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Maria è pozzo d'amore ove l'anima in Cristo s'immerge

In nomine Patris, et Filii, et Spiritus Sancti. Amen.
Orate fratres Deum pro Pontificem Maximo Francisco,
pro exaltatione Sanctae Ecclesiae ac haeresum extirpatione,
pro nationum concordia,
pro principibus christianis,
pro tranquilitate populorum,
ut omnes una aeternis gaudiis tandem perfruamur.
Custodi nos Domine ut pupilam oculi sub umbra alarum tuarum protege nos.
Gloria Patri, et Filio, et Spiritui Sancto. Sicut erat in principio, et nunc, et semper, et in saecula saeculorum. Amen.

Una passo del Vangelo per te

UN PASSO DEL VANGELO PER TE

Domenica 19 maggio 2013: Vangelo secondo Giovanni (14,15-16.23b-26)

Domenica di Pentecoste - Anno C
"Se mi amate, osserverete i miei comandamenti"
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli:
«Se mi amate, osserverete i miei comandamenti; e io pregherò il Padre ed egli vi darà un altro Paràclito perché rimanga con voi per sempre.
Se uno mi ama, osserverà la mia parola e il Padre mio lo amerà e noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui. Chi non mi ama, non osserva le mie parole; e la parola che voi ascoltate non è mia, ma del Padre che mi ha mandato.
Vi ho detto queste cose mentre sono ancora presso di voi.
Ma il Paràclito, lo Spirito Santo che il Padre manderà nel mio nome, lui vi insegnerà ogni cosa e vi ricorderà tutto ciò che io vi ho detto».


