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Maria è pozzo d'amore ove l'anima in Cristo s'immerge

In nomine Patris, et Filii, et Spiritus Sancti. Amen.
Orate fratres Deum pro Pontificem Maximo Francisco, pro exaltatione Sanctae Ecclesiae ac haeresum extirpatione, pro nationum concordia, pro principibus christianis, pro tranquilitate populorum, ut omnes una aeternis gaudiis tandem perfruamur.
Custodi nos Domine ut pupilam oculi sub umbra alarum tuarum protege nos.
Gloria Patri, et Filio, et Spiritui Sancto. Sicut erat in principio, et nunc, et semper, et in saecula saeculorum. Amen.

Una passo del Vangelo per te

UN PASSO DEL VANGELO PER TE

Domenica 3 febbraio 2013: dal Vangelo secondo Luca (4,21-30)

IV domenica del Tempo Ordinario - Anno C
"Ma egli, passando in mezzo a loro, se ne andò”
In quel tempo, Gesù prese a dire nella sinagoga: “Oggi si è adempiuta questa Scrittura che voi avete udita con i vostri orecchi”.
Tutti gli rendevano testimonianza ed erano meravigliati delle parole di grazia che uscivano dalla sua bocca e dicevano: “Non è il figlio di Giuseppe?”.
Ma egli rispose: “Di certo voi mi citerete il proverbio: Medico, cura te stesso. Quanto abbiamo udito che accadde a Cafarnao, fallo anche qui, nella tua patria!”
Poi aggiunse: “Nessun profeta è bene accetto in patria. Vi dico anche: c’erano molte vedove in Israele al tempo di Elia, quando il cielo fu chiuso per tre anni e sei mesi e ci fu una grande carestia in tutto il paese; ma a nessuna di esse fu mandato Elia, se non a una vedova in Zarepta di Sidóne.
C’erano molti lebbrosi in Israele al tempo del profeta Eliseo, ma nessuno di loro fu risanato se non Naaman, il Siro”. All’udire queste cose, tutti nella sinagoga furono pieni di sdegno; si levarono, lo cacciarono fuori della città e lo condussero fin sul ciglio del monte sul quale la loro città era situata, per gettarlo giù dal precipizio. Ma egli, passando in mezzo a loro, se ne andò.


COMMENTO
L’odierno brano evangelico è il prosieguo di quello letto la domenica scorsa. Gesù applica a sé la profezia di Isaia: afferma che essa si è realizzata in lui; egli è il liberatore, il salvatore, il Messia. La sua venuta attua le attese, le speranze. Questa sua asserzione produce un duplice affetto nei suoi compaesani che lo ascoltano. Da una parte essi esprimono compiacimento; nelle parole di Gesù vedono la realizzazione della preghiera che ogni buon giudeo rivolge a Dio perché invii il Messia. Dall’altra ritengono inadeguata la persona rispetto al messaggio che egli annunzia: “Non è il figlio di Giuseppe?” Sono scettici nei suoi confronti. Secondo loro, Gesù per legittimare la sua pretesa avrebbe dovuto compiere a Nazaret i miracoli che aveva compiuto a Cafarnao. Gesù smaschera l’ambiguità della loro reazione. Al proverbio rispecchiante il loro ragionamento risponde con un’altra sentenza, con la quale evidenzia la motivazione per la quale non può aderire al loro desiderio: il destino dei profeti è quello di venire disprezzati nella propria patria. Inoltre egli non può compiere miracoli per coloro che, fermandosi alle apparenze, non si aprono con fede a lui per scoprire la sua identità, il suo mistero. A tale proposito adduce due esempi tratti dalla storia profetica dell’Antico Testamento, quello della vedova in Zarepta di Sidóne e quello di Naaman, il Siro; ciò al fine di dimostrare che la sua azione, il suo messaggio può incontrare migliore accoglienza presso gli estranei che presso i suoi compaesani. Questi due stranieri dettero prova di una grande fede. Con questi due esempi Gesù intende anche mettere in risalto che l’azione di Dio prescinde dai riguardi di vincoli di parentela o di patria: la sua missione è per tutti gli uomini. Il profeta agisce per mandato di Dio. E di fronte a Dio nessuno può accampare accaparramenti.
La reazione dei nazaretani è forte, si trasforma in aperta ostilità. Quel Gesù profeta che non vuole compiere alcun miracolo per la sua patria e che anzi preferisce gli estranei non può essere più ritenuto un loro compaesano. Non solamente lo espellono dalla loro città; ma lo vogliono addirittura uccidere richiamandosi a quanto è detto nel Dt 13,2, che cioè un profeta che rifiuta di garantire con dei segni la sua missione, è reo di morte. Ma Gesù si sottrae allo loro ostilità: l’ora della sua morte non la stabiliscono i suoi compaesani.
L’insuccesso di Gesù non lo abbatte. Egli continuerà nell’annunzio del Vangelo. Proseguirà a proclamare quell’ “Oggi” fino alla croce ed alla risurrezione.
La reazione dei cittadini di Nazareth nei riguardi di Gesù è piena di dramma. Essa cammina nella storia: infatti di fronte a Gesù si possono porre pretese,condizioni, si può rimanere alle apparenze e non cercare di entrare nel suo mistero. Egli può essere accolto o rifiutato. Anche noi dobbiamo chiederci se lo accettiamo veramente. Siamo certamente estranei alla soluzione sbrigativa dei paesani di Gesù. Ma ci possiamo abituare ad una sua accoglienza puramente formale; il nostro cuore resta insensibile; la nostra vita non si lascia trasformare dal suo messaggio.
Il Vangelo odierno ci richiama anche alla responsabilità che abbiamo, in virtù del battesimo, di essere profeti nella nostra società. A tale scopo la liturgia ci presenta nella prima lettura la figura del grande profeta Geremia, il profeta più perseguitato; il profeta icona di Gesù “profeta delle nazioni”. Dobbiamo avere il coraggio profetico dello “Spirito” per annunciare il messaggio di Gesù, senza adulterarlo nella sua autenticità. La tentazione di conformarsi agli stili di vita correnti, a scapito della verità, è presente nel cuore di ogni cristiano. Dobbiamo avere il coraggio per riaffermare la validità di alcuni valori, che oggi rischiano di oscurarsi, quali la sacralità del matrimonio, della famiglia, il rispetto della vita dalla nascita fino alla morte, l’educazione morale e religiosa dei figli.

La mia bocca, Signore, racconterà la tua salvezza.
In te, Signore, mi sono rifugiato,
mai sarò deluso.
Per la tua giustizia, liberami e difendimi,
tendi a me il tuo orecchio e salvami.
(dal Salmo 18)

Si ringrazia la fonte: www.odigitria.it

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