PROLOGO
Ero febbricitante per il fuoco delle passioni impure, quando tu, com’è tua abitudine, mi hai dato ristoro contattandomi con la tua pia lettera: hai arrecato conforto al mio intelletto sfinito tra le più turpi sollecitazioni, facendoti, così, felicemente emulo del nostro grande precettore e maestro. E non è stata una sorpresa! Meritare, invero, doti insigni è stata sempre la tua prerogativa, come anche del benedetto Giacobbe. Dopo avere, infatti, prestato buoni servigi per ottenere Rachele, ed avere ricevuto Lia, tu aspiri anche alla desiderata Rachele, per la quale hai compiuto altresì il settennato. Quanto a me, però, non potrei negare che, pur avendo faticato tutta la notte, non ho preso nulla. Cionondimeno, sulla tua parola, ho calato la rete e ho pescato una gran quantità di pesci, non grossi invero - a mio parere - ma sono, tuttavia, centocinquanta, e te li mando - come da te richiestomi - in forma di capitoli di eguale numero nel cesto della carità.
Io ti ammiro e ti invidio molto per l’eccellente tuo proposito, poiché sei vivamente desideroso dei capitoli sulla preghiera, desideroso non semplicemente di questi che sono a portata di mano e consistono in carta vergata d’inchiostro, ma di quelli che hanno dimora nell’intelletto mediante l’amore e l’oblio delle offese ricevute. Ma dato che «tutte le cose sono a coppia, l’una di fronte all’altra», come dice il sapiente Gesù, accogli quanto ti mando secondo la lettera e secondo lo spirito, e considera che in ogni caso la lettera presuppone l’intelletto: non essendoci questo, non ci sarà neppure la lettera. Pertanto, anche la preghiera comporta due modi: l’attivo e il contemplativo; così pure è per il numero: esso esprime immediatamente la quantità, e nel suo significato profondo la qualità.

