò a cercarli per strada. «Ogni sera mia moglie preparava del cibo e glielo portavamo». Ma presto anche questa gli sembrò poca cosa: «Io torno a casa, loro sono come gatti randagi. Il mio letto è scomodo finché Cristo dorme fuori».

In città, a Bouakè, c’è un ospedale psichiatrico, uno dei due presenti in tutta la Costa d’Avorio. Gregoire vi si recò in cerca di aiuto: «Il medico, un europeo, mi accolse a braccia aperte, perché nessuno fino a quel momento si era mai occupato del disagio mentale. Mise a disposizione il reparto a patto che noi fornissimo cibo e medicine». Affare fatto, ma l’esperienza si dimostrò fallimentare: «Le persone non guarivano».

Lontano anni luce da Franco Basaglia, lo psichiatra che in Italia fece chiudere i manicomi, il gommista Gregoire arrivò a un’analoga conclusione: «La reclusione non aiuta, bisogna innanzitutto amarli, riportarli alla vita normale». Tra le proteste della direzione, chiese allora la cappella dell’ospedale per fare a modo suo. Lì, sotto gli occhi del suo Cristo, accoglieva i malati: i medici lo aiutavano a somministrare i farmaci, ma lui cominciò la cura dell’amore.
Inventò col tempo un metodo, una specie di rito. Prima andava nei villaggi, parlava alla gente, convinceva i familiari ad affidargli il congiunto. Poi lo liberava dalle catene, lo vestiva per restituirgli dignità e se lo portava via, a volte caricandoselo sulle spalle. E i risultati vennero: la gente migliorava, la famiglia l’accoglieva con gioia. Un miracolo, replicato migliaia di volte. Da questa esperienza sorsero i 10 Centri di accoglienza e riabilitazione oggi funzionanti, organizzati come grandi famiglie.
La maggior parte si trova a nord della Costa d’Avorio, dove la guerra civile ha colpito più duro, devastando molte menti; gli altri in Benin, dove esiste un solo ospedale psichiatrico in tutto il Paese.

Non solo accoglienza ma contatto continuo con i «normali», la formazione professionale, il lavoro. Una percentuale di successi mai vista in nessun’altra parte del mondo. Come mai Gregoire? «Ci sono tante ragioni, credo – risponde sorridendo –. Voi occidentali quando guardate un sofferente vedete una malattia, io vedo Cristo in Croce. Voi vi stupite dei nostri ceppi, ma anche voi avete ceppi invisibili: le medicine senza amore.
Poi un’ultima ragione: nei nostri villaggi non esiste lo stigma, ogni volta che qualcuno ritorna guarito è una festa per sempre».
E così i «matti» di Gregoire rinascono alla vita e lui finalmente ha trovato la sua pietra.

Ringrazio la giornalista Giulia Cananzi e il Messaggero di Sant'Antonio, per quanto questa storia ci insegna, quindi immensamente: grazie!

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