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Maria è pozzo d'amore ove l'anima in Cristo s'immerge

In nomine Patris, et Filii, et Spiritus Sancti. Amen.
Orate fratres Deum pro Pontificem Maximo Francisco, pro exaltatione Sanctae Ecclesiae ac haeresum extirpatione, pro nationum concordia, pro principibus christianis, pro tranquilitate populorum, ut omnes una aeternis gaudiis tandem perfruamur.
Custodi nos Domine ut pupilam oculi sub umbra alarum tuarum protege nos.
Gloria Patri, et Filio, et Spiritui Sancto. Sicut erat in principio, et nunc, et semper, et in saecula saeculorum. Amen.

Una passo del Vangelo per te

UN PASSO DEL VANGELO PER TE

Vangelo di domenica 31 maggio 2015 (Matteo 28, 16-20) con meditazione del Card. Piovanelli

S.S. Trinità - Anno B
"A me è stato dato ogni potere in cielo e sulla terra"
Dal Vangelo secondo Matteo 28, 16-20.
In quel tempo, gli undici discepoli andarono in Galilea, sul monte che Gesù aveva loro indicato. Quando lo videro, si prostrarono. Essi però dubitarono. Gesù si avvicinò e disse loro: "A me è stato dato ogni potere in cielo e sulla terra. Andate dunque e fate discepoli tutti i popoli, battezzandoli nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo, insegnando loro a osservare tutto ciò che vi ho comandato. Ed ecco, sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo."
Parola del Signore.

Il  Vangelo di Matteo termina con l’ultimo incontro degli Undici con Gesù Cristo. E’ l’appuntamento che il Risorto ha fissato con i suoi discepoli (sul monte che Gesù aveva loro indicato). Momento intenso ed anche doloroso, perché “essi dubitavano”.  L’avvicinarsi a loro di Gesù sicuramente non è soltanto un movimento esteriore, ma anche un toccarli dentro e renderli capaci di accogliere il compito di renderGli  testimonianza.
Prima di tutto Gesù proclama la sua autorità: “A me è stato dato ogni potere in cielo e sulla terra”.
Il Padre ha premiato oltre misura l’obbedienza del Figlio (vedi l’inno cristologico della lettera ai Filippesi: Fil.2,6-11). Non solo gli ha dato poteri singoli come quello di rimettere i peccati (9,6)  o di insegnare (21,23), o il potere sulle malattie e sui demoni, ma ogni potere in cielo e sulla terra.
Ogni potere. Ma il Cristo non ha che una parola: “Andate dunque! E fate discepoli tutti i popoli “. E’ urgente  comprendere che la Pasqua non è una fine, ma un inizio. Tutto quello che Gesù ha fatto e ha detto non ha senso se non come preparazione a questa nuova avventura dell’umanità di cui la Pasqua è l’alba.
Avventura degli uomini. Non soltanto del piccolo popolo dei Giudei che aveva concluso un’alleanza con Dio, ma di tutti gli uomini, di tutte le nazioni.
Oggi tutto questo ci sembra evidente: il Vangelo deve essere annunziato a tutti gli uomini. Ma non è, di suo, una cosa semplice: il Cristo ci domanda di fare  dei “discepoli”, non dei “gregari”, cioè di permettere ad altri d’incontrare Gesù Cristo come anche noi lo abbiamo incontrato. Non si tratta di “arruolare”, ma di “battezzare”. Battesimo che non è soltanto “battesimo di acqua” per la penitenza, come quello di Giovanni il Precursore, ma  è “battesimo di acqua nello Spirito Santo”, per cui ognuno è chiamato da Dio col suo proprio nome e diventa figlio di Dio ricevendone la vita per mezzo di Gesù Cristo.
Con l’appuntamento fissato da Gesù su un monte della Galilea, prende inizio la missione della Chiesa: una partenza che non si realizza che nello Spirito e con l’aiuto dello Spirito. Lui soltanto ha la forza di strapparti dai dubbi e dalle abitudini, lui soltanto ti dà il fiato per gridare il Vangelo a tempo e fuori tempo:  Lui che è nel cuore di questo nuovo Battesimo instaurato  dal Cristo morto e risorto. Per Cristo nello Spirito al Padre: è il dinamismo trinitario della nostra vita. In ogni Eucaristia tu vivi il mistero della Pentecoste.
Pasqua, Pentecoste, tempo ordinario:  in ogni  istante il fuoco dello Spirito suscita la ripresa di quel cammino che è la testimonianza della Buona Novella per la speranza dell’umanità intera. Un cammino nel quale tu non sei mai solo, perché Gesù Cristo mantiene magnificamente la sua promessa: Ecco, io sono con  voi  tutti i giorni, fino alla fine del mondo”. Così, il Vangelo di Matteo termina come era cominciato: “Ecco, la vergine concepirà e darà alla luce un figlio: a lui sarà dato il nome di Emmanuele, che significa Dio-con-noi” (Mt 1, 23).
“Non è superfluo ricordarlo –  ci dice il Papa Paolo VI [EN,26] –  evangelizzare è anzitutto testimoniare, in maniera semplice e diretta, Dio rivelato da Gesù Cristo, nello Spirito Santo … La Chiesa è pienamente evangelizzatrice quando manifesta che, per l’uomo, il Creatore non è una potenza anonima e lontana: è il Padre. Siamo chiamati figli di Dio e lo siamo realmente! [1Gv 3,1] e siamo dunque fratelli  gli uni degli altri”.
La Beata Madre Teresa di Calcutta racconta: “Un maomettano era con padre Gabric  e guardava una Sorella, che fasciava con tanto amore le piaghe di un lebbroso. La Suora non parlava, ma agiva raccolta.
Il maomettano si volse al padre e gli disse: per tutti questi anni ho creduto che Gesù fosse un profeta, ma oggi capisco che è Dio perché ha messo tanto amore nelle mani di questa Sorella!”.
“Oggi siamo chiamati – e non possiamo tergiversare – ad accettare la fede cristiana nello spirito del Cristo-uomo, della sua umanità che ci dà un potere che non è un potere di questo mondo, perché passa, per l’appunto, per la via opposta al potere. Noi sappiamo che la via diametralmente opposta al potere si chiama amore… Dove c’è amore, non c’è potere, c’è servizio. Ebbene, finché non vedremo camminare queste certezze per le vie che sono all’opposto delle vie del potere – politico, economico, culturale – noi
avremo motivo di dubitare.  Ma se è lo Spirito di Dio che suggerisce in noi la certezza della fede, allora il dubbio non vincerà in noi e potremo camminare anche in mezzo alla notte con la nostra lampada accesa”
(P. Ernesto Balducci, Il mandorlo e il fuoco, Borla 1981).

