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Maria è pozzo d'amore ove l'anima in Cristo s'immerge

In nomine Patris, et Filii, et Spiritus Sancti. Amen.
Orate fratres Deum pro Pontificem Maximo Francisco, pro exaltatione Sanctae Ecclesiae ac haeresum extirpatione, pro nationum concordia, pro principibus christianis, pro tranquilitate populorum, ut omnes una aeternis gaudiis tandem perfruamur.
Custodi nos Domine ut pupilam oculi sub umbra alarum tuarum protege nos.
Gloria Patri, et Filio, et Spiritui Sancto. Sicut erat in principio, et nunc, et semper, et in saecula saeculorum. Amen.

Una passo del Vangelo per te

UN PASSO DEL VANGELO PER TE

Vangelo e omelia bellissima della Trasfigurazione Luca (9,28b-36)

Solennità della Trasfigurazione 6 agosto 2013 Anno C
"Questi è il Figlio mio, l'eletto; ascoltatelo”
In quel tempo, Gesù prese con sé Pietro, Giovanni e Giacomo e salì sul monte a pregare. E, mentre pregava, il suo volto cambiò d’aspetto e la sua veste divenne candida e sfolgorante. Ed ecco due uomini parlavano con lui: erano Mosè ed Elia, apparsi nella loro gloria, e parlavano della sua dipartita che avrebbe portato a compimento a Gerusalemme.
Pietro e i suoi compagni erano oppressi dal sonno; tuttavia restarono svegli e videro la sua gloria e i due uomini che stavano con lui.

Mentre questi si separavano da lui, Pietro disse a Gesù: “Maestro, è bello per noi stare qui. Facciamo tre tende, una per te, una per Mosè e una per Elia”. Egli non sapeva quel che diceva.
Mentre parlava così, venne una nube e li avvolse; all’entrare in quella nube, ebbero paura. E dalla nube uscì una voce, che diceva: “Questi è il Figlio mio, l’eletto; ascoltatelo”.
Appena la voce cessò, Gesù restò solo. Essi tacquero e in quei giorni non riferirono ad alcuno ciò che avevano visto.


MEDITA
Ogni anno, nella seconda domenica di Quaresima, rileggiamo il passo evangelico della salita di Gesù sul monte, dove si trasfigura davanti ai suoi discepoli.
Di solito, la nostra attenzione è così rapita dall’evento prodigioso da leggerlo esclusivamente attraverso gli occhi di Pietro, Giacomo e Giovanni; come se fossimo lì, sul Tabor, insieme a loro.

Meno solito è interpretarlo e viverlo nei panni di Gesù, da persone trasfigurate.
Ma cos’è la trasfigurazione? Qual è il suo significato e il suo valore?
Andiamo con ordine. Nel racconto di san Luca notiamo che Gesù decide di isolarsi, di trovare un luogo adatto per pregare. Non perché non sia possibile pregare altrove, ma perché è il pregare stesso che ci abitua a ricercare momenti e spazi diversi per rivolgersi a Dio; secondo i bisogni reali e di quanto è presente nel nostro animo: una lode o una supplica. Ovviamente possiamo pregare dappertutto, ma non dappertutto possiamo chiedere le medesime cose e vivere la solita esperienza spirituale. Non perché è diversa la nostra preghiera; siamo noi ad essere diversi nei vari momenti, luoghi e situazioni della vita.

I milioni di pellegrini cristiani che ogni anno si muovono verso i santuari sparsi nel mondo, dimostrano proprio quanto è importante pregare non solo con la bocca e con il cuore, ma anche con le gambe, cioè con la volontà sempre nuova di muoversi nella direzione di Dio.
Quindi, Gesù che sale sul monte Tabor è la conferma della nostra necessità di avere spazi privilegiati di preghiera, che tali devono rimanere, ad ogni costo.
In secondo luogo, sempre leggendo la pagina evangelica, vediamo che Gesù è accompagnato da alcuni discepoli; compagni di viaggio e testimoni di un’esperienza sconvolgente, anzi, avvolgente; così è la preghiera quand’è vissuta in sodalizio spirituale con altri. Perciò, Gesù non è il solo ad essere trasfigurato ma lo sono anche Pietro, Giacomo e Giovanni; in modo ovviamente diverso dal Signore. Egli è il Trasfigurato e il trasfigurante di tutto ciò che in quel momento è unito a lui.

Con questo concetto, forse, abbiamo anche una visione più nitida della potenza che acquista la preghiera quand’è unita a quella del Cristo e a quella del prossimo: fa tremare le gambe, ci mette (spontaneamente) con la faccia a terra e in un religioso silenzio; ci fa balbettare di gioia e piangere di felicità; ci rende coscienti di verità eterne, fino a mostrarcele in visione. Infine – al momento giusto –, ci rende testimoni autentici della sua importanza, evangelizzatori della necessità di rimanere uniti a Dio con gli altri, vale a dire, essere Chiesa.
Ed è proprio nella lettera di san Paolo ai Filippesi che emerge con forza questo concetto, in una delle sue forme più nobili: il dolore, per chi non vive l’esperienza trasfigurante dell’essere una cosa sola con Dio, croce compresa. Non è possibile separare Gesù crocifisso dal Cristo risorto, o prediligere la dottrina cristiana sulla risurrezione, senza mettere in conto l’esistenza di scelte e di strade che conducono da un’altra parte… La correzione fraterna, dunque, è un’altra di quelle realtà nobili che dovremmo accogliere sempre con gioia, come una benedizione del Signore, come una grazia che rinnova e perfeziona, perché riporta i nostri passi sulla giusta via.
Nella prima lettura, abbiamo un celebre passo del libro della Genesi, in cui Dio stabilisce con Abramo un’alleanza e gli promette un’innumerevole discendenza. Egli è benedetto da Dio, ma non senza fatica, non senza un atto di fede in qualcosa di umanamente irrealizzabile, per il quale è disposto a sacrificare i migliori capi del suo bestiame. Abramo – come ognuno di noi – è chiamato a credere senza vedere, deve saper attendere con vigilanza l’intervento divino nella sua vita. Infatti, il pericolo di addormentarsi è sempre presente, come l’oscuro terrore di aver fatto un sacrificio inutile; gli avvoltoi (i problemi) scendono per divorare gli animali e la speranza di Abramo. Bisogna saperli affrontare con fede, anche quando tutto sembra ormai perduto, quando la notte avvolge ogni cosa.
La luce di Dio risplende quando meno ce l’aspettiamo: la fiamma ardente che passa in mezzo agli animali di Abramo è la conferma che Dio è fedele alla sua promessa e ricompensa sempre chi è disposto a sacrificare qualcosa d’importante con un sincero atto di fede. Infatti, non basta il sacrificio, ci vuole anche fede, vale a dire, la certezza assoluta che Dio accoglie e gradisce la nostra disponibilità a privarci anche di tutto pur di non perdere l’amicizia con Lui. Abramo rimane per noi un esempio.

Per questa santa Quaresima chiediamo quindi la grazia della trasfigurazione, per noi stessi e per tutto quello che – troppe volte – pensiamo possa sostituire Dio. Viviamo tutto nell’ottica del dono, e capiremo che, ciò che siamo e ciò che abbiamo ci occorre unicamente per ricambiare l’amore di chi ha voluti, e pertanto ci ha anche ricolmati di se stesso.

Sia lodato Gesù Cristo
Don Maurizio Roma
pievedilubaco.blogspot.it

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