Il 17 gennaio la Liturgia ricorda la Santa figura di Antonio Abate, monaco del deserto, quindi eremita, taumaturgo e comunemente conosciuto come protettore degli animali.
In tante parti di ogni regione d'Italia, in questo giorno o nella domenica immediatamente vicina, si fanno celebrazioni anche con la partecipazione di animaletti domestici, la cui vita si affida a questo Santo così affascinante e poco conosciuto.
Qui voglio puntare una luce sul fatto "costitutivo" di Antonio: egli è monaco, ancor prima che anacoreta, eremita, padre del deserto. Ha quindi scelto la totalità della dedizione a Dio, il rivolgere costantemente la propria interiorità, la propria mente e anche la propria fisicità alla coabitazione con Dio soltanto, in uno stile di vita totalizzante, ancor più accentuato dalla caratteristica del deserto. Quest'ultima non deve essere considerata in senso fisico: quando si parla di deserto ci vengono in mente le immagini del Sahara, delle dune di sabbia, di paesaggi in cui la sete e il caldo assieme alla monotonia quasi spettrale sono i protagonisti principali.
Il deserto del Monaco è prima di tutto un luogo interiore, la cella del proprio cuore; una coabitazione con Dio nel Silenzio e nella Solitudine che sono al contempo custodi del deserto stesso, ma anche fedeli e leali specchi della vita del Monaco. Il deserto è quello spazio (che diventa spazio d'incontro) nel quale abitano l'essenziale e l'Essenziale. Nient'altro.