MEDITA
Gesù ha mantenuto la promessa.
Prima della sua ascensione al cielo aveva detto ai suoi che con la grazia del Paraclito avrebbero compiuto segni e prodigi grandiosi; primo fra questi: il coraggio di presentarsi al mondo come discepoli del Cristo, e per proclamare apertamente il suo Vangelo. Il Signore agiva insieme con loro e confermava la Parola con i segni che la accompagnavano; così termina il racconto di san Marco, che abbiamo letto domenica scorsa.
La pagina di oggi, invece, è un collage di due parti distinte del vangelo secondo Giovanni, che riprende e amplifica il discorso finale di Gesù riportato dai sinottici. Si nota come il Cristo insista sulla necessità di attendere l’effusione dello Spirito per comprendere in pienezza la volontà di Dio, e diventare annunciatori della sua Parola, infatti: per il momento non siete capaci di portarne il peso.
Oltre al significato più ovvio (non era stato ancora effuso), in questa frase potremmo anche intravedere qualcosa delle molte fatiche che affrontiamo a causa della nostra poca pazienza, o a seguito di una scarsa e indolente preghiera. Gesù non rivela tutto ai suoi discepoli; molte cose che lo riguardano saranno manifestate a tempo debito dallo Spirito di Dio, che prenderà del suo per annunciarlo a loro. I discepoli, quindi, oltre a compiere i segni preannunciati dal Cristo, devono anche saperli attendere; ci vuole fiducia, e tenacia nella preghiera.
Nel cuore abbiamo due fuochi, quando divampa quello del nostro orgoglio, si spegne dello Spirito Santo. L’uno ci acceca, l’altro c’illumina; il primo ci spinge a imporre agli altri le nostre idee anche a costo della forza, il secondo a testimoniare l’Amore che abbiamo nel cuore, lasciando la libertà di abbracciarlo o di reprimerlo. Sembra impossibile, ma abbiamo anche la forza di soffocare il Paraclito dentro di noi.
Quali sono allora gli interrogativi che le letture di oggi intendono porci? Sono senza dubbio molti. Uno di questi sicuramente riguarda la capacità di essere Chiesa: il nostro trovarci tutti insieme nello stesso luogo, come gli apostoli, permette allo Spirito Santo di effondere tutte le sue grazie?
La risposta, è più semplice di quanto non si creda, ma apre inevitabilmente altre domande: parliamo tutti la stessa lingua? O continuiamo a non capirci?
È un dovere rispondere, perché dagli Atti degli Apostoli si evince che l’efficacia della Pentecoste è nel dono delle lingue, cioè, nel parlare lo stesso linguaggio, facendoci capire anche dai cosiddetti stranieri.
Per essere ancora più specifici: nella seconda lettura, san Paolo stila un elenco di vocaboli, diciamo, caratteristici della lingua dei cristiani. I segni della presenza dello Spirito sono: amore, gioia, pace, magnanimità, benevolenza, bontà, fedeltà, mitezza, dominio di sé.
Mettiamoci (io per primo) una mano sulla coscienza e domandiamoci: queste parole fanno parte del nostro vocabolario? È questa la lingua che parliamo, fuori e dentro le nostre chiese? L’Apostolo – non a caso – dice: «La carne ha desideri contrari allo Spirito…». È una dichiarazione molto forte, non basta il semplice elenco delle cosiddette “opere della carne” per comprenderne tutta la portata. Infatti, i desideri dello Spirito non sono soltanto diversi da quelli della carne, sono addirittura contrari.
La carne (σάρξ), per san Paolo è come un animale da addomesticare, da nutrire col cibo dello Spirito. Naturalmente, infatti, risponde al solo linguaggio degli appetiti, e se questi non sono soddisfatti, si ribella. Non dovrebbe quindi stupirci la sua forza, perché è tanta quanto la sua ignoranza di Dio. Quindi, minore è il nostro impegno nel camminare secondo lo Spirito, maggiore sarà il dolore dei morsi che subiremo per la fame della nostra carne.
L’irrequietezza che spesso ci accompagna, e che talvolta influenza le nostre scelte, i nostri rapporti con il prossimo e con Dio, è da ricercare proprio nella scarsa disponibilità a educarci al linguaggio dello Spirito. Perciò, la “Pentecoste” rischia di rimanere solo una parola, che al massimo ha qualcosa a che vedere con i cinquanta giorni dalla risurrezione di Cristo, ma in sostanza riguarda solo Lui… Noi come li abbiamo trascorsi questi ultimi cinquanta giorni? Siamo stati in attesa del Santo Vento di grazia?
Permettetemi qualche esempio poco ortodosso. Ci sono surfisti californiani che nelle acque non certo caldissime del Pacifico, attendono sulle loro tavole l’onda giusta anche per più di un’ora; o adolescenti che non sentono la fatica di stare in piedi per un giorno intero ai cancelli di un palasport, in attesa di occupare un primo posto al concerto del loro idolo. Paradossalmente però, ci sono cristiani che, solo l’idea di una veglia di mezz’ora prima della Messa è sufficiente per convincerli a rimanere a casa.
Sono sicuramente esempi banali, e forse non è nemmeno corretto paragonarli tra loro. Davanti a Dio però non ci si nasconde dietro alla retorica. Quel che fa essere meritevole una faticosa attesa è il valore che diamo a ciò che si attende. Quindi, se non vogliamo rispondere alla domanda sul quanto desideriamo Dio, almeno rispondiamo a quella sul chi o cosa stiamo attendendo nella nostra vita. Se non altro, per avvalorare tutto quel fardello che ci portiamo dietro…
La carne ha un suo peso, lo sappiamo, ma può diventare miracolosamente leggera se viene inabitata dal Paraclito. Assorbiamo allora quanto più Spirito c’è possibile! Invochiamolo su noi stessi e sulla vita degli altri, e faremo esperienza diretta di quei doni meravigliosi descritti nella Sequenza. Lo Spirito Santo è luce, consolazione, sollievo, riparo, conforto, virtù, santità, gioia eterna... e chissà cos’altro.
Sia lodato Gesù Cristo.
Don Maurizio Roma
pievedilubaco.blogspot.it
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"Si deve partire per un'avventura
in cui chi calcola le cose non sei tu"
Don Giussani

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