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Maria è pozzo d'amore ove l'anima in Cristo s'immerge

In nomine Patris, et Filii, et Spiritus Sancti. Amen.
Orate fratres Deum pro Pontificem Maximo Francisco, pro exaltatione Sanctae Ecclesiae ac haeresum extirpatione, pro nationum concordia, pro principibus christianis, pro tranquilitate populorum, ut omnes una aeternis gaudiis tandem perfruamur.
Custodi nos Domine ut pupilam oculi sub umbra alarum tuarum protege nos.
Gloria Patri, et Filio, et Spiritui Sancto. Sicut erat in principio, et nunc, et semper, et in saecula saeculorum. Amen.

Una passo del Vangelo per te

UN PASSO DEL VANGELO PER TE

Dal Vangelo secondo Marco (6,1-6)

Domenica 8 luglio 2012.
XIV domenica del Tempo Ordinario - Anno B.

Dal Vangelo secondo Marco.
Partito quindi di là, andò nella sua patria e i discepoli lo seguirono.
Venuto il sabato, incominciò a insegnare nella sinagoga. Partito quindi di là, andò nella sua patria e i discepoli lo seguirono.
Venuto il sabato, incominciò a insegnare nella sinagoga.
E molti ascoltandolo rimanevano stupiti e dicevano: «Donde gli vengono queste cose? E che sapienza è mai questa che gli è stata data? E questi prodigi compiuti dalle sue mani?
Non è costui il carpentiere, il figlio di Maria, il fratello di Giacomo, di Ioses, di Giuda e di Simone? E le sue sorelle non stanno qui da noi?». E si scandalizzavano di lui.
Ma Gesù disse loro: «Un profeta non è disprezzato che nella sua patria, tra i suoi parenti e in casa sua».
E non vi potè operare nessun prodigio, ma solo impose le mani a pochi ammalati e li guarì.
E si meravigliava della loro incredulità. Gesù andava attorno per i villaggi, insegnando.


È davvero il caso di ripeterlo: nessuno è profeta in casa sua! Infatti, nell’epilogo di questa pagina evangelica vediamo Gesù percorrere le strade dei villaggi d’intorno, insegnando e predicando la via della salvezza. Pare proprio che a Nazareth non sia riuscito a far breccia nel cuore di molti.
Il ritorno in Galilea è stato sicuramente salutato con gioia e affetto da parte dei suoi compaesani, almeno fino al sabato successivo, quando Gesù decide di prender parte alla preghiera comunitaria. Quel giorno non è come altri, qualcosa è cambiato dall’ultimo suo intervento alla sinagoga: il modo in cui commenta le Sacre Scritture.
Era in uso presso gli israeliti leggere nell’assemblea alcuni passi della Bibbia ed esprimere poi un breve pensiero personale; com’è evidente dal brano parallelo di san Luca (Cfr. Lc 4,16ss). Questa volta però, ciò stupisce i nazareni è la qualità delle sue parole, mai udite prima: «Da dove gli vengono queste cose? E che sapienza è quella che gli stata data?».
Gli interrogativi su di lui si moltiplicano, e come spesso accade, si trasformano in chiacchericcio; anche lo stupore iniziale si spegne, per accendersi d’invidia e vergogna: ed era per loro motivo di scandalo. La gamma dei sentimenti che emerge dal cuore degli israeliti è la cartina tornasole di come l’uomo si sia evoluto in scienza e tecnica, in diritto e giustizia, ma le corde più profonde del suo animo suonano sempre le stesse dolenti note, quando sono pizzicate in un certo modo. Pertanto, quel che dovrebbe meravigliarci è vedere nel volto del Cristo la sua meraviglia alla nostra incredulità.
A distanza di due millenni ci stupiamo ancora per cose che dovremmo conoscere benissimo. Un miracolo, un prodigio, una guarigione, destano in noi sorpresa e meraviglia, come se Dio non li avesse mai operati nel corso della storia.
Perché mai allora continuiamo a stupirci? Il motivo in parte è nel non avere ancora fatto pace con l’amore incondizionato di Dio. Tutto ciò su cui sta scritto “gratis”, per un verso ci attrae, per un altro ci frena; abbiamo sempre paura dell’obbligo di una controprestazione. Un altro motivo, sempre collegato al primo, è la necessità di dimostrare a Dio la nostra bravura e la nostra autonomia. Perciò, un miracolo ha sempre il potere di metterci in ginocchio e farci meditare sui nostri limiti.
Quest’ultimo aspetto è da ponderare perché può avere un duplice effetto: l’invidia o il ringraziamento. Nel vangelo, infatti, vediamo che i prodigi e le guarigioni del Signore, in alcuni provocano scandalo e invidie, ma in altri, sicuramente, generano gioia e gratitudine. Ma la sberla più dolorosa ci arriva quando San Marco dice: e lì non poteva compiere nessun prodigio. Abbiamo il malvagio potere di frenare la benevola onnipotenza divina. E poi ci stupiamo dei suoi miracoli?
La spina conficcata nella carne cui fa riferimento San Paolo nella seconda lettura allude al concetto appena esposto. La superbia è un vizio dal veleno mortale, perché non lascia spazio alla vita che Dio vorrebbe far germogliare in noi. Quindi, il superbo fa terreno bruciato attorno a sé e dentro di sé, trasformando il proprio cuore in un terreno sterile, al punto che lì – come dice il vangelo –, Dio non può compiere prodigi.
È probabile quindi che la spina da sopportare nel corpo, sia il peso dei miracoli che Dio fa fiorire attraverso il ministero del povero san Paolo, il quale, accetta anche le persecuzioni pur di non montare in superbia; altrimenti i suoi successi sarebbero vanificati, e quel servizio miracoloso reso a gloria di Dio si trasformerebbe per lui in una diabolica autocelebrazione. Le debolezze, gli oltraggi, le difficoltà, le angosce… sono quindi lo steccato che gli assicurano di rimanere nell’ovile del suo Signore.
Nelle parole del profeta Ezechiele abbiamo la medesima falsariga. Dio conosce lo stato d’animo degli israeliti che, in ogni caso, continua a chiamare figli: figli testardi, ma pur sempre figli!
Una razza di ribelli che si sono rivoltati contro di me. Questi sono gli effetti collaterali della superbia, per la quale, come si nota, non c’è un antidoto specifico: ascoltino o non ascoltino – dal momento che sono una genìa di ribelli –, sapranno almeno che un profeta si trova in mezzo a loro! Non c’è una cura indolore per chi è drogato di se stesso. L’unica terapia possibile è tentare di disperdere i fumi della superbia con il vento della profezia. Quindi, porre un ostacolo sul cammino del ribelle perché vi possa inciampare, e così, sollevare il suo sguardo da sé verso Dio. Il profeta quindi deve scandalizzare attraverso la Parola, mettendo pietre d’inciampo sul cammino dei superbi, nella speranza che la loro rovina coincida con la loro salvezza: una caduta che risolleva. Sapranno almeno che un profeta è in mezzo a loro!
Auguriamoci di non dover mai cadere, ma qualora ci trovassimo stesi a terra per un rimprovero divino, non strisciamo via con l’orgoglio di chi rifiuta la sconfitta; alziamo piuttosto gli occhi a Colui che siede nei cieli, finché abbia pietà di noi (Cfr. Salmo responsoriale).

Sia lodato Gesù Cristo.

(Don Maurizio Roma)
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