O Dio Padre, che hai mandato nel mondo il tuo Figlio, Parola di verità, e lo Spirito santificatore per rivelare agli uomini il mistero della tua vita, fa’ che nella professione della vera fede riconosciamo la gloria della Trinità e adoriamo l’unico Dio in tre Persone. O Dio altissimo, che nelle acque del Battesimo ci hai fatto tutti figli nel tuo unico Figlio, ascolta il grido dello Spirito che in noi ti chiama Padre,  e fa’ che, obbedendo al comando del Salvatore, diventiamo annunziatori della salvezza offerta a tutti i popoli.

Già nell’Antico Testamento ci viene rivelato che la relazione dell’uomo col suo Creatore è una relazione di amore, dal momento che Dio ci ama in un modo inimmaginabile. Noi, ai quali Gesù ha manifestato il vero Volto di Dio, non dovremmo costruire la nostra vita come riposta di amore a Dio?  È  l’amore o il timore che caratterizza il tuo rapporto con Dio?  questo rapporto è rapporto con Dio o ti fermi alla sua Legge?
Tu sei “figlio/a  nel Figlio” e puoi chiamare Dio, come ti ha insegnato Gesù,”Abbà”, Padre / Papà / Babbo.
L’apostolo Paolo scrive: “gridiamo: Abbà”. Quel “gridare” dice entusiasmo incontenibile e gioia traboccante.
Non è forse vero che l’abitudine ci fa ripetere questa parola [Padre] senza emozione, anzi con indifferenza?
Eppure, siamo realmente “figli”, “figli adottivi” e perciò partecipi dell’eredità, “coeredi di Cristo”.
Ci può essere una dignità più grande di quella che ti è stata donata? Non c’è titolo di onore che possa stare alla pari. Perché, allora, il cuore rimane indifferente?
Bisogna pregare lo Spirito Santo, perché illumini la mente, riscaldi il cuore, trasfiguri ogni pensiero, ogni sentimento, ogni gesto in una risposta di amore a Colui che ci ha preceduto nell’amore ed ha fatto per noi più di quanto potessimo desiderare o immaginare.
Non può darsi che la tiepidezza del nostro rapporto col Signore sia causata dalla nostra mancanza di libera partecipazione alle sofferenze del Cristo?

Se Gesù Cristo, prima di salire al cielo non ha che questa parola ““Andate dunque! E fate discepoli tutti i popoli “,  non ti pare che dovremmo  essere più pronti a incontrare i nostri fratelli per essere dinanzi a loro testimoni di quel  Vangelo che il Signore ci ha consegnato?
Ognuno di noi è chiamato a verificare quanti sono, nella propria vita, i passi dell’annuncio e, prima, a scrutare dentro il cuore per vedere se c’è il desiderio e l’impegno  per comunicare o condividere con  fratelli e sorelle il bene di quella verità che abbiamo ricevuto.

Se evangelizzare è anzitutto testimoniare, ogni cristiano, qualunque sia la sua condizione concreta o le possibilità esterne che gli sono offerte, può annunciare il Vangelo. Più che dell’altoparlante della propaganda, è necessaria  la coerenza di una fede che, credendo al’amore di Dio, cerca in ogni momento di rispondere donando amore nella gratuità di parole e di gesti di comunione, all’interno della famiglia e della comunità e in ogni rapporto con gli altri di qualunque razza, cultura, fede religiosa essi siano.
Gli altri ci riconosceranno come discepoli del Signore per l’impegno del nostro amore reciproco (crescere verso la perfezione dell’unità perché il mondo conosca Colui che il Padre ha inviato: Gv 17,23) e per la prontezza della nostra iniziativa e la generosità del nostro donarci a tutti senza distinzioni o limitazioni per via della cultura, condizione sociale, fede religiosa, sensibilità personale. L’iniziativa di Gesù verso ognuno di noi è la ragione e la misura di ogni nostra iniziativa di amore.

Card. Piovanelli
Meditazione tratta da: diocesitrivento.it

"Si deve partire per un'avventura in cui chi calcola le cose non sei tu"
Don Giussani

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