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Maria è pozzo d'amore ove l'anima in Cristo s'immerge

In nomine Patris, et Filii, et Spiritus Sancti. Amen.
Orate fratres Deum pro Pontificem Maximo Francisco,
pro exaltatione Sanctae Ecclesiae ac haeresum extirpatione,
pro nationum concordia,
pro principibus christianis,
pro tranquilitate populorum,
ut omnes una aeternis gaudiis tandem perfruamur.
Custodi nos Domine ut pupilam oculi sub umbra alarum tuarum protege nos.
Gloria Patri, et Filio, et Spiritui Sancto. Sicut erat in principio, et nunc, et semper, et in saecula saeculorum. Amen.

Una passo del Vangelo per te

☩ UN PASSO DEL VANGELO PER TE

Vangelo di domenica 3 maggio 2015 (Giovanni 15, 1-8) con meditazione del Card. Piovanelli

V Domenica di Pasqua - Anno B
"Io sono la vite, voi i tralci"
Dal Vangelo secondo Giovanni 15, 1-8.
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: “Io sono la vite vera e il Padre mio è l’agricoltore. Ogni tralcio che in me non porta frutto, lo taglia, e ogni tralcio che porta frutto, lo pota perché porti più frutto. Voi siete già puri, a causa della parola che vi ho annunciato.
Rimanete in me e io in voi. Come il tralcio non può portare frutto da se stesso se non rimane nella vite, così neanche voi se non rimanete in me. Io sono la vite, voi i tralci. Chi rimane in me e io in lui, porta molto frutto, perché senza di me non potete far nulla.
Chi non rimane in me viene gettato via come il tralcio e secca; poi lo raccolgono, lo gettano nel fuoco e lo bruciano. Se rimanete in me e le mie parole rimangono in voi, chiedete quello che volete e vi sarà fatto. In questo è glorificato il Padre mio: che portiate molto frutto e diventiate miei discepoli.
Parola del Signore.

Nel discorso di Gesù dopo l’ultima cena Gesù insiste su quello che è essenziale per i suoi discepoli. E’ un discorso? È più bello immaginarlo una confidenza: è quanto Gesù dice agli amici prima di partire per il compimento della sua missione. Un ultimo messaggio, non diverso da quello che ha già insegnato, ma più insistente e, in certo modo, più intimo.
L’evangelista Giovanni illumina col simbolo della vite il rapporto di intimità che intercorre tra la Chiesa e il Cristo. L’Antico Testamento a più riprese aveva usato il simbolo della vigna per illustrare il rapporto tra Israele e il suo Dio. Basta rileggere lo splendido cantico d’amore del Diletto per la sua vigna (Is.5,1-7).Ora Cristo annuncia che Egli è la vite e noi siamo i suoi tralci. Ossia, siamo innestati e inseriti nel flusso della linfa divina. Siamo organicamente suoi.
Dobbiamo seguire attentamente i dettagli di questa identificazione.
Innanzitutto Cristo si presenta come la “vera” vite, forse con un’allusione alla vite “selvatica”, cioè l’albero pieno di foglie, ma che produce solo uva selvatica e amara come aveva fatto Israele (Is 5,2; Ger 31,29s; Ez 18,2; Os 9,10).
Il Signore stesso stabilisce rigorosamente le condizioni della fecondità: fecondità necessaria, se per ben cinque volte si ripete l’espressione “portare frutto”.
Due le condizioni, essenzialmente: rimanere in lui, accettare la potatura.
Il tralcio deve essere unito alla vite, cioè deve rimanere in Gesù. L’adesione vitale del credente a Cristo è essenziale per la fecondità dei frutti: non per nulla il Vangelo in questa sezione ripete per ben sei volte l’espressione “in me”.  Il “rimanere” in Cristo è fondamentale al germoglio e al crescere della nostra fede.
La grazia divina è alla radice delle nostre opere buone, ma essa non sostituisce la decisione umana della fede, che è anch’essa alla radice della nostra salvezza. Se manca questa continua osmosi di vita col Cristo, la nostra vita si inaridisce, le azioni diventano meccaniche, le espressioni religiose sono vuote, la freddezza del cuore e la secchezza della coscienza ci imprigionano.
A chi non rimane in Cristo non è che si concedano solo risultati modesti, limitati, parziali.
A chi si stacca dal Tutto, non viene concesso nulla.
Gesù lo dice con chiarezza: senza di me non potete fare nulla; Invece, “chi rimane in me e io in lui, fa molto frutto”.
Discorso difficile, quello della potatura. L’operazione dolorosa non viene risparmiata a coloro che fanno bene il loro dovere e hanno all’attivo risultati apprezzabili. Precisamente chi porta già frutto viene sottoposto alla potatura, perché possa dare di più: ogni tralcio che porta frutto lo pota, perché porti più frutto.
Le prove, gli ostacoli, le persecuzioni, le croci non le scelgo da me, né arrivano quando le prevedo io e “da dove” mi aspetterei.
Il Padre mio, il vignaiolo, ogni tralcio che porta frutto lo pota, dice Gesù. “Le mani di Dio sono mani ora di grazia ora di dolore, ma sono sempre mani di amore” (Dietrich Bonhoeffer).
Paolo – vedi la prima lettura – deve subire una brutale potatura all’interno della stessa comunità cristiana di Gerusalemme. Si sente isolato, guardato con sospetto. Viene considerato un intruso, un portatore di idee che minacciano le sicurezze e i valori consolidati. Qualcuno addirittura progetta di ucciderlo. E lui viene allontanato come elemento scomodo e pericoloso.
Questo “trattamento” spiega tutto, non certo secondo una logica umana. Ma costituisce, in una prospettiva di fede, l’unica chiave per leggere il significato e la fecondità della missione del’apostolo.

Per la vita eterna - non ti pare che dovremmo preoccuparci di più di essere e vivere “con Lui” ? Ci sono nella tua vita pensieri che sono “senza di Lui”? affetti e impegni che sono “senza di Lui”? scelte, azioni, atteggiamenti che sono “senza di Lui”?
La potatura è un “tagliare”, un “essere feriti”, un “perdere qualcosa di noi o delle cose nostre”. La potatura è necessaria, perché il frutto della vite sia buono e abbondante. Ecco perché la “potatura”: sofferenze, preoccupazioni, incomprensioni, rifiuti, obbedienze difficili, ecc., non viene risparmiata a coloro che fanno bene il loro dovere e hanno all'attivo risultati apprezzabili e vivono sempre con impegno il loro servizio.
Ci sono “potature” nella tua vita? Come reagisci ? rimani sereno, anche interiormente lieto, oppure ti lamenti con Dio e con i fratelli?

Le critiche, a volte dure e graffianti, che, da più parti, oggi sono rivolte alla Chiesa non sempre possono essere liquidate come espressione astiosa di gente prevenuta che non ama Cristo. E se, invece di arrabbiarsi e rispondere per le rime, noi le prendessimo come richiamo a una maggiore coerenza, come sottolineatura delle nostre responsabilità di cristiani, come occasioni preziose per pregare più spesso e intensamente per i peccatori e, in genere, per le persone lontane dalla fede? E per imitare Gesù che, mentre era crocifisso, pregava: “Padre, perdona loro perché non sanno quello che fanno!” ?

Card. Piovanelli
Meditazione tratta da: diocesitrivento.it

"Si deve partire per un'avventura in cui chi calcola le cose non sei tu"
Don Giussani

